Le coccinelle volano


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Il vincitore

– Signore, abbiamo perso tutto al gioco.
– Tutto?
– Tutto tranne una cosa.
– Cosa?
– La voglia di tornare a giocare.
Questo quadro, esposto in una mostra visitata alcuni giorni fa (Los Carpinteros,  CCBB, Belo Horizonte), mi ha fatto tornare in mente quando, l’anno scorso, durante un corso di scrittura creativa, uno degli esercizi proposti fu il seguente: Scrivi una storia partendo dall’aneddoto di Checov, «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». Soltanto in quattro (eravamo una decina di partecipanti) provammo a cimentarci. Fu particolare che, di quei quattro, ben tre persone scrissero storie d’amore. L’uomo, al rientro dal Casinò, si suicidava, nonostante avesse vinto un milione, perché scopriva di aver perso l’amore della sua vita (in un caso lei era morta, nell’altro l’aveva lasciato per il suo migliore amico, in un altro ancora lui semplicemente non aveva un amore con cui condividere il denaro e decideva di farla finita). Strano, eh?
A me venne in mente qualcosa di completamente differente. Cosa poteva aver spinto un uomo che aveva appena vinto un milione a suicidarsi? Immaginai un individuo totalmente pazzo, fuori controllo. Insomma, l’idea che si fosse suicidato per amore, proprio non mi sfiorò, anche se, rileggendola, mi rendo conto che anche la mia, in fondo, è una storia d’amore. Una storia d’estremo amor proprio.

Il vincitore

Che stronzi! Fintanto che me ne sono stato seduto a quel tavolo, quanto mi sono divertito a vederli rodere. Un manipolo di perdenti invidiosi, che avrebbero venduto l’anima pur di avere un po’ della mia sorte. Me lo sentivo addosso tutto il calore della rabbia che i loro occhi mi sputavano addosso. Una mossa dopo l’altra, ho distrutto la loro autostima, rendendomi la persona che più odiano al mondo e, nello stesso tempo, quella che più vorrebbero essere.
Anche voi siete invidiosi di me, giusto? Che idioti! Credete che la felicità stia in questo sacco di denaro? A me non fotte un cacchio di questi soldi. Posso strapparli, bruciarli e poi pisciarci sopra.
Perché io non sono un idiota. Per me l’importante è sempre stato vincere. Io sono un vincitore ed ho vinto anche stavolta. Nessuno è mai riuscito a battermi. E sapete perché? Perché ho sempre pensato di non aver nulla da perdere, eccetto la vita. Solo la morte potrebbe sconfiggerimi. Ma io sono furbo. Io non me ne starò qui ad aspettare, implorando una goccia in più di vita, quando lei mi coglierà di sorpresa. E’ il motivo per cui non esiterò oltre a premere il grilletto di questa fottuta pistola.
Io non sono come loro. Io non sono come voi. Io sono un vincitore. E in qualità di autentico vincitore, sono io che decido come e quando perdere.


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Ho solo dimenticato

DSCF0339Me ne sono resa conto all’improvviso.
Come quando esci che piove, tieni aperto l’ombrello e, dopo un po’, ti accorgi che sei rimasta tu da sola a non averlo chiuso, perché ha smesso di piovere e neanche te n’eri resa conto.
Per i sentimenti, funziona allo stesso modo. Ami qualcuno, lo ami tanto, ci soffri, continui ad amarlo e ti convinci che sarà così per sempre. Finché non ti accorgi che finalmente hai smesso.
Io me ne sono accorta quel giorno che ho realizzato che giorno fosse.
Un collega che mi ha chiesto “quanto ne abbiamo oggi?”, io che gli ho risposto ed, ecco, me ne sono accorta.
Allora, ho provato a ricordare cosa avevo fatto quel giorno che non mi ero ricordata che giorno fosse e non mi è venuto in mente niente di particolare.
Un giorno qualunque, nulla che potesse farmelo sembrare speciale. Insomma, UN giorno. Ed è importante l’articolo indeterminativo. Fa tutta la differenza. Perché se lo avessi considerato IL giorno e non un giorno, non me ne sarei dimenticata.
La determinatezza è importante, quasi quanto la determinazione. Del resto, quante volte mi sono presa un minuto per pensare, per poi rendermi conto che è stato proprio quello IL minuto in cui ho cambiato idea? Quante volte, ho evitato di dire una cosa, per poi realizzare che quella era LA cosa più importante da dire?
Quel giorno che non mi sono ricordata di che giorno fosse, è stato dunque solo un giorno.
Mi sono svegliata alle sei e mezza, come faccio quasi sempre. Mi sono preparata, ho preparato la colazione e poi ho svegliato Giorgia. Può darsi che abbia fatto qualche capriccio- al risveglio è sempre nervosa- ma nulla che abbia reso la mattinata diversa dalle altre. L’ho vestita, le ho preparato lo zainetto e l’ho accompagnata all’asilo. E poi sono andata al lavoro.
Nessun collega, quel giorno, mi ha chiesto “quanto ne abbiamo?”, altrimenti me ne sarei ricordata e, al rientro a casa, insieme a Giorgia, lo avrei chiamato. Ma niente, assolutamente niente, quel giorno mi ha fatto ricordare che era il suo compleanno.
Me ne sono resa conto solo tre giorni dopo. Così, per caso. Ed è stato strano, perché io ricordo sempre i compleanni di tutti, figuriamoci il suo.
Allora sì, sono rientrata a casa e l’ho chiamato.
In realtà, ho fatto in modo che fosse Giorgia a chiamarlo. Volevo fosse lei per prima a fargli gli auguri di compleanno, anche se in ritardo. Mi fa tanta tenerezza vederla parlare con lui. Gli vuole bene, anche se quasi non lo conosce. Del resto, è solo una bambina e lui è suo padre.
Poi ho preso io il telefono.
– Scusami, me n’ero proprio dimenticata.
– Credevo mi odiassi.- mi ha detto.
– No, davvero.- ho ribadito, con estrema serenità.- Ho solo dimenticato.
E nel dirlo, non so se ha capito che non mi riferivo soltanto al suo compleanno, ma anche e soprattutto al fatto che, finalmente, ero riuscita a dimenticarmi di tutto l’amore provato e sofferto per lui.


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Facce

 

Di facce ne aveva tante, una per ogni angolo da cui scegliessi di guardarlo.
Possibilità molteplici, per me, di giocare con i suoi lineamenti, disponendoli sui piani che meglio si adattavano alla mia voglia di vederlo, ogni volta, come avrei voluto fosse.
Eppure, mi capitava, non di rado, di chiedermi come sarebbe stato il suo viso, se lo avessi osservato libera dai miei stessi condizionamenti, salvo poi rinviare la risposta ad un tempo in cui sarei stata più lucida o, solo, meno innamorata, come per esempio adesso che, se provo a pensarci, di tutte quelle facce non ne ricordo neanche una.


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Ritardo

Nessuna voce metallica gracchia da un interfono che il treno da Paris-Bercy è in ritardo, un ritardo che, stando alla differenza tra l’orario stabilito e quello, invece, previsto, supera le due ore.
Ma, per Matilde, Parigi è solo una città lontana miliardi di passi e di giorni dal giorno in cui, magari, potrà apprezzarla.
Si mordicchia un labbro.
E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
37 minuti volati, quanti ancora da venire è un mistero e, ferma come un impiastro di fronte al tabellone degli arrivi e delle partenze, di fianco all’imbocco delle scale per la metro, Matilde guarda l’orologio, poi muove due passi, poi riguarda l’orologio.
Le parole annotate in stazione sono mobili come un nastro di scale che sembra arrampicarsi su, da un pensiero all’altro, ma che in realtà gira a vuoto. Posa la penna e il blocco in borsa e comincia a fantasticare sugli estranei che le scivolano, indifferenti, accanto.
Un ragazzo, anatomicamente perfetto per ricoprire il ruolo dell’uomo dei suoi sogni, si affretta oltre senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Poco distanti, dove si spalanca l’enorme entrata che dà su via Marsala, quattro fumatori consumano le loro sigarette di fianco agli appositi contenitori di cenere. Anche Matilde ha voglia di fumare, ma ha da poco spento l’ultima cicca e soffoca l’istinto di andare a comprare un pacchetto da venti di Winston blu, mangiucchiando quello che le resta delle unghie.
Dall’i-pod, un suono d’archi traslittera in chiave drammatica qualcosa che probabilmente più tardi le sembrerà molto comico. Pensa che dovrebbe ascoltare musica più allegra, tira via gli auricolari, spegne l’apparecchio e decide di tenere il ritmo solo al suo respiro.
– Non è questo il punto. Prendo un taxi e sono da te, così possiamo discuterne…
Di persona. La frase sarebbe stata conclusa così, ne è sicura, malgrado il rumore di fondo e il progressivo allontanamento dell’uomo con il telefono incollato all’orecchio destro e il manico della ventiquattrore stretto nella mano sinistra, le abbiano impedito di ascoltare la chiosa.
Chissà chi era, da dove veniva e verso cosa era diretto, si chiede Matilde, dando spago e seguito ad uno dei suoi passatempi preferiti.
Captare stralci di conversazioni altrui, immaginare le storie che, nascoste come iceberg sotto la superficie dell’estraneità, diventano delineabili, grazie a parole che come punte fendono il ghiaccio della sua disattenzione, è il gioco con cui si diverte a trascorrere il tempo, quando ha l’impressione che il senso di abbandono diventi troppo pesante.
Ma lei non è stata abbandonata.
Tra 37 e 56, ci sono 19 minuti di ritardo in più. E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
Farebbe meglio ad andare, ma resta ferma a guardarsi prima la maglietta e poi la gonna, riflettendo su quanto sia breve il passo dal rosa al nero e viceversa.
Quanto sarebbe facile voltarsi altrove e tornare a casa, senza provare alcun rimpianto. Ma andare via è da vigliacchi. Per andare via bisogna solo cogliere l’occasione. La cosa davvero difficile è restare. E Matilde sceglie sempre l’opzione più difficile.
Il vocalizzo che tirerebbe fuori, consonantico per i problemi alla gola, qualora trovasse il coraggio di mettersi a cantare, frena la voglia di fumare, nel frattempo diventata quasi una presenza e per giunta ostile.
Un giorno così non può essere romantico. In un giorno così prima sorridi, poi diventi nervosa e poi puoi solo sperare di tornare a sorridere, ma non è mica certo?
Decide di scrivere di nuovo. L’emozione di una nuova pagina, tutta bianca, è insidiata dalla pienezza della precedente. Ha la penna, ma non ha il calamaio e una vecchia filastrocca le mette in disordine i ricordi.
Scrive due righe e, in un momento, il momento è quello successivo a quello precedente. Sembra non ci sia alcuna differenza, ma la cesura, netta dietro una sommaria cucitura, è un abisso.
Domani, anche solo tra un poco, tutto questo sarà un ricordo.
La cosa peggiore è accettare che quel tra poco sembra già presente.


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.


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Rasoio di Hanlon

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Non attribuire a cattiveria ciò che puoi facilmente spiegare con la stupidità è il principio metodologico sulla base del quale si impiantano molte delle mie concezioni esistenziali e che io credevo essere un qualcosa di mio soltanto e di mia personalissima invenzione, ma che in realtà qualcuno aveva già codificato e brevettato, guarda caso nel 1980, cioè un anno prima che io nascessi, giusto per darmi il benvenuto al mondo e per fornirmi gli strumenti necessari per tirare avanti.
Questo principio metodologico si chiama “Rasoio di Hanlon”
Non si sa bene chi fosse Hanlon, ma io penso di essere in grado di tracciare un breve profilo del personaggio e di fornire una breve descrizione delle circostanze in cui costui maturò il suo principio.
Hanlon era un tizio infinitamente buono, ma che, per qualche assurdo motivo, era convinto di essere cattivo e che, proprio perché credeva di essere cattivo, chiedeva a tutti: “Ma io sono cattivo?”, salvo poi sentirsi stupido per quante volte si informava in giro su quanto era cattivo senza ottenere risposta o ottenendo risposte contrarie. Fu così che, per la mancanze di risposte e, insieme, per le troppe risposte deludenti, la certezza dell’essere stupido, alla fine, prevalse sul suo dubbio di essere cattivo, e la rivelazione fu davvero devastante, perché, scopertosi stupido e non cattivo come credeva di essere (del resto, l’essere cattivo, seppur quale cosa negativa, gli avrebbe conferito un minimo di dignità), Hanlon capì di aver sprecato tempo, cervello e domande invano e, in qualità di vero stupido, decise che d’ora in poi non avrebbe sprecato più nulla.
Per questo, prese un rasoio, si tagliò le vene e anche nel fare questa cosa pensò che, in fondo, non lo faceva per cattiveria, ma, ancora una volta, per pura e semplice stupidità.
Da qui il nome di Rasoio di Hanlon.


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Piove da mesi

I pensieri sconfinano il bordo della pozza di caffè che macchia il lavandino e, correndo, raggiungono la parete e salgono fino al davanzale, affacciandosi ai vetri della finestra che dà sul giardino. Un occhio poco attento scaccerebbe la luce con un battito di palpebre, accontentandosi dell’apparenza di un giorno di sole,  ma il suo coglie il dettaglio di un volo di cornacchia su uno sfondo di nubi nere che, se più vicine, starebbero dando pioggia.

È il momento del giorno che più detesta, fuori dal letto, ma non completamente sveglia; il momento in cui solitamente decide se sarà un buon giorno o un cattivo giorno.

Un rumore di passi si aggiunge al ticchettio dell’orologio e al fruscio del vento. Dev’essersi svegliato anche lui.

Richiama velocemente indietro i pensieri, che ubbidienti, dal vetro a cui li aveva incollati, ripercorrono il tragitto inverso, fino al tavolo e poi di nuovo al caffè, girato troppo distrattamente e in fretta. Soltanto uno sfugge al gruppo,  ma non ci fa troppo caso.

Prova a starsene così, immobile, con la tazzina in una mano e una sigaretta nell’altra, e coi pensieri tutti zitti e muti e impilati in ordine nella scatola cranica, come le mutande nel cassetto. 

Il rumore di passi diventa una presenza cui volta le spalle. Una mano le accarezza i capelli. Decide di non voltarsi e prova piuttosto a richiamare o anche solo a scacciare il pensiero ribelle, l’unico, quello  di cui adesso si è accorta e che, rimbalzando da un angolo all’altro della cucina, le fa il solletico ai dotti lacrimali.

La mano scende sulla spalla e le si avvicina al viso, verso le labbra, come a chiederle un bacio che però non vuol dare.

– Buongiorno 

Buongiorno un cazzo. Sposta la sedia, si alza e percorre pochi passi. 

– Che dici…pioverà?

Lo raggiunge con lo sguardo. È in piedi, un angolo della tenda sollevato per guardare fuori. 

– Piove da mesi, non te ne sei accorto?