Le coccinelle volano


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La lettera

Non avrei potuto escogitare un espediente più stupido.
Ho fatto finta di frugarmi nelle tasche e ne ho estratto un foglietto, l’ennesima lettera per te, scritta appena poche ore prima. Nonostante ti stessi mostrando più indifferente del solito alla mia presenza, sapevo che, per pura curiosità, me lo avresti strappato dalle mani. E così è stato.
“Cos’è?  Una lettera d’amore?” E ti sei messo a ridere.
“Ridammelo”
“Cos’è?”
“Cosa vuoi che sia? Un vecchio foglio. Non so nemmeno a quanto tempo fa risale. Era da tanto che non indossavo questa giacca. Dai, ridammelo!”
“No!” Ed hai cominciato a leggere.
A quel punto mi sono sentita davvero cretina. Ma cosa avevo sperato? Che sarebbe bastata una lettera per farti innamorare di me?
Hai finito e me l’hai restituita. Avevi l’espressione perplessa, ma non è durata molto.
Hai subito ripreso a fare commenti su ogni ragazza carina che ti capitava a tiro.
Io mi sono chiusa in un assurdo mutismo. Se non fossi stata tanto ossessionata dal desiderio di rimanere lì con te, sarei scappata a casa e, per penitenza, mi sarei infilata non sotto le coperte, ma sotto il letto. Ma le gambe mi si paralizzavano alla sola idea di dovermi separare da te. Non c’era niente da fare. Eri colla.
Luca mi si è avvicinato e mi ha chiesto come stavo.
“Bene! Come sempre!” Ed ho provato a sorridergli, ma non credo se la sia bevuta.
Forse ha intuito qualcosa. Mi dice sempre che devo trovarmi un ragazzo, un bravo ragazzo che mi renda felice, perché gli sembro perennemente triste. Sì, credo proprio che si sia reso conto che sono innamorata persa di te.
E tu? Forse anche tu e magari è per questo che, per il resto della serata, non mi hai nemmeno rivolto la parola.
Però sei stato gentile quando, andando via, mi hai chiesto se venivo con te.
“Sì, si è fatto tardi.” Ti ho risposto. E mi sono incamminata al tuo fianco senza dire nulla.
La strada da fare non era molta: dieci metri di viale, una piazza da attraversare ed eccoci sotto casa mia.
Ti ho chiesto se ti andava di fumare una sigaretta con me, una scusa che utilizzavo già da un po’ per trascorrere i residui scampoli della sera da soli. L’unico modo che avevo per tenerti tutto per me, per parlarti, per dirti anche stronzate, ma solo per te, senza orecchi estranei ad ascoltare.
Hai accettato e l’ho accesa. Una sigaretta per due, cosicché le mie labbra potessero poggiarsi sulle impronte delle tue.
“Per chi hai scritto quella lettera?”
“Un ragazzo. Non ricordo nemmeno chi. E’ passato tanto tempo.”
“Dammela.”
E non so per quale assurdo motivo l’ho ritirata fuori dalla tasca e te l’ho data.
L’hai riletta, stavolta, ad alta voce.
Vorrei trovare il coraggio di dirti ciò che non riesco a dirti, che mi manchi anche quando ci sei, ma che, nello stesso tempo, mi accontento di starti vicino; che ti sento, con ogni mia cellula e in ogni mio respiro, perché sei l’anima stessa di tutto quello che ho intorno; che ti cerco e ti trovo in qualunque pensiero, affiorante dalla mente e carezzante il cuore. I miei sensi non hanno senso, se non sei tu ad allertarli. Le mie azioni sono puro affannarsi, se non è verso di te che oriento i miei passi. Lontano e distante, eppure ti ho dentro. Io ti sono fuori, altrettanto lontana e distante, ma indifferente. Vorrei solo che tu mi volessi un po’ bene…Dai, per chi l’hai scritta?”
“Ti ho detto che non mi ricordo.”
“Almeno dimmi a quanto tempo fa risale.”
“Ma non lo so! Credimi!”
“Allora buttala!”
“Buttala tu!”
“Ok, anzi no. Ho un’idea migliore. Che ne dici se la bruciamo?”
“Bruciarla?”
“Sì, passami l’accendino.”
L’accendino che ti ho messo nelle mani poteva benissimo essere un coltello, perché il modo in cui l’hai usato ha sortito lo stesso effetto. Ti ho guardato accartocciare il foglio e appiccare la fiamma. Le mie parole sono subito diventate cenere.
“Ecco fatto. Ora vado. Buonanotte.”
Ero una statua di sale. Non ho pianto, perché mi sarei sciolta.
“Buonanotte.” Ho mormorato a stento. Ed ho aspettato che il mio sangue riprendesse a circolare e che tu fossi abbastanza lontano da non vedermi, per poter finalmente piangere.

Maria Pia Monda 03 marzo 2010

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Rarissima

Tutti ci dicono buonasera, in una sera che non è per nulla buona..
Forse perché mia madre col suo collo di pelliccia e mio padre col suo cappotto di velluto formano un bel quadretto felice.
Ma ci sono io…quella spettinata e struccata, quella speciale, quella rara, anzi rarissima… quella che, quando è un medico a dirtelo, l’effetto quadro della disperazione è assicurato.
E il non capire se il dottore sia brutto di suo o se la faccia gli sia venuta così dopo avermi esaminata non è di conforto.
Penso che se avessi abbastanza saliva, sputerei contro chiunque, ma quel poco che mi resta la uso per ingoiare i groppi in gola.
Penso che, in fondo, sono fortunata, ma è troppo in fondo e al momento non ci arrivo.
Eppure, dopo un’ora diluita a fingere di sdrammatizzare , tra una cicca incollata al sediolino e il paesaggio che scorreva dietro il vetro sporco, ho intravisto un possibile ritorno alle luci, non più belle di quelle che avvolgevano via Pessina, nel suo splendido vestito pomeridiano,  ma abbastanza forti da farmi pensare che, dopo tutto, qualcosa resta.

E fosse anche soltanto scoprire che riesco ancora ad infilarmi nell’armadio, a chiudere le ante e a perdermi in quel vecchio mare di risate, ipotesi e ricordi che è la tua voce.
Perché non importa se non sarà mai di giorno, mai dal vivo o mai anche solo fuori dall’armadio.

Ci sono giorni, in cui la certezza che domani potrebbe essere peggio non è motivo di tristezza per il futuro, ma solo un incentivo ad essere più felici nel presente.

Maria pia Monda 13 marzo 2009


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1987

“Tornerà?”
“No, non tornerà più”
E davvero non è più tornato.
La quadratura della tavola rotonda, splendidamente apparecchiata a festa, era quasi perfetta, salvo l’angolo sporadicamente lasciato vuoto dalla mia assenza.
Qualche ora prima, le teste staccate dalle code, e viceversa, continuavano a divincolarsi e a danzare su tutta la superficie acciaiosa del lavandino. Le avevo guardate ipnotizzata e divertita per poi assimilare, seppur con l’impaccio della mia giovane coscienza, la portata della mia crudeltà nel divertirmi guardando quello che a tutti gli effetti si palesava come un omicidio. E piuttosto che mangiare, per una buona mezzora mi ero chiusa nel bagno a piangere.
Quel giorno in cui osservai mia madre mentre uccideva le anguille perciò capii tre cose:
1) che anche le situazioni più divertenti nascondono un lato tragico;
2) che il benessere procurato dal dolore altrui col senno di poi cagiona malessere quasi peggiore del dolore altrui (anche se nel caso delle anguille, credo sarebbe difficile superare la portata della loro sofferenza);
3) che non avrei mai più mangiato un’anguilla.
Tornai a tavola e fuori era notte e dopo un po’ uscimmo a guardare i fuochi d’artificio.
“Mamma, quando tornerà il 1987?”
“Non tornerà più.”
“E perché?”
“Perché gli anni sono come le persone. Quando muoiono, quando finiscono, non tornano più indietro. Mai più.”

Maria Pia Monda 15 dicembre 2010


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Specchio

La mortificazione del corpo, concepita come maieutica di un dolore altrimenti difficile da partorire,  stavolta ha il sapore dei concentrati di frutta, che non lava via la rabbia ma almeno, dentro, brucia allo stesso modo o forse più, come un fuoco che nemmeno l’acqua fredda sui vestiti riesce a sedare.
Ero nell’angolo a guardare la scena, inconsapevole che viverla davvero concretizza le arcane paure di sempre e non sapevo che fungere da spettatori di se stessi non è poi tanto piacevole.
Bisognerebbe vivere senza guardarsi  allo specchio, perché qualora il riflesso fosse bello, il solo pensiero che chi è dall’altra parte del vetro conduca un’esistenza migliore della propria, basterebbe a sollevare il panico.
Che da questa parte sia rimasto molto poco è quasi certo e il fatto che alcune persone rovistino tra le mie cose inutili e, quando trovano le poche cose utili, mi chiedano di privarmene, di regalargliele, mi lascia interdetta.
Ma, probabilmente, questo accade perché io non so chiedere nulla.

Maria Pia Monda 26 novembre 2009


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Premier

La mia esperienza in fatto di campagne si ferma all’agro nolano. 
E’ per questo che le campagne elettorali non mi hanno mai convinta.
Ciononostante, sarà per l’insonnia, sarà per l’età che avanza, sarà per l’influenza dei giorni scorsi, ho convenuto con me stessa che è ora che io cominci a fare un minimo di politica attiva. Inizialmente, avevo pensato di stilare un programma elettorale e, in effetti, su qualche punto, un paio di idee meravigliose sono venute fuori (fidarsi sulla parola). Il problema dei programmi è che però si somigliano un po’ tutti. Cioè… Che sia un programma televisivo o di lavaggio o elettorale, non solo non è detto che funzioni per tutti, ma è anche vero che, spesso, alla lunga, si inceppa e non funziona più per niente. 
Quindi, piuttosto che correre questo rischio, ho desistito, concentrandomi piuttosto su un altro aspetto: come mi comporterei se fossi una candidata premier con buone probabilità di essere eletta e di diventare la migliore statista di tutti i tempi?
(Segue intervista a me medesima raccolta da me medesima)
 
Cara Maria Pia, come mai hai deciso di candidarti?
Eh…(tono sofferto, occhio languido e partecipativo)… questa è una bella domanda. Ma davvero bella bella. Anzi, ti dirò di più. E’ così bella che per non rovinartela non ti rispondo.
Puoi almeno dirci con quale partito corri?
Chiariamo subito un punto: io non corro, al massimo passeggio. E poi non mi va di parlare di alcun partito. Al massimo, ti posso parlare della partita. Quella del Napoli. Ca-va-ni!
Se il risultato non fosse quello che ti aspetti, come reagiresti?
Ma il risultato per me o per il Napoli? No, perché se è per il Napoli, la vittoria non si discute. Quanto a me, nel caso in cui non ottenessi un plebiscito popolare, potrei sempre passare all’opposizione e spendermi come ministro.
Per quale Ministero pensi di essere più portata?
Tutti, è ovvio, ma resto dell’idea che il ruolo di presidente è quello che più mi si confà.
Ed in qualità di Presidente, quale sarebbe il tuo primo impegno?
Per il bene della collettività, ma soprattutto mio e di Alessandra, il mio primo impegno sarebbe quello di dotare la stazione di Ciampino di un’elegante sala d’attesa, con divani in ecopelle e distributori automatici di cioccolata calda. In seguito, potrei anche estendere questa iniziativa a tutte le stazioni d’Italia. 
E in qualità di Ministro della Pubblica Istruzione?
Andrei ogni giorno in una scuola ed in una classe diversa a tenere lezione. E userei i soldi del mio compenso per acquistare milioni di copie di romanzi di autori postmoderni da regalare agli studenti meno meritevoli, con obbligo di lettura, pena l’arresto, affinché possano rendersi conto che c’è modo e modo di fare i fighi e gli alternativi. Della serie, viva Tyler Durden, ma abbasso Fabri Fibra.
Cosa pensi delle nozze tra gay?
Mi rendo conto che questa faccenda sta a cuore a molti. Personalmente, io propendo per un’altra soluzione. Piuttosto che per la legittimazione il matrimonio omosessuale, io opto per la delegittimazione del matrimonio in generale. Così nessuno si offende!
Hai qualche idea anche sull’ambiente?
Sì, penso che bisognerebbe fare un’inversione di tendenza in merito all’uso delle energie. Troppa gente spreca energie inutilmente. C’è chi si incazza, chi gira a vuoto, chi è violento, chi è tutto un fremito che non riesce a placare. Ebbene, io radunerei tutte le persone vanamente energiche, le legherei ad una cyclette e le farei pedalare. Lo sapevate che si può produrre energia elettrica facendo spinning? 
E per la salute?
Lì è diverso. E’ una questione di fisico. E pure di fisica. Lo sapete perché in tanti in inverno si ammalano? Perché in tanti sottovalutano l’importanza della fisica guantistica. Io, per esempio, che i guanti li metto sempre, non mi ammalo quasi mai.
In conclusione, cosa ti senti di promettere agli italiani?
Non sono io quella che deve fare promesse. Preferisco che siano gli italiani a promettermi che prima o poi impareranno a volersi bene, a farsi rispettare e a smettere di credere a chiunque gli prometta qualcosa.
Maria Pia Monda 08 febbraio 2013


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Gonzalo

L’altra sera, mentre il Napoli vinceva con il Milan e Gonzalo segnava i suoi due goal, mi è venuto da pensare a quanto l’importanza di un calciatore per una squadra sia paragonabile a quella di una persona per la propria vita.
Il problema dei tifosi napoletani, di tutti tifosi e pure delle persone in genere, è che tendono a sopravvalutare il passato a discapito del presente.
Ci sarà sempre qualcuno che pensa che Higuain è un pacco, che Cavani era meglio, etciù, etciù, così come ci sarà sempre qualcuno che penserà il mio ex era meglio, la mia ex era più intelligente, etciù, etciù.
Personalmente, Cavani mi è sempre stato antipatico. Di contro, adoro Gonzalo.
E conta poco il fatto che sia molto più bello di Cavani e che sia nato il 10 dicembre come Brian Molko.
Gonzalo è la rivincita del presente sul passato, che prima ti ha esaltato, poi ti ha deluso, poi ti ha abbandonato e mo’ parla pure male di te. Gonzalo è un meraviglioso hic et nunc. E non importa se non è capocannoniere, se talvolta sbaglia, se in certi casi ti fa tirare giù il calendario.
Gonzalo è come un nuovo fidanzato. All’inizio deve soffrire il confronto, è inevitabile. Ma quando finalmente ti conquista, ti fa ricredere per tutte le volte che hai pensato che quel cretino del tuo ex o quella stronza della tua ex fossero insostituibili.
Perché se si può vivere con molto poco, lo si può fare altrettanto bene senza qualcuno, anche se quel qualcuno ci sembrava molto speciale. Lo si può fare altrettanto bene, esattamente come lo si faceva bene prima di incontrare quel qualcuno che da quel momento in poi ci era sembrato così speciale.
E’ il motivo per cui certe espressioni, tipo non posso vivere senza di te, non mi sono mai andate a genio.
Il non posso vivere senza di te, malgrado le apparenze  non è un’espressione d’amore, ma di pochezza.E non ci vuole alcun coraggio per dirlo, semmai una buona dose di codardia, di disistima, di mancanza di amor proprio.
Il vero coraggio, il vero amore, è quando puoi liberamente lasciarti andare al pensiero del  senza di te starei meglio, salvo ripensarci immediatamente e aggiungere, per corollario, 
ma ti scelgo comunque
Maria Pia Monda 10 febbraio 2014


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Cant pe nu suffrì

Avevo cominciato a fumare tabacco convinta che avrei fumato meno, ma la verità è che fumo sempre troppo.
La mia bustina è agli sgoccioli e me ne ricordo solo perché la protagonista di “Uomini sotto pressione” (colleziono romanzi incentrati sulle vite di trentenni single, stile bridget jones giusto per sentirmi un caso da statistica) sta uscendo a comprare le sigarette.
E così mi tocca comprarmi il tabacco al bar vicino casa, quello che ne ha di soli tre tipi e nessuno dei tre che mi piaccia.
La vedo che barcolla e la evito. Le uniche due volte che ci siamo incontrate mi ha abbracciata anche se non ci conosciamo, solo perché c’erano quattro gradi sotto lo zero, lei aveva deciso di andare in giro in mutande ed io ero il primo termosifone a portata di mano.
Compro il tabacco meno peggio, esco dal bar, passo davanti all’ingresso del supermercato e sogno un panino con hamburger e una mega insalata di verdure, seguita da frutta di stagione che però non compro perché sono stanca stanchissima e fare la salita di casa coi sacchetti al seguito oggi non è il caso.
La rivedo e stavolta mi precede di circa dieci passi. Barcolla ancora, bilanciandosi  da un lato con la borsa e dall’altro con una busta piena di birre.
Si gira a guardare indietro, mi vede, si ferma.
Non sono pronta a farmi abbracciare, non oggi, e sto valutando la maniera migliore per arrivare a casa sorvolandomi gli ultimi trenta metri.
Lei intanto dopo avermi vista si è fermata. Mannaggia.
Lei intanto guardandomi si infratta sotto un oleandro e si siede. Mi chiedo cosa potrà succedere mai stavolta, ma è una domanda breve perché quando le passo accanto mi fa:” MI aiuti?” allungandomi l’atroce busta contenente cinque birre da due litri.
Ripenso alla spesa che non ho fatto causa sacchetti e mi verrebbe di riderle in faccia, poi però ho paura che se le dico no, potrebbe provare ad abbracciarmi di nuovo per convincermi, quindi le prendo il sacchetto di mano e ci avviamo insieme.
E’ il punto più pesante della salita quello in cui mi dice il suo nome.
Morgana.
Come la fata.
Come le visioni nel deserto.
Come quelle che ho io mentre mi trascino verso casa.
Ci lasciamo, ci salutiamo.
“Ti voglio bene” mi dice prima di scomparire.
Mi voglio bene, penso, mentre trotterello dalla mia pastina col formaggino.

La musica dei 24 Grana mi somiglia. Inizialmente non diresti mai che è napoletana, ma a conoscerla meglio ti accorgi che è la più napoletana di tutte.

Maria Pia Monda 21 giugno 2011