Le coccinelle volano

Cosa buona e giusta

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In prima media, ci fu un periodo in cui ero innamorata contemporaneamente di un ragazzo che frequentava la seconda e di un paio di ragazzi che frequentavano la terza. Quelli di prima media erano esclusi, ma compensava la loro assenza almeno una decina di altri ragazzi che ogni tanto incrociavo di sfuggita per strada.
Credo che tutta questa profusione di sentimento, da parte mia, fosse dovuta alla convinzione che amare è cosa buona e giusta, talmente giusta che quando avevo l’impressione di non  essere innamorata di nessuno (cosa piuttosto difficile, ma comunque possibile), uscivo di casa ogni volta con l’intenzione di individuare tra la folla l’uomo della mia vita e di farne l’idolo incondizionato, seppur a tempo determinato, di tutti i miei pensieri amorosi.
Un giorno però mi successe la tipica cosa che non ti aspetti, quella che ti lascia col fiato sospeso, ti stropiccia gli occhi e dopo di questa sai che niente sarà più come prima.
Io e i miei compagni di classe eravamo stati condotti nel laboratorio tecnico, uno stanzino tre metri per cinque, arredato oltre che da sedie e banchetti, anche da uno scheletro di datazione punica (in quella scuola era tutto piuttosto vecchio, persino le scarpe della mia insegnante di francese che, in un tema, un mio amico definì risalenti al 15-18, facendo sì che l’epiteto di “la professoressa con le scarpe del 15-18” rimanesse attaccato alla malcapitata per tutto il triennio) e da un televisore con annesso videoregistratore, che a seconda della tortura del giorno, trasmetteva o registrazioni dell’ultimo SanRemo- a capirlo poi a che ci serviva rivedere SanRemo e commentare ogni singola canzone – o un film sul nazifascismo o qualche noiosissimo documentario scientifico.
Quel giorno eravamo lì per la nostra prima e ultima lezione di Educazione Stradale (fortunatamente il docente si rese conto per tempo che alcuni di noi non erano ancora capaci di distinguere la destra dalla sinistra, ragion per cui l’obbligo di precedenza e il divieto di svolta risultavano un pochetto fuori luogo).
Ricordo che non mi fregava niente di quello che stavo ascoltando (mio padre da ex-istruttore di scuola guida mi aveva insegnato a riconoscere tutti i segnali e a risolvere gli incroci già a sette anni); ricordo che, in quasi trenta, là dentro si stava davvero stretti; ma ricordo soprattutto che, nell’accingermi ad intraprendere una delle mie attività preferite, cioè scrivere sul retro dei dorsi legnosi delle sedie, che già di per loro erano parecchio imbrattati, una frase attirò la mia attenzione.
Era una frase indirizzata a mio nome e firmata con un nome corrispondente a quello del ragazzo che frequentava la seconda, il quale, fra tutti, era quello di cui in quel periodo ero più innamorata in assoluto.
La frase diceva semplicemente: TI AMO.
La mostrai felice a tutte le amichette. Che fosse per me non esistevano dubbi: in quel periodo, in quella scuola, solo io rispondevo al mio nome. Poi tornammo in classe, poi tornai a casa… ed ero ancora felice.
Ma il giorno dopo non lo ero più.
L’amore, quella cosa buona e giusta di cui, fino ad allora, ero stata convinta di essere l’unica depositaria, apparteneva anche ad un altro e io non riuscivo ad accettarlo.
Perciò mi disamorai in tutta fretta del ragazzo di seconda e in tutta fretta mi dimenticai di quella frase.
L’amore doveva essere e rimanere una cosa solo mia e non condivisibile. E per fortuna c’erano almeno un’altra ventina di ragazzi, inconsapevoli della mia esistenza, che mi avrebbero consentito di preservare la mia intenzione.

Maria Pia Monda 15 ottobre 2010

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