Le coccinelle volano

Se avessi la coda scaccerei le mosche

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Is there anyone out there or am I walking alone?

Capita spesso al mattino, quando l’aria è fredda e la pelle vulnerabile.
I fari ancora accesi dei veicoli in transito restituiscono al buio il suo confine imperfetto e minacciato dall’alba. I ricordi si allineano come storni su un albero spoglio, ma la metafora non regge e, sotto il peso di un pensiero inadeguato, imbriglia i rami e rovina al suolo insieme a tutto quello che ho piantato tutte le volte che mi sono ripromessa di piantarla.
Rimangono le note ed, in ultima analisi, un giro di parole fin troppo lungo per dire che, negli ultimi giorni, l’intensità emotiva del mio vissuto e non vissuto salta di palo in traccia  sull’ultimo disco dei “Queens of the Stone Age”.
Un po’ perché mi è sempre piaciuto che un gruppo di nome Queens, avesse un Homme come frontman.
Un po’, anzi anche un po’ di più, perché io alle Regine dell’età della Pietra, come erroneamente li definì Jen Lindley in una puntata mal doppiata di Dawson’s Creek, voglio quel bene che solo una non fan può volere. Quel tipo di bene che si prova per qualcuno con cui si abbia avuto una storia andata male.
Per un po’ era sembrato foste fatti l’uno per l’altra, passione, grande amore e puff…  finite con l’arrendervi all’evidenza di quanto in realtà siete diversi e decidete di rimanere solo amici. Che poi magari ci pure riuscite. Come me e le Regine…

La prima volta che ascoltai i Queens of the Stone Age era Natale, ero in Svizzera e dei miei vent’anni conservavo inalterato qualcosa in più del solo colore dei capelli. Io e mio fratello capitammo per caso in una sorta di rave party. Faceva un freddo troppo puzzola per arrendersi all’idea di aver camminato  tre kilometri a piedi nella neve solo per sbattere il naso ghiacciato contro una discoteca chiusa, così notammo un gruppetto di ragazzi, li seguimmo, li vedemmo entrare in un deposito e decidemmo di imbucarci.
Quella notte, io e mio fratello esprimemmo la comune idea che, qualora avessimo potuto realizzare un desiderio, ci sarebbe piaciuto conoscere tutte le lingue del mondo; quella notte, in mezzo a un tripudio di cacofonie teutoniche e di look improbabili (mio cappotto di pecora compreso), quando attaccò No one knows, lo strano ballo collettivo che tutti avviarono in simultanea ci sembrò la follia contagiosa più folle da cui lasciarci contagiare. Quella notte, non ricordo cosa indossassi sotto il cappotto di pecora, allo stesso modo in cui non ricordo perché mio fratello fosse uscito senza giacca, ma ricordo che in qualche modo qualunque cosa io avessi addosso riuscì a farmi sopravvivere lungo il tragitto di ritorno fino  all’albergo, considerato che, intanto, avevo prestato la pecora a mio fratello e mi faceva troppo ridere, perché potessi riprendermela indietro.

È uno dei motivi per cui non mi stupisce che “…like clockwork” mi piaccia così tanto.

Almeno i ricordi, almeno quelli belli, sono rimasti fermi e intatti come le lancette di quegli orologi che, per vezzo, non ho voluto più indossare. E anche se il mio cappotto di pecora  l’ho buttato da un pezzo, il colpo di fulmine per i Queens of the Stone Age rimane intatto. Ché non conta come vanno le cose, quanto si cambia e cosa non potrà più  accadere. Quel tipo di bene resta e la puntualità con cui ti coglie ti sorprende, soprattutto al mattino, quando l’aria è fredda, la pelle è vulnerabile e non è detto che solo in Svizzera faccia un freddo puzzola.

Maria Pia Monda 29 gennaio 2014

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