Le coccinelle volano


4 commenti

Nessuno

image

Tengo lo sguardo puntato a oriente così che nessuno (e in particolare Nessuno) possa vedere se piango.
Nessuno è il nome che ho deciso di dargli dopo essermi resa conto di quanto sia stato ingiusto ripetermi per tutta una vita chenessuno mi avrebbe mai sopportata.
Lui mi sopporta, quindi è il mio Nessuno, l’eroe dalla proverbiale tracotanza che, assediatami la mente, fino ad allora inespugnabile Troia, mi ha poi accecata e non nel senso de “l’amore è cieco” e altri modi di dire altrettanto scontati.
E’ strano da spiegare.
E poiché è anche poco chiaro, non so se sia più lecito considerare il baluginio letargico dell’autunno inoltrato come una promessa di partecipazione e conforto o considerarlo, in quanto tale, ossia come un preludio al finale.
Mi limito a dolere anticipatamente per parole che presto romperanno il silenzio.
Sulla collina da cui non spunta il sole, perché è pomeriggio/quasi sera e se volessi vedere la luce dovrei voltarmi e farmi guardare il viso, gli alberi disegnano macchie di colori morti.
Dall’altro lato, alle mie spalle, un’altra collina è un cuscino su cui una stella presto poggerà la testa, per poi sparire fino a soffocare. 
Siamo prigionieri in una conca a forma di piazzale panoramico. 
C’è troppo vento e vorrei non ce ne fosse, così non sarei costretta ad ascoltare il suo respiro e tutto ciò che ne consegue, ma il suono mi arriva limpido e veloce.
“Perché non mi guardi?” mi chiede ed io nasconderei la faccia ovunque, tra le felci che immagino popolino il distante sottobosco facendo il solletico alle basi degli alberi stanchi.
Decido di contare fino a dieci, ma mi fermo al sette, interrotta da un’intuizione sciocca.
Potrei gridare “abracadabra!” anziché perdere tempo con inutili esercizi di autocontrollo, e sperare che sparisca prima che si avvicini a toccarmi una spalla, ma sono poco rapida e le sue dita già mi solleticano una scapola.
Indecisa sul se voltarmi o meno, mi volto e il suo volto è trasfigurato dai raggi di quel sole che volevo ignorare.
“Un tu detto da te, per me è io.” E questa frase su di lui ha un effetto più valido di una formula magica, perché lo fa arretrare. Continuo su questa strada, ma è un sentiero sul quale difficilmente mi arrampico, sebbene sia io stessa a tracciarlo. Continuo caparbia.
“Guarda le cose dalla mia prospettiva, se ci riesci. Tu resti un tu smorzato dalla mia riluttanza ad accoglierci in un noi e se non trovi un senso a quello che ti sto dicendo è perché io sono molto di più di quanto credevi sarei stata. E non scuotere il capo proprio adesso! So cosa stai per obiettare e non lo accetto. Resta in silenzio, lontano dove sei adesso. Tra un po’ sarà il tramonto e tutto quello che conserverò di te sarà l’ennesimo vago ricordo, un possibile ricorso alla ricerca di ciò che io volevo di te (di per sé molto meglio di ciò che tu volevi di me) e in qualche modo ho creato.”
Ora so per certo che sto facendo la figura della stupida, ma non mi frega. Non me ne starò zitta, non finché non se ne sarà andato con una buona ragione.
“Quante volte sei stato fregato?”
Sta per dire qualcosa, ma lo blocco.
“Non rispondere, non era una domanda, era solo un preambolo. Le fregature sono come scarafaggi che spuntano dagli angoli in cui non hai guardato. E non importa se li scalci, se li ignori, se ci passi sopra con tutto il tuo peso. Perché l’immagine di quell’insetto nero, orribile e, se riuscissi ad annusarlo, di sicuro anche puzzolente, ti perseguiterà e terrorizzerà ogni volta che supererai l’incrocio tra una parete e un’altra. Sei una fregatura anche tu?”
Mi risponde con gli occhi e finalmente comprendo che la situazione è più complicata di tutte le altre situazioni complicate in cui mi sono cacciata in precedenza.
Mi meraviglia, perché mi sarei aspettata una reazione. Nessuno ha mai sopportato tanto senza reagire, ma lui è Nessuno e allora la maledizione continua e vorrei imprecare, fare come se tutto ciò che ho nella testa fosse facilmente resettabile. E lo riconosco questo momento, perché è il solito stesso momento in cui la mia natura cattiva si ribella contro di me per farmi del male che non sarà mai abbastanza rispetto a quello che merito. Poi finirà di nuovo e sembrerò serena, quasi felice, l’immagine perfetta che qualcuno oserebbe contraddire, solo perché nessuno possa non crederla reale.
Ma io so qual è la verità
Nessuno mi crederà sempre. Nessuno mi vorrà bene. E chissà se anche questo è solo un gioco di parole.

Maria Pia Monda 31/08/2009


Lascia un commento

Non è vero ma ci credo

Era la quarta volta che ricevevo lo stesso messaggio dalla stessa persona. 

In quel periodo non me la passavo propriamente bene, anzi diciamo che stavo abbastanza male. 

L’esperienza mi ha insegnato che c’è un unico modo di farmi stare male davvero ed ha a che fare con il corpo. Da ragazzina, pensavo l’esatto contrario, ossia che le ferite dell’anima fossero quelle più difficili da curare, poi ho capito che un modo per essere felici, anche per finta, si trova sempre e, quali che siano le ragioni di una sofferenza di tipo spirituale, in qualche modo la si può superare. Se ti lascia un uomo puoi incontrarne un altro, se  perdi un amico puoi trovarne un altro e persino se non hai un lavoro puoi pensare ad altro. Ma, se il tuo corpo ti tradisce e comincia a funzionare male, mica puoi rimpiazzarlo con un altro? 

Insomma, in quel periodo non me la passavo affatto bene. 

L’esperienza mi ha insegnato che, quando sto  davvero male,  mi attacco a qualunque cosa, soprattutto a quelle cose a cui di norma non mi attacco. 

E, quella volta, mi attaccai alle parole di F.  

Parentesi: io e F. non siamo mai state grandi amiche e credo non potremmo mai esserlo, perché manca qualunque presupposto. F. è una di quelle persone il cui ego si nutre di tragedia. Ha un talento naturale nel fiutarle, nel raccontarle e, all’occorrenza, pure nel crearle. Ma la cosa peggiore è che, pure se stai in perfetta forma e felice come una pasqua, parlando con F. diventa inevitabile non notare un dettaglio che non va e, se proprio non ne trovi nessuno, pur di accontentarla, saresti persino pronta a fiondarti con il mignolo del piede contro un ostacolo a caso. 

In quel caso, non ne ebbi bisogno e mi limitai a raccontarle ciò che effettivamente stavo vivendo. 

– Hai provato a farti togliere il malocchio? Io me lo faccio togliere da mia zia tutte le settimane. L’ultima volta me ne ha trovati diciassette! 

Fu così che mi attaccai all’idea di essere vittima di un malocchio. 

Chiamai mia madre e, giustamente, da brava mamma napoletana, anziché darmi della pazza, convalidò subito l’idea, prese a cuore il caso e mi ordinò di salire sul primo treno disponibile, perché urgeva trovare un rimedio.

All’arrivo, casa dei miei si era trasformata nel santuario di Lourdes. Il tavolo da pranzo era apparecchiato con una tovaglia bianca e mia madre era nei pressi del lavandino ad armeggiare con un piatto pieno di acqua e olio.

– Bella di mamma sua, stai inguaiata! Ti ho già “fatto gli occhi” tre volte e continuano a uscire! Te li ho fatti fare pure da C., da M. e da R. e tutte hanno confermato che stai piena di malocchio. Ma non ti preoccupare! Tra qualche minuto arriva G. Te la ricordi G.? Quella è rumena e mi ha detto che conosce un modo infallibile per liberarsi da queste cose. 

G. effettivamente arrivò e subito si adoperò nel rituale. Non ho dei ricordi molto nitidi, perché in quel momento non ci vedevo dal dolore. Ricordo però un mormorio ostrogoto, varie sputacchiate ed un bicchiere pieno d’acqua che alla fine fui invitata a svuotarmi alle spalle, ovviamente dal balcone (il che tornava utile pure a far sapere a tutti che ero tornata e che, soprattutto, non avevo perso l’abitudine infantile, che condividevo con mio fratello, di innaffiare a casaccio i passanti). Fatto tutto questo, G., con la stessa perspicacia di Gennaro D’Auria, mi chiese se conoscevo una donna (uhmmmmm, più di una), sposata (uhmmmmm, idem), con un figlio piccolo (uhmmmmm, il cerchio si restringe), perché di sicuro era la sua invidia a farmi stare male. 

A onor di cronaca, mi tocca dire che, durante quei giorni a casa dei miei, oltre a dedicarmi ai riti propiziatori, consultai un paio di medici, feci una cura molto efficace e riuscii a sentirmi meglio.

Ero rientrata a casa mia da appena un giorno, quando durante la mattinata, il cellulare mi notificò l’arrivo di un messaggio su WhatsApp. 

Era la quarta volta che dalla stessa persona mi arrivava lo stesso messaggio, una catena minacciante sventura, sofferenza e morte qualora l’avessi bloccata. Alla prima, lo avevo ignorato, alla seconda pure e, alla terza, avevo risposto con Lama Donna. 

Ma quella volta, poiché ero reduce da una full immersion nel mondo del “non è vero ma ci credo”, mi feci poche, semplici domande. La persona che mi manda questo messaggio è donna?  Sì. La persona che mi manda questo messaggio è sposata? Sì. La persona che mi manda questo cacchio di messaggio ha un figlio piccolo? Sì. E oltre a bloccare la catena, bloccai perentoriamente il contatto di quella persona, il cui nome, manco a dirlo, comincia proprio per F.


2 commenti

La cura del bovino

Stanca delle mie sporadiche fasi distimiche, relazionabili in larga parte ad una cattiva accettazione del malintenzionamento altrui, dopo aver vagliato i potenziali e più plausibili rimedi al mio scoramento,  ho trovato finalmente una soluzione nella cura del bovino.

La cura del bovino è una branca della pet therapy, elaborata da me medesima, sulla scia della tendenza del momento ad associare al nome di un animale effetti miracolosi in svariati campi. 
Si pensi, ad esempio, al gatto dell’erba gatta, che aiuta a dormire, o al cane (kan) della dieta Dukan, che aiuta a dimagrire. 
Infatti, stando a Wikipedia, la pet therapy “può calmare l’ansia, può trasmettere calore affettivo e aiutare a superare lo stress e la depressione”.
Quindi, io ho scelto la cura del bovino.
La cura del bovino è una terapia semplice, indolore e dall’effetto immediato. 
Impiegabile in molteplici situazioni e con variabile intensità di erogazione, la cura del bovino si può somministrare in due modi:
1) sollecitando le persone moleste ad un uso frequente e assiduo dei servizi igienici, anche laddove non abbiano posto la domanda, la cui risposta solitamente è “in fondo a destra” (ma anche a sinistra);
2) traducendo in lingua inglese* il nome della cura e pronunciandolo ad alta voce all’indirizzo delle persone moleste.

*cura del bovino = VACCA CARE.

Vi assicuro che funziona.

Maria Pia Monda 18/06/2012


9 commenti

L’amore è una demenza

Succede che poi lo vedi per quello che è. E la verità è che non è affatto bello. Noti che ha le orecchie a sventola, il naso grande, le gambe magre e la pancia non soltanto accennata. Per non parlare di quando non lo trovi neanche simpatico.
L’amore è una sorta di incantesimo dei sensi.Ti innamori e diventi cieca, sorda, muta…insomma una demente. E l’unico rimedio, finora accertato, contro i suoi effetti è una sonora incazzatura, almeno finché dura.
Perché, fintanto che sei incazzata, sei la persona più obiettiva del mondo, il critico più spietato, ma quando l’incazzatura passa e l’amore riprende il sopravvento, torni ad essere una demente e a vederlo per ciò che è per te, ma che, in fondo sai,  realmente non è.


4 commenti

Intesi e fraintesi

Preferisco le persone che non capiscono nulla, molto più di quelle che fraintendono. Nel primo caso, dato una frase non compresa, puoi cambiare argomento o troncare, con la tranquillità che le tue parole, non essendo state comprese per nulla, quasi sicuramente non lasceranno tracce nei ricordi dell’interlocutore. Quando, invece, vieni frainteso, la spiegazione o, per meglio dire, il chiarimento diventa necessario. E quando un concetto ha bisogno di essere ripetuto due volte, spesso capita che, alla seconda, si utilizzino parole un po’ più forti per marcarne il significato.
ESEMPIO DI CONVERSAZIONE CON PERSONA CHE NON CAPISCE NULLA
– È stupefacente! Passano gli anni e non cambi mai.
– Che hai detto?
– Niente. Solo che è meglio che sparisci per un altro po’ di anni.
– Che hai detto?
– Niente. Non ho detto niente.
ESEMPIO DI CONVERSAZIONE CON PERSONA CHE FRAINTENDE
– È stupefacente! Passano gli anni e non cambi mai.
– Eh, lo so, mi mantengo bene.
– Non mi riferivo all’aspetto, ma al carattere. Perché, a discapito del tempo, sei sempre un grandissimo stronzo.


Lascia un commento

°°°cose_perdute°°°

ombrelli fb

L’elio spingeva il palloncino sempre più in alto.

Era la prima volta che perdeva qualcosa e nell’indecisione tra il se scegliere di seguirlo con lo sguardo e il piangere, lei scelse il pianto.

Dovettero trascorrere molti anni, prima che fosse in grado di capire che l’archetipo di ogni indecisione e successiva rinuncia risiedeva in quella lontana scelta. Ciononostante, non sapeva come porvi rimedio.

L’incapacità di prescindere dal preferire ogni volta la commiserazione di se stessa in luogo di una più salubre archiviazione della tristezza; l’istinto di attribuirsi una colpa ancestrale, piuttosto che semplicemente ricordare, per poi più serenamente dimenticare, l’oggetto e le circostanze della perdita, scandivano, come interruzioni forzate, gli svariati tentativi di riconciliarsi ogni volta con la parte più fragile della propria anima.

Perché la fragilità non si comprende.

La si può vedere imporsi ovunque, ossimoro in termini comportamentali, tanto esplicito nella purezza dei fiori che vengono calpestati impunemente dai passanti distratti oppure nella leggerezza sublime delle nubi sfrangiate e disfatte dal primo soffio di vento.

Come quello contro il quale adesso stava tentando di non muovere i propri passi.

L’uomo seduto sulla panchina di fronte mostrava novant’anni. Il borsalino calato sugli occhi gli nascondeva lo sguardo da Humphrey Bogart e la pena che, era certa, stava cercando di scacciare, compilando uno stupido cruciverba.

Finse di tossire per attirare la sua attenzione, sperando le rivolgesse la parola, ma continuò a sentire soltanto il fruscio dei rami e del suo continuo deglutire e l’uomo, di contro, rimase perfettamente indifferente.

Aprì perciò la borsa e ne tirò fuori un pacchetto delle sue fedeli amiche bionde.

Il giorno, così come lo aveva immaginato, presupponeva una presa di distanza dalla sconsideratezza degli altrimenti comuni ritmi quotidiani. Le risultava, però, tanto più difficile riuscire a rimanere ferma in quell’angolo verde di città, quanto più solleticante  si faceva l’idea di interrompere la staticità delle gambe e correre ad immergersi nella familiarità del grigio cemento e del ruvido nero asfalto.

La decisione di dedicarsi del tempo da sola e senza impegni particolari cominciava ad apparirle fuori luogo e noiosa. Ma ancora riteneva che le sarebbe stata utile.

Per tenersi buona innescò, perciò, un dialogo tra il fuco ed la farfalla che pochi attimi prima aveva osservato svolazzare intorno alla siepe di bosso che delimitava i sentieri del parco, immaginando che, in un punto a caso, si fossero ritrovati vicini e avessero deciso di fare amicizia.

Ciao, come ti chiami?” chiedeva la farfalla.

Fuco” rispondeva l’altro.

Come un fuoco che abbia perso una “O”?

Esatto, proprio così.

E non ti dispiace? Meglio fuoco che fuco, non trovi?” aggiungeva la farfalla.

No– replicava il fuco- non mi dispiace affatto. Mi dispiacerebbe piuttosto il contrario. Cosa sarebbe stato di me, se fossi stato un fuoco?

Saresti stato più caldo, più colorato e più vivace…

No– la interruppe il fuco- Credi che un fuoco sappia cosa siano il calore, il colore e la vivacità? Io credo di no. E aggiungo che, sebbene sia facile desiderare di essere altro, senza avere percezione di ciò che si è per se stessi, io preferisco essere un fuco che sa cosa sia il fuoco, piuttosto un fuoco che non sappia…

Interruppe bruscamente quella stupida conversazione immaginaria, rendendosi conto non solo di quanto fosse inutile impiegare il proprio tempo in quel modo, ma anche di quanto fossero false e incongruenti le parole che aveva deciso di usare. Inoltre, come avrebbe potuto proseguirla?

Si diede della stupida ed era la prima volta quel giorno.

Di solito capitava molto prima, già al risveglio, quando aprendo gli occhi, il primo pensiero le si incollava all’arcata dei denti, venendo talvolta fuori sotto forma di suono pronunciante gli ultimi versi di un sogno strano.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, prese l’accendino dalla tasca della giacca e di fronte al tremolio incerto della fiamma stavolta fu a se stessa che chiese se sarebbe mai stata in grado di sentirsi più calda, più colorata e più vivace.

Probabilmente no, avrebbe risposto, se non fosse stata distratta da un colpo improvviso alla spalla che le fece cadere di mano la sigaretta. Nemmeno il tempo di chiedersi cosa fosse successo e lo vide.

Un pallone colorato rotolava ai suoi piedi, poco distante dal punto in cui la cicca scappata alla presa delle dita rantolava gli ultimi strascichi di fumo.

“Ah! Questi ragazzini…” borbottò il vecchio Humphrey Bogart dalla panchina di fronte, per poi immediatamente riabbassare gli occhi e riprendere la ricerca della definizione giusta.

Fu tentata per l’ennesima volta di muovere le gambe ed alzarsi, magari per tirare un calcio al pallone e rispedirlo nel punto da cui era arrivato, ma la sfericità, il senso di pienezza e l’armonia del gioco a cui la sua forma rimandavano, le cristallizzarono l’espressione in un sorriso.

Finché non sentì il pianto.

Pianto di bambino, pianto di dolore.

Abbandonò, pertanto, i propri propositi e si mise in piedi.

Quanto tempo era rimasta seduta in quel posto? Troppo, risposero le giunture delle ginocchia.

Raccolse il pallone e tenendolo stretto sotto il braccio destro, si mosse verso la direzione da cui le giungeva il suono del pianto.

Era poco distante. Indossava una t-shirt azzurra su un paio di calzoncini dello stesso colore, ma più stinto. Aveva all’incirca sette anni. Non la notò fintanto che lei non gli si parò davanti.

“Se ti restituisco il pallone, mi prometti che smetti di piangere?”

“OH! Il mio pallone- esclamò il bambino- Pensavo di averlo perso! Grazie per averlo trovato, signora.”

“Non devi ringraziarmi- disse lei restituendogli il pallone- Voglio solo che mi assicuri che, qualora ti capitasse di nuovo di perdere un pallone o qualunque altra cosa, di qualunque cosa si tratti, non piangerai, bensì ti metterai subito alla ricerca di qualcos’altro che ti renda felice. Puoi promettermelo?”

Il bambino la fissò perplesso, ma automaticamente fece segno di sì con il capo. Dopodiché si allontanò di corsa, per andare a godersi gli ultimi scampoli di quel pomeriggio di primavera con il pallone ritrovato.

Lei, invece, rimase ferma nello stesso punto per alcuni minuti.

Ripensò alla promessa strappata al bambino e a quanto le sarebbe piaciuto vedersi strappare una promessa della stessa portata.

Forse quel giorno aveva sprecato il suo tempo decidendo di regalarsi del tempo. Ma mai avrebbe scommesso, a pensarci a priori, che, da un caso fortuito, sarebbe stata in grado di trarre uno spunto di riflessione valido alla riconsiderazione di se stessa, delle sue scelte e del modo in cui ne affrontava le conseguenze.

Scrollò la testa e rise forte.

La bambina che, molti anni prima, si era lasciata sfuggire un palloncino, riconsiderò tutte le cose che da allora aveva perso, nonché quelle che aveva ritrovato e le altre che ancora aveva, ma che avrebbe potuto perdere da un momento all’altro.

E riconsiderò se stessa, il valore delle proprie fragilità, l’importanza dell’autocoscienza e la volontà a non volersi mai più diversa da quello che era.

E quella fu la prima volta che finalmente, anziché perdere, sentì di aver guadagnato qualcosa

.


Lascia un commento

Ubi

Brasile 05/08/2015
Due donne, M. e R. si rivedono dopo un po’ di tempo.
M.: Oi, querida R., come stai? Ho visto su Facebook che nell’ultimo periodo te la passi proprio bene! Che bello! Sono proprio felice per te!
R.: Grazie di cuore, M.! Hai ragione, sto vivendo un periodo molto bello. La vita di ultimo mi sorride tanto, ma, se devo essere sincera, in fondo, non mi sono mai potuta lamentare della mia vita. La cosa positiva è che, oggi, a 37 anni finalmente ho capito cosa voglio. Prima mi limitavo a provare, a cercare. Non che fosse triste, ma adesso ho finalmente consapevolezza di me stessa e del percorso che intendo seguire. Sì, sono proprio felice!
Questo piccolo scambio di battute mi è sembrato talmente straordinario, non solo in termini di bellezza, ma anche in quanto poco ordinario, che non ho potuto fare a meno di intromettermi per complimentarmi sia con M. che con R.
Perché, siamo onesti, in quanti riusciamo a gioire della felicità altrui? Ma, soprattutto- e questo credo sia il quesito più importante – in quanti riusciamo a descrivere la nostra vita in termini esclusivamente positivi senza scadere nella lamentela ad ogni costo, senza attaccarci al “sì, sto bene, ma…”
Per questo, mi è risultato inevitabile provare a immaginare una situazione analoga, ma ambientata in Italia. Forse ho generalizzato troppo… ma solo forse
Italia 05/08/2015
Due donne, M. e R. si rivedono dopo tanto tempo. In realtà, ne avrebbero fatto entrambe volentieri a meno. Infatti M., appena ha visto R. da lontano, ha pensato “Oddio! Proprio a questa dovevo incontrare oggi? Quanto la schifo, mamma mia! Tutte le fortune a lei! E io mo’ che le racconto? Quest’anno non so’ riuscita manco a organizzarmi una scampagnata per ferragosto! Che si possa ceca’!” Ma R. non si ceca, la vede, e le va incontro.
M.: Ehi, R.! Ma che piacere immenso vederti! Come stai? Ogni tanto mi capita di vedere quello che pubblichi su Facebook. Te la passi proprio bene, eh?
R.: Magari, M.! In verità, sto passando proprio un periodo di merda, anche se, ad essere sincera, la mia vita è sempre stata una schifezza totale. Sto piena di acciacchi, non trovo una pezza di uomo e poi guardami… ho 37 anni e non sono riuscita a organizzare nemmeno una scampagnata per ferragosto! A proposito, tu che fai?
M.: Io?!? Eh, io per ferragosto ho dei programmi eccezionali!


Lascia un commento

Set them free

La storia del trentenne che, per salutare gli amici, si è appeso al finestrino del treno in partenza ed è stato travolto e ucciso, purtroppo, mi ha fatto pensare, anche se è irrispettoso, ai Darwin Awards.
Cosa aveva in mente, quali erano le sue intenzioni?… Divertirli? Trattenerli? Mostrare loro, fino alla fine, quanto avrebbe voluto che restassero?
C’è una citazione talmente famosa che credo ogni fanciulla abbia annotato, almeno una volta, sul proprio diario. “Se ami qualcuno, lascialo libero “.
Non me n’era mai stato molto chiaro il senso, convinta come sono che l’amore è, in piccola parte, schiavitù e che quindi, se ami qualcuno, lo vuoi per te, allo stesso modo in cui vuoi che lui ti voglia per sé e non c’è nessun tipo di felicità derivante dal doverlo vedere andarsene, libero e altrove e senza di te.
(Non ho mai nemmeno troppo capito il corollario, quello del “se torna, sarà tuo per sempre; se non torna è perché non lo è stato mai”. Francamente, se una persona mi mollasse e se ne andasse , alla ricerca della sua propria libertà, qualora tornasse, io la rispedirei da dove è venuta.)
Ma la storia del trentenne mi ha insegnato che, se ami qualcuno, lo trattieni, lo implori, magari lo pure minacci, certo, ma solo fin quando è ancora lì con te sul binario. Perché se è già salito sul treno, quel treno che lo porterà lontano, non c’è più niente che tu possa fare per trattenerlo. E se ci provi lo stesso, sono solo cavoli tuoi, perché lui partirà comunque e tu invece finirai “sotto un treno”.