Le coccinelle volano

Culinária

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Avevo all’incirca nove anni, pesavo all’incirca sessanta chili e i miei unici approcci con l’attività sportiva consistevano nella corsa per le scale, la caduta libera e il lancio del peso… il mio.
Quando la maestra convocò un istruttore di ginnastica per intervallare, una volta a settimana, le lezioni, con una sana attività all’aria aperta, tutta la classe ne fu felice. Tutti… eccetto io.  Perché lo sapevo che sarebbe successo. Non ci voleva il sesto senso per intuire che il binomio Maria Pia/Educazione Fisica sarebbe stato sinonimo di una figura di merda assicurata.
Non successe subito, almeno questo devo ammetterlo. Finché si trattò di correre e zompettare allegramente, me la cavai bene. Successe il giorno in cui l’istruttore ci obbligò a disporci in cerchio, stese un tappeto al centro del prato e cominciò a chiamarci, a turno, per fare le capriole. Dalla mia, avevo la forma, perché, in teoria, una capriola è una sorta di rotolamento, ed io che ero rotonda, sempre in teoria, avrei dovuto saper arrotolarmi alla grande.
Ahimè, la teoria non coincise con la pratica e mi ritrovai a trascorrere cinque minuti buoni, al centro di un cerchio di bambini, con la testa tra le gambe, il sedere per aria e l’istruttore che mi dava botte sulla schiena nel vano tentativo di farmi rotolare.

Ho all’incirca trent’anni (non sono brava ad arrotolarmi, ma ad arrotondarmi l’età sono un talento), peso all’incirca sessanta chili e i miei approcci con l’attività sportiva, sebbene non brillino per qualità e quantità, stanno decisamente migliorando.
Credo che ci si iscriva in palestra fondamentalmente per due motivi: mantenersi in forma e provare a darsi una forma.
Se poi ti sei trasferita da poco da un’altra parte, ti ci iscrivi soprattutto per socializzare. Se poi ti sei trasferita da poco dall’altra parte del mondo, tipo in Brasile, ti ci iscrivi, sì, per socializzare, ma anche e soprattutto per farti venire il sedere come quello delle brasiliane e per imparare a muovere il sedere come le brasiliane.
E così, da circa un mese, frequento quotidianamente una palestra brasiliana,  faccio zumba brasiliana, ho imparato tante coreografie brasiliane e, pure se il sedere è ancora tristemente italiano, continuo a coltivare malsane fantasie (della serie, io vestita di piume e lustrini che animo le danze del carnevale e mi propongo come nuova eroina dei due mondi).
In generale, quindi, tutto bene. Tutto. Tranne che per lui. Quello che io ho ribattezzato il generale Marshall. Quello che, al confronto, l’istruttore delle elementari, che mi dà le botte sulla schiena per farmi rotolare, diventa un tenero ricordo.
Ma facciamo un passo indietro.
La palestra che frequento, come molte altre palestre, offre una vasta gamma di attività. Considerato lo slancio ginnico da cui stranamente sono pervasa, anziché limitarmi a fare solo zumba, nel corso delle scorse settimane ho anche sperimentato lo step e lo spinning. Il fatto che finora non sia rimasta incastrata in nessun attrezzo e non abbia subito altre forme di trauma equivalenti, mi sembra un risultato notevolissimo.
Ma il rischio l’ho corso. Ed è qui che entra in scena il temibile generale Marshall.
Lo scorso lunedì ho raggiunto la palestra con l’intenzione di partecipare alla lezione di step, come da programma. L’istruttrice di step è una persona molto simpatica, socievole e alla mano. Ma la sua caratteristica migliore è che è un po’ panzerotta. Cioè… La prima volta che l’ho vista, mi sono chiesta come mai fosse un po’ cicciotta, sebbene fosse un’istruttrice. Poi la lezione è cominciata ed ho capito. Praticamente questa istruttrice è come un vigile: fischia e muove le braccia per impartire gli ordini e…basta. Ecco perché è panzerotta. Purtroppo, lunedì scorso ho appreso che si è rotta il piede (non so come) e che per un po’ di tempo non farà lezione.
Immaginate dunque il mio sconcerto quando al posto di una biondina rubiconda, ho visto entrare in sala il sosia rinsecchito di Bruce Willis, che, in preda al furore di Die Hard, ha cominciato a disporre sul pavimento tappeti, corde, pneumatici, scale di corda, borsoni imbottiti di sacchi di sale, palloni, pesi ed un inquietante scatolone di legno. Continuate a immaginare il mio sconcerto quando ho scoperto che tutti quegli oggetti, che io avevo pensato puramente decorativi, erano stati in realtà disposti ad arte, nel tentativo di simulare un percorso (di guerra) entro il quale sarei stata costretta a muovermi incessantemente per almeno un’ora.
Il primo campanello d’allarme è cominciato a suonare quando, dopo che per la seconda volta mi era stato imposto l’esercizio del sali e scendi con la stessa gamba sull’inquietante scatolone alto più di mezzo metro, ho proposto al generale Marshall di farmi fermare per dare spazio ad altri che non lo avevano ancora fatto. La risposta mi è stata data in portoghese, ma avevo già così tanto sangue in testa, che mi è arrivata con la voce e l’intonazione di Silvia (alias Antonio, di Antonio e Michele) quando diceva: “Non esiste proprioooo! “.
Il secondo campanello d’allarme è scattato quando ho provato a rallentare il ritmo nell’esercizio dell’entra, esci, salta, con un piede, senza un piede, con due piedi, nella scala di corda adagiata, a mo’ di gioco della settimana, sul pavimento. Lo ammetto… Avevo provato a fare la furba, convinta che fosse concentrato a dare direttive a una tipa scamazzata sotto un pneumatico. Ma poi mi ha notata, si è avvicinato e mi ha rintronata a suon di “ràpido, ràpido, ràpido!!! “
Il terzo campanello d’allarme è scattato dopo un’ora abbondante, quando, convinta che avessimo finito, sono stata invitata a sdraiarmi a pancia all’aria e a fare evoluzioni addominali sotto la direzione artistica di un pallone gigante color puffo. Ci ho provato. Ce l’ho messa tutta… Ma stavo davvero morendo e prima che mi si avvicinasse per urlarmi ancora: “Rápido, rápido, rápido!!! “, mi sono rimessa in piedi, gli ho fatto ciao ciao con la manina e sono corsa ad infrattarmi negli spogliatoi, evitando di guardarmi indietro per paura che mi rincorresse per riportarmi in sala.

Morale della storia: se nasci rotonda, non muori quadrata. Puoi solo diventare un po’ più ovale.

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