Le coccinelle volano

°°°cose_perdute°°°

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L’elio spingeva il palloncino sempre più in alto.

Era la prima volta che perdeva qualcosa e nell’indecisione tra il se scegliere di seguirlo con lo sguardo e il piangere, lei scelse il pianto.

Dovettero trascorrere molti anni, prima che fosse in grado di capire che l’archetipo di ogni indecisione e successiva rinuncia risiedeva in quella lontana scelta. Ciononostante, non sapeva come porvi rimedio.

L’incapacità di prescindere dal preferire ogni volta la commiserazione di se stessa in luogo di una più salubre archiviazione della tristezza; l’istinto di attribuirsi una colpa ancestrale, piuttosto che semplicemente ricordare, per poi più serenamente dimenticare, l’oggetto e le circostanze della perdita, scandivano, come interruzioni forzate, gli svariati tentativi di riconciliarsi ogni volta con la parte più fragile della propria anima.

Perché la fragilità non si comprende.

La si può vedere imporsi ovunque, ossimoro in termini comportamentali, tanto esplicito nella purezza dei fiori che vengono calpestati impunemente dai passanti distratti oppure nella leggerezza sublime delle nubi sfrangiate e disfatte dal primo soffio di vento.

Come quello contro il quale adesso stava tentando di non muovere i propri passi.

L’uomo seduto sulla panchina di fronte mostrava novant’anni. Il borsalino calato sugli occhi gli nascondeva lo sguardo da Humphrey Bogart e la pena che, era certa, stava cercando di scacciare, compilando uno stupido cruciverba.

Finse di tossire per attirare la sua attenzione, sperando le rivolgesse la parola, ma continuò a sentire soltanto il fruscio dei rami e del suo continuo deglutire e l’uomo, di contro, rimase perfettamente indifferente.

Aprì perciò la borsa e ne tirò fuori un pacchetto delle sue fedeli amiche bionde.

Il giorno, così come lo aveva immaginato, presupponeva una presa di distanza dalla sconsideratezza degli altrimenti comuni ritmi quotidiani. Le risultava, però, tanto più difficile riuscire a rimanere ferma in quell’angolo verde di città, quanto più solleticante  si faceva l’idea di interrompere la staticità delle gambe e correre ad immergersi nella familiarità del grigio cemento e del ruvido nero asfalto.

La decisione di dedicarsi del tempo da sola e senza impegni particolari cominciava ad apparirle fuori luogo e noiosa. Ma ancora riteneva che le sarebbe stata utile.

Per tenersi buona innescò, perciò, un dialogo tra il fuco ed la farfalla che pochi attimi prima aveva osservato svolazzare intorno alla siepe di bosso che delimitava i sentieri del parco, immaginando che, in un punto a caso, si fossero ritrovati vicini e avessero deciso di fare amicizia.

Ciao, come ti chiami?” chiedeva la farfalla.

Fuco” rispondeva l’altro.

Come un fuoco che abbia perso una “O”?

Esatto, proprio così.

E non ti dispiace? Meglio fuoco che fuco, non trovi?” aggiungeva la farfalla.

No– replicava il fuco- non mi dispiace affatto. Mi dispiacerebbe piuttosto il contrario. Cosa sarebbe stato di me, se fossi stato un fuoco?

Saresti stato più caldo, più colorato e più vivace…

No– la interruppe il fuco- Credi che un fuoco sappia cosa siano il calore, il colore e la vivacità? Io credo di no. E aggiungo che, sebbene sia facile desiderare di essere altro, senza avere percezione di ciò che si è per se stessi, io preferisco essere un fuco che sa cosa sia il fuoco, piuttosto un fuoco che non sappia…

Interruppe bruscamente quella stupida conversazione immaginaria, rendendosi conto non solo di quanto fosse inutile impiegare il proprio tempo in quel modo, ma anche di quanto fossero false e incongruenti le parole che aveva deciso di usare. Inoltre, come avrebbe potuto proseguirla?

Si diede della stupida ed era la prima volta quel giorno.

Di solito capitava molto prima, già al risveglio, quando aprendo gli occhi, il primo pensiero le si incollava all’arcata dei denti, venendo talvolta fuori sotto forma di suono pronunciante gli ultimi versi di un sogno strano.

Tirò fuori una sigaretta dal pacchetto, prese l’accendino dalla tasca della giacca e di fronte al tremolio incerto della fiamma stavolta fu a se stessa che chiese se sarebbe mai stata in grado di sentirsi più calda, più colorata e più vivace.

Probabilmente no, avrebbe risposto, se non fosse stata distratta da un colpo improvviso alla spalla che le fece cadere di mano la sigaretta. Nemmeno il tempo di chiedersi cosa fosse successo e lo vide.

Un pallone colorato rotolava ai suoi piedi, poco distante dal punto in cui la cicca scappata alla presa delle dita rantolava gli ultimi strascichi di fumo.

“Ah! Questi ragazzini…” borbottò il vecchio Humphrey Bogart dalla panchina di fronte, per poi immediatamente riabbassare gli occhi e riprendere la ricerca della definizione giusta.

Fu tentata per l’ennesima volta di muovere le gambe ed alzarsi, magari per tirare un calcio al pallone e rispedirlo nel punto da cui era arrivato, ma la sfericità, il senso di pienezza e l’armonia del gioco a cui la sua forma rimandavano, le cristallizzarono l’espressione in un sorriso.

Finché non sentì il pianto.

Pianto di bambino, pianto di dolore.

Abbandonò, pertanto, i propri propositi e si mise in piedi.

Quanto tempo era rimasta seduta in quel posto? Troppo, risposero le giunture delle ginocchia.

Raccolse il pallone e tenendolo stretto sotto il braccio destro, si mosse verso la direzione da cui le giungeva il suono del pianto.

Era poco distante. Indossava una t-shirt azzurra su un paio di calzoncini dello stesso colore, ma più stinto. Aveva all’incirca sette anni. Non la notò fintanto che lei non gli si parò davanti.

“Se ti restituisco il pallone, mi prometti che smetti di piangere?”

“OH! Il mio pallone- esclamò il bambino- Pensavo di averlo perso! Grazie per averlo trovato, signora.”

“Non devi ringraziarmi- disse lei restituendogli il pallone- Voglio solo che mi assicuri che, qualora ti capitasse di nuovo di perdere un pallone o qualunque altra cosa, di qualunque cosa si tratti, non piangerai, bensì ti metterai subito alla ricerca di qualcos’altro che ti renda felice. Puoi promettermelo?”

Il bambino la fissò perplesso, ma automaticamente fece segno di sì con il capo. Dopodiché si allontanò di corsa, per andare a godersi gli ultimi scampoli di quel pomeriggio di primavera con il pallone ritrovato.

Lei, invece, rimase ferma nello stesso punto per alcuni minuti.

Ripensò alla promessa strappata al bambino e a quanto le sarebbe piaciuto vedersi strappare una promessa della stessa portata.

Forse quel giorno aveva sprecato il suo tempo decidendo di regalarsi del tempo. Ma mai avrebbe scommesso, a pensarci a priori, che, da un caso fortuito, sarebbe stata in grado di trarre uno spunto di riflessione valido alla riconsiderazione di se stessa, delle sue scelte e del modo in cui ne affrontava le conseguenze.

Scrollò la testa e rise forte.

La bambina che, molti anni prima, si era lasciata sfuggire un palloncino, riconsiderò tutte le cose che da allora aveva perso, nonché quelle che aveva ritrovato e le altre che ancora aveva, ma che avrebbe potuto perdere da un momento all’altro.

E riconsiderò se stessa, il valore delle proprie fragilità, l’importanza dell’autocoscienza e la volontà a non volersi mai più diversa da quello che era.

E quella fu la prima volta che finalmente, anziché perdere, sentì di aver guadagnato qualcosa

.

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