Le coccinelle volano


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Primeira

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– Quindi sono la prima? Ma davvero!? Che bello, così ti ricorderai di me tutta la vita.

Ipsa dixit, a testimonianza di un romanticismo letteralmente traboccante, nel mentre, sdraiata su una poltrona azzurra e con una luce piantata in faccia, intimamente nutriva la speranza che la giovanissima nuova assistente del dentista avesse ben chiara la differenza tra un trapano e una sega elettrica e che, qualora un giorno avesse ripensato alla prima paziente assistita, non si ricordasse di lei solo come un’italiana sputacchiona e senza un dente.

[Poco prima di uscire di casa, avevo letto uno di quegli aforismi motivanti, sulla correlazione tra il buio e la possibilità di vedere le stelle, la qual cosa, in procinto appunto di recarmi dal dentista, mi era sembrata in parte profetica- le stelle io purtroppo le avrei viste con o senza buio-, in parte dimostrazione di come non tutti gli aforismi motivanti calzino addosso a tutte le situazioni o a tutte le persone. E lo stesso vale per i proverbi, per le citazioni famose, per le filastrocche e per le parabole di Gesù. Dev’essere questo il motivo per cui io ho sempre pensato che la forma corretta fosse “Occhio per occhio, dente perdentee che Donato fosse il nome di un uomo con la bocca da cavallo.]

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Contare

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Una bambina conta da uno a dieci e da dieci a uno e lo fa ad alta voce come se si aspettasse  l’applauso della folla astante, per un qualcosa che ha appena imparato e che ancora le sembra tanto speciale.

Per me, imparare a contare non fu affatto speciale, ma fu una cosa che detestai fin dall’inizio, per l’ossessione con cui presi a numerare tutto ciò che mi circondava, tutto ciò che mi capitava. Mi spostavo da un posto all’altro ed erano uno, due, tre, quattro, cinque, sei passi fino a dieci… e di nuovo uno, due, tre.. (e a quel punto basta perché a tre anni non mi spostavo poi tanto). Mangiavo la pasta ed erano uno, due, tre, quattro, cinque, sei maccheroni fino a dieci… e di nuovo uno, due, tre.. (e a quel punto basta perché a tre anni non mangiavo poi così tanto).

Poi crebbi e capii che contare tutto e contare tutti, non significava contare per tutti, ma era piuttosto un non contare per niente e venni fuori da quell’ossessione raccomandandomi di contare e far contare solo ciò che di per sé contava. Il problema è che apparentemente è un tutto che conta, cui si somma un fare i conti con tutti, che non paga il conto al tempo perso a contare cose che non contavano affatto. Insomma… non ci si libera dalle ossessioni così facilmente e quand’anche si credesse di esserci riusciti, c’è un qualcosa che inevitabilmente torna a fomentarle.

E’ un po’ come togliersi o tagliarsi un pezzo e sperare che, almeno in superficie, il tessuto cicatriziale, in quanto meno elastico possa arginare  la ricostituzione di ciò che, dal profondo, vorrebbe ritornare. Solo che le cicatrici non sono tutte uguali. E la mia anima è tutta un cheloide.


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Avrei dovuto dirti ciao

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Avrei dovuto dirti ciao,

ogni volta che ne ho avuto l’opportunità,

ogni volta che ne avevo bisogno,

 lì, sulla porta che non abbiamo mai aperto,

dopo quel viaggio che non ho mai fatto,

in quella casa  dove mai abitammo,

né ci divertimmo,

e fuori le magnolie indossavano il loro primo candore,

che sullo sfondo verde delle foglie, 

faceva pensare a schizzi di candeggina su una maglia scura,

e per me era un suggerimento a ripulirmi

da ciò che non andava. 

A ripulirmi da te.

Avrei dovuto dirti ciao,

ogni volta che non ne avevo mai abbastanza,

ogni volta che sapevo era addio,

lì, su quel pavimento sempre troppo freddo,

su quel treno che mi portava verso casa,

mentre io volevo andare da un’altra parte,

dalla tua parte,

e lo zaino era pieno dei regali che avevo pensato di farti,

quel giorno che era primavera,

ma per quanto piansi mi sembrava novembre.

Avrei dovuto dirti ciao,

seduta, distesa o in piedi,

persino caracollante.

Ti ho detto vaffanculo.

Spero vada bene lo stesso.


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Se non fosse

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Stasera c’è vento e, se non fosse Natale, mi ricorderei del freddo che ho dimenticato, delle bufere che sradicavano gli alberi di noci, dei treni bloccati a Zagarolo, dei cappotti che ho regalato e delle sciarpe che non ho più indossato.
Stasera l’orizzonte è pieno di luci e, se non fosse Natale, ripenserei ai presepi di carta pesta e muschio, alle statuine di San Gregorio Armeno e, soprattutto, agli struffoli e ai roccocó.
Stasera la musica nell’aria è diversa e, se non fosse Natale, sarei tentata di credere che il fan di Laura Pausini ha cambiato casa.
Stasera gli allievi dell’accademia musicale si esercitano col flauto e, se non fosse Natale, le soavi note di astro del cielo mi riporterebbero ai miei otto anni, alla chiesa dell’immacolata e a Don Antonio che, insieme alle ostie, dispensava carocchie.
Stasera gli atri e i negozi brillano a intermittenza e, se non fosse Natale, penserei che è il ventitré di ottobre, mi trovo in Brasile e i termometri sono fermi da giorni sui quaranta gradi.

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Chiedimi di restare

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Chiedimi di restare,
come se questa notte
non ci avesse già privati
della luce più bella.
Se aspetti ancora,
del nuovo giorno
scopriremo il fallace inganno
e, mesti, rimpiangeremo l’ardire,
come eroici vigliacchi
tramortiti dal vento.
Ma ora che il mondo è uno spauracchio silente,
ora che il tempo è una falena morente,
ora soltanto,
chiedimi di restare.


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Secondo la leggenda, c’era una volta un dio serpente, di nome M’boy, innamorato della bellissima figlia del capo della tribù a lui devota. Ma la ragazza, che si chiamava Naipì, non se lo filava di pezza e, nonostante M’boy gli avesse promesso ori, incensi, birra (rigorosamente Skol) e tanto altro, un giorno decise di prendere il largo col suo amante, Tarobà, per nulla dio, ma forse molto più serpente, e insieme, a bordo di una canoa, si avventurarono nelle acque del fiume Iguaçu, con l’intenzione di raggiungere la confluenza con il Paraná, tirare dritto fino a Buenos Aires e trascorrere allegramente la vita ballando il tango e mangiando empanadas. Ma M’boy li colse sul fatto, spaccò la terra, deviò il fiume e creò le famose cascate di Iguaçu, trasformando la ragazza in roccia ed il suo amante in palma. Si racconta che ancora adesso i due amanti si guardino da lontano, senza mai riuscire ad abbracciarsi.
LETTERA A NAIPÌ , la ragazza che rifiutò il dio serpente,  scappò con il canottiere, provocò la creazione delle cascate e fu trasformata in roccia.
Cara Naipì, come stai? Sicuramente un po’ acciaccata, considerate le bordate d’acqua che ti accolli da millenni. Lo so, col senno di poi, ti sei resa conto che, forse forse, non è stata tanto geniale l’idea di rifiutare un dio per scappartene con un comune mortale, che sarà stato pure un fusto, prima di ragazzo, poi di palma, ma che, contrariamente a quanto solo gli stolti pensano, ormai da tempo è stato trascinato via dalla corrente ed è marcito chissà dove. Perché le rocce sono immortali, ma le palme no.
Te ne stai lì, immobile da un’eternità, coperta di muschi, bagnata dal fiume e molestata dai turisti, che nemmeno si accorgono di te, perché nessuno si è mai premurato di indicare loro quale di quelle migliaia di rocce sei tu. Anzi,  la maggior parte  nemmeno conosce il tuo nome o la tua storia. E ti senti sola, sempre e comunque, anche quando ripensi all’incipit della canzone che ti ha insegnato quell’italiano che è venuto a girare il video dalle tue parti. “Io lo so che non sono solo anche quando sono solo.”
Tu sei sola, cara Naipì, ma hai di che essere fiera. Se fossi stata solo un po’ meno ribelle e diversamente egoista, adesso il mondo avrebbe una meraviglia in meno. Quindi, tirate le somme e considerato il servizio che hai prestato per l’umanità, alla fine ti è andata anche bene. Ma solo perché sei nata milioni di anni fa. Al giorno d’oggi, scelte come la tua non generano alcuna cascata… Semmai qualche caduta. E ti assicuro che non c’è nulla di meraviglioso in questo.