Le coccinelle volano

Mariana

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Incontriamo un furgoncino volkswagen abbandonato, all’interno del quale si nasconde un gatto da guardia che mi guarda in cagnesco. La strada si innesta su Rua Conego Amando. Verso destra, dopo le foto profane scattate fuori dai luoghi sacri dell’Igreja Sao Pedro dos Clérigos, l’Igreja Nossa Senhora Rainha dos Anjos e l’Igreja Nossa Senhora do Carmo, l’abbiamo già percorsa tutta, inoltrandoci in un quasi nulla riempito da canne di bambù, case basse, un motociclista solitario e una ragazzina altrettanto sola, ricorsa da un cucciolo di cane troppo piccolo per scalare il marciapiedi e disperato per questo. Persino il ragazzo a cui chiediamo  informazioni per raggiungere il museo della musica ci chiede a sua volta “O que?”, perciò lasciamo perdere e stavolta decidiamo di procedere verso sinistra, riavvicinandoci al centro.

È come aver fatto un lungo giro in tondo e ci riaccostiamo, da un ingresso diverso, al giardino in cui un’ora prima ci siamo riposati e che adesso è pieno di persone che cercano riparo da un sole tanto forte da bruciarmi le spalle. Spingo lo sguardo verso l’interno, ma non va più in là di tanto, lasciandomi con il dubbio sulle sorti di quella coppia che se ne stava seduta sulla panchina di fronte alla nostra. Doveva essere un primo appuntamento. Lo si capiva dalla distanza dei corpi, dal modo in cui si fermavano a riflettere dopo ogni bacio, dalla finta disinvoltura con cui riprendevano a chiacchierare, lei rossa in viso, lui con troppi gesti.

Adesso non ci sono panchine libere e occupiamo un pezzo del muretto esterno. Io però solo per poco, perché la mosca più brutta del mondo decide di scalarmi i fianchi e allora balzo in piedi urlando: “Liberami” Liberami! Liberami!”, perché sto reggendo la borsa, la macchina fotografica e il telefono, e non posso certo agitare le braccia e saltellare, simulando i tentativi di volo di un cappone, come ho fatto quando appena arrivati mi è planata addosso una blatta volante, fuori dal bar della sgommata, dove, con la scusa di un caffè, ci eravamo fermati esclusivamente affinché io usassi il bagno, solo che in Brasile non tutti i baristi fanno i caffè e allora abbiamo comprato un’acqua e quando io ho chiesto del bagno, prima sono stata ignorata, poi mi è stata data una chiave, poi mi è stata indicata una porta, poi la chiave non girava e poi per fortuna il barista mi ha aiutata ad aprire la porta, altrimenti sarebbe stata la sosta al bar della sgommata più inutile della mia vita.

Comunque, vengo liberata, ma non ho più il coraggio di sedermi e riprendiamo a camminare. Arriviamo a Praca da Sé, che forse si chiama così perché vale per tre, dove si trova la cattedrale Nossa Senhora da Assunção, che è visitabile per soli cinque reais. Analizzo velocemente il modo in cui sono vestita. Nella maggior parte delle chiese italiane, pure ad agosto, ci entri solo coperto da capo a piedi. Ancora conservo l’orribile tunica di carta vetrata blu, acquistata e indossata per entrare a San Petronio e non mi dimentico certo di quella volta che venne a visitarci Salvatore dalla Sicilia e lo portammo al duomo di Pompei e lui indossava i calzoncini e lo costrinsero a comprare e indossare un pareo che sembrava una gonna e, tra mille risate, dovemmo fargli da guida io e mio fratello, perché mamma non era venuta e papà pure indossava i calzoncini, ma lui a Pompei si era cresimato e quindi la chiesa la conosceva più che bene e poi non gli andava proprio né di comprarsi né di indossare un pareo. In Brasile, evidentemente, non funziona così. Mi basta notare la bionda con il toppino e i minishorts per convenire che la mia canottiera al confronto è una maglia della salute e, sì, le mie scarpe sono l’una diversa dall’altra, il che le rende improbabili, ma non improponibili, almeno non a me.

Nella cattedrale è vietato fare foto ed è un peccato, perché una statua del Cristo, tanto somigliante alla mamma di Carrie lo sguardo di satana, nella scena in cui la figlia la crocifigge coi coltelli, io non l’ho mai vista. Il pezzo forte, a quanto dicono le guide, è l’organo, poiché unico esemplare del Settecento, presente fuori dall’Europa.  Il fatto è che in Brasile di Settecento documentati ne hanno uno, noi in Italia almeno tre ed è per questo che quando, nel museo storico di Belo Horizonte, ho trovato esposti oggetti del 1965, ho realizzato che, se viene a trovarmi mia suocera, è meglio non farle visitare alcun museo, altrimenti la sequestrano e la espongono come reperto preistorico o, nel migliore dei casi, come un pezzo del Rinascimento italiano che, considerata la frequenza con cui incontro la Gioconda, qui in Brasile, è davvero di tendenza.

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15 thoughts on “Mariana

  1. Mari tu hai il dono della scrittura! Mi fai troppo divertire con la tua ironia… il gatto da guardia che guarda in cagnesco è un gioco di parole di un’abilità eccelsa…. tu dovresti scrivere un libro ragazza mia… riesci a trarre un racconto da qualsiasi cosa… Brava!

  2. Lovely Photos- Bello bello 🙂

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