Le coccinelle volano


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Smile like you mean it

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Mi aspetto grandi cose da me, grandi momenti d’amore, idee che fanno battere il cuore e, dopo i momenti di confusione, sorridere. (Luca Carboni)

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L’eco degli scoppi

“Mi piace aggiungere materiali alle tele. Mi aiuta ad esprimere fino in fondo come mi sento”

Sembra persino facile mantenere l’orientamento, seguendo le linee perpendicolari delle pareti che limitano gli spazi, e, con gli occhi, aggrapparsi alle macchie di rosso, troppo forti per non venir fuori dalle cornici a mettermi in disordine i pensieri.
Ma non lo è.

Provo a sentirmi lontana come effettivamente sono, non per una questione di kilometri o di oceani, quanto di rughe e doppie punte, rispetto a quando, seduta a gambe incrociate con la schiena poggiata contro il parapetto, chiedevo a mio fratello di aprire il manuale su una pagina a caso, con la scusa di scoprire quanto sapevo di qualcosa di cui adesso nemmeno ricordo i fondamenti, ma in realtà solo per dimostrargli, al di là di tutti gli abbracci, quanto fossi felice che stesse lì con me. L’esame sarebbe andato bene e, dopo due giorni, avremmo fatto festa, tutti insieme, e, finalmente, almeno per un po’, non avremmo pensato a Londra, alle bombe e a quale logica segue il caso quando distribuisce disperazione o sollievo.

Ma l’esperimento fallisce e allora cerco di sentirmi il più possibile ferma e vicina alla mano che stringo, alle dita che soffoco, ai passi che seguo. Perché davvero “if the bomb goes off again in my brain or on the train, then I hope that I’m with you, ‘cos I wouldn’t know what to do”. Sebbene la speranza, la fortuna, il caso e tutte quelle altre cose a cui siamo bravi a dare un nome pur non potendo dar loro una forma, c’entrino nulla. Perché le bombe esploderanno sempre e non importa di quanta arte o bellezza cercheremo di riempirci gli occhi per fingere che non ci facciano paura.

Alla fine del corridoio, la parete bianca è nascosta da uno strano quadro.
– Se fossi un pittore, anch’io,  per esprimere al meglio come mi sento, aggiungerei dei sacchi di juta alle tele.
– Perché? Come ti senti?
– Una pezza.


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La cazzimma dell’italiano all’estero

Una ragazzina mi si avvicina.

– Sei italiana?

Me lo chiede in questi termini. Non dice “Você é da Itália?” o “Are you italian?”. No no. Mi si rivolge proprio in italiano.

Trascorriamo il pomeriggio insieme, impegnandoci, gomito a gomito, nell’officina artistica. Mi racconta che i suoi genitori sono entrambi italiani, emigrati per motivi di lavoro, e che lei è nata in Brasile (quindi è brasiliana), ma che le piacerebbe vivere a Bologna. Mi racconta tante cose. E per tutto il tempo continua a parlarmi in italiano.

La sala in cui ci troviamo è piena di persone, ma ipotizzo che sia stata accompagnata e lasciata lì da sola, anche perché, se fosse stato presente uno dei suoi genitori, pure dall’altro lato della sala, ci avrebbe notate e, fosse anche solo per curiosità, si sarebbe avvicinato per capire con chi stava parlando sua figlia e, magari, per stringere la mano ad una connazionale.

In realtà, la ragazzina non si trova lì da sola,  bensì è in compagnia della mamma (italiana) e della nonna (italiana). Ma questo io lo scopro solo dopo quattro ore, cioè al momento di andare via, quando la ragazzina amabilmente mi saluta con un “ci vediamo!”, mentre la madre, rigorosamente a distanza, senza nemmeno incrociare il mio sguardo e fingendosi più brasiliana di Ivete Sangalo, la invita a sbrigarsi ripetendo: “Filha, temos que ir.”

Non sono mai stata considerata una persona poco raccomandabile e, nel complesso, do sempre una buona impressione. È il motivo per cui, dopo esserci rimasta parecchio male, mi sono liberata di ogni responsabilità personale ed ho ascritto la sprucidezza della madre della ragazzina a quella che ho ormai ribattezzato come “la cazzimma dell’italiano all’estero”.

In questi primi otto mesi di Brasile, vivendo peraltro in una città che annovera tra i suoi abitanti ben trentamila italiani, mi è capitato di incontrare qualche compatriota. Pochi, ma li ho incontrati.

Ad essere sincera, io per prima non li ho cercati molto, essendo dell’idea che, quando fai una scelta di vita talmente drastica e vai a vivere in un altro continente, per ambientarsi più rapidamente, per apprendere la lingua, per conoscere costumi e cultura, è preferibile fare amicizia con persone del luogo.

Ciononostante, l’esperienza in fatto di incontri con i connazionali, e faccio riferimento agli incontri puramente casuali, mi ha permesso di stilare la seguente gamma di comportamenti.

L’italiano all’estero:
– Ti ignora
– Non ti ignora, ma per dimostrarti la sua superiorità ti offre un biglietto da visita
– Ti racconta di quanto sia ben integrato, ma non ti dà alcun consiglio
– Si informa su cosa intendi o ti piacerebbe fare, ma anche in questo caso non ti dà alcun consiglio, bensì ti desta quasi il sospetto che si stia informando solo per accertarsi che tu non abbia intenzione di invadere il suo campo
– A dispetto di quanto ti abbia precedentemente e lungamente ignorato, improvvisamente si ricorda che esisti e comincia a tampinarti di telefonate e richieste di incontri, ma solo perché ha dei problemi, lo sfogo in lingua madre è sempre il migliore e, probabilmente, tu sei l’unica italiana in circolazione che ancora non ha avuto il tempo di maturare la cazzimma dell’italiano all’estero.

PS: il contenuto del post è altamente opinabile. Tutti coloro che hanno vissuto o vivono esperienze diverse, sono liberi di contraddirmi. Mi darebbero modo di credere che ho ancora speranza.