Le coccinelle volano

Anto

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T’incontrai in un giorno qualunque, uno dei tanti che avrei preferito non vivere o passare oltre, con la stessa facilità con cui cambiavo il foglio al calendario se l’immagine non mi piaceva.

Mio padre, l’orco dai cui lombi era scaturito il seme asprigno e responsabile di metà della mia vita bastarda, prima che uscissi di casa, mi aveva rammentato a suo modo il mio valore.
“Sparisci brutta stronza!” era la frase con cui stroncava tutti i miei disperati tentativi di innescare un dialogo. 
Quando l’assenza dei sintomi da sbronza gli concedeva di spiccicare verbo oltre il limite del semplice improperio o della banale offesa, al quale altrimenti doveva sottostare data l’incapacità di articolare bene i suoni, riusciva ad essere più sgradevole di un sorso di candeggina, se solo avessi mai trovato il coraggio di assaggiarla. Di solito, però, ci ignoravamo, per la volontà, da parte sua, di negare la mia esistenza e, da parte mia, di fingere che tutto fosse stupendo.
Non lo era affatto.
Dicono che chi si accontenta gode, ma io non ne sono convinta, perché ad accontentarsi di quello che avevo allora avrebbe goduto solo una persona in sommo grado masochista, per esempio mia madre, una donna che, se non fosse stata così stupida, sarebbe stata il perfetto emblema dello stoicismo coatto.
Una foto incorniciata d’argento al centro del comò nella camera da letto, rappresentava la coppia di giovani ventenni e apparentemente innamorati che erano stati. Ero ancora piccola e già, guardandola, stentavo a riconoscere in quelle facce i tratti familiari dei miei genitori. Le due bocche sorridenti stampate su carta kodak di pessima qualità si addicevano a due estranei, colti alla sprovvista, ma con l’espressione migliore, non di certo a chi di quell’espressione nella mia quotidianità non aveva mai dato prova; un’espressione che stonava col disordine delle nostre vite.
Ancora adesso, rivivo l’infanzia soltanto costretta dagli incubi frequenti che mi tormentano il sonno. L’inconscio porta a galla svariate situazioni, ma di fondo c’è un leitmotiv ed è la voce strascicata di mia madre che grida il mio nome. 
Io mi chiamo Antonella, ma lei non ha mai pronunciato il mio nome per intero. Stanca e distrutta dalle sue stesse colpe, si bloccava dopo le prime due sillabe, lasciando in sospeso le altre come forma di promessa garante, cosicché, quando il nome sarebbe stato enunciato per intero, la correttezza di forma da sola sarebbe valsa quale inizio di una storia migliore. Era questa una mia fanciullesca illusione, correlata all’abitudine di cambiare i nomi ai personaggi delle favole nel disperato tentativo di inventarne delle nuove.
Sono stata Anto per tanti anni. Per mia madre lo sono ancora.
Per mio padre, invece, ero la scema, l’inetta e, come ho già detto, la brutta stronza.
Sarebbe stato facile per me considerare i miei genitori in maniera spregevole, alla stregua degli scarafaggi che mi divertivo a schiacciare nei pomeriggi trascorsi in punizione nello sgabuzzino. Ma erano i miei genitori e, all’epoca, ancora credevo di dover loro qualcosa.

Non ricordo se quel giorno la sua rabbia era immotivata- sono ancora troppo incline al senso di colpa per non sentirmi responsabile di ciò che di cattivo mi accadeva e mi accade intorno- ma ricordo che non aveva bevuto troppo perché era abbastanza lucido da riuscire a centrarmi in pieno viso quando mi allungò uno schiaffo. Non mi difesi, non lo facevo mai, ma infilai la porta e poi le scale, di corsa, fermandomi sulla balaustra giusto il tempo di tirare fuori un vecchio fazzoletto dalla tasca ed asciugarmi gli occhi e il naso. 
Sarei fuggita ovunque, sarei sparita volentieri, mi sarei privata senza rimpianti di quel fardello di carne e sangue che mi infagottava l’anima in forme poco attraenti e ancora non mature, ma inconsciamente speravo che a qualcuno sarei mancata e, in fondo, mi mancava il coraggio.
Camminai tanto, imboccando vicoli alla cieca, anche quelli ciechi, e senza orientamento. Avevo smesso di piangere e per riempirmi gli occhi li alzavo verso i tetti, dove comignoli grigi sbuffavano fumo nero, indice del calore nelle case e del freddo fuori.

Poi comparisti tu.
Forse eri fermo in un angolo, forse mi venisti incontro.
“Hai da accendere?” mi chiedesti e mi venne da ridere perché solo pochi attimi prima avevo vagheggiato di dar fuoco alla mia casa e a tutto quanto conteneva, me compresa. E non lo avevo fatto solo perché non avevo da accendere. Tu non potevi saperlo e, di fronte alla mia ilarità, fu scontata la tua reazione di sconcerto.
“Come ti chiami?”
Dal tuo tono di voce non riuscivo a capire se ti facevo più pena o ribrezzo e stavo per risponderti Anto, quando mi bloccai di colpo, ci pensai su un momento e con voce sicura ti dissi: “Antonella”.

La correttezza di forma, da sola, mi valse quale inizio di una storia migliore.

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