Le coccinelle volano


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Otto Marzo

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Il mio pensiero per la festa delle donne va ad alcuni degli uomini che fanno gli auguri alle donne per la festa delle donne.

Agli oltranzisti per un giorno, che, come ultrà  affetti da sindrome bipolare, si riscoprono improvvisamente sostenitori della squadra avversaria e sciorinano slogan, aforismi e sentenze che, nell’arco di ventiquattro ore, archivieranno, per tornare allegramente a cantare Ollellè Ollallà faccela vedè, faccela toccà.

Ai fantasmi dell’otto marzo passato, che, puntuali come la morte, ti inviano un messaggio di auguri, ottenendo come risultato che ti ricorderai di loro nelle tue preghiere e gli dedicherai un eterno riposo, affinché, dal purgatorio in cui li hai o si sono autoconfinati, passino quanto prima al livello successivo.

Agli sfigati cronici, quelli che fin da adolescenti, regalavano mimose (e solo loro, perché quelli che ti piacevano, col cavolo!) a tutte le ragazze della classe, alle professoresse scorbutiche e pure alle bidelle, nella vana speranza che, in mezzo a quel gran numero, qualcuna ci cascasse, come  imbucati ad una festa a cui non sono stati invitati, che tentino di conquistare la festeggiata col regalo più bello.

Insomma, a tutti quelli che colgono questa occasione per dedicare un pensiero, un omaggio, un fiore e non lo fanno perché gli interessa davvero celebrarti, bensì solo per mettersi in buona luce, alla stregua di un satellite di periferia che solo una volta l’anno, riesca a cogliere qualche riflesso e ad emettere un minimo di bagliore.

A tutti gli altri, no, non va il mio pensiero. Magari un grazie, cui spero replichino di nulla.


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La vita non ci appartiene

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“La vita non ci appartiene, ci attraversa. La sua vita era la medesima che spinge uno scarafaggio a zoppicare su due zampe quando è stato calpestato, la stessa che fa fuggire una serpe sotto i colpi della zappa tirandosi dietro le budella. Anna, nella sua inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta, dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne. Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l’energia che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare contrastando il gorgo che ci tira giú.”

Niccolò Ammaniti- Anna


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Anto

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T’incontrai in un giorno qualunque, uno dei tanti che avrei preferito non vivere o passare oltre, con la stessa facilità con cui cambiavo il foglio al calendario se l’immagine non mi piaceva.

Mio padre, l’orco dai cui lombi era scaturito il seme asprigno e responsabile di metà della mia vita bastarda, prima che uscissi di casa, mi aveva rammentato a suo modo il mio valore.
“Sparisci brutta stronza!” era la frase con cui stroncava tutti i miei disperati tentativi di innescare un dialogo. 
Quando l’assenza dei sintomi da sbronza gli concedeva di spiccicare verbo oltre il limite del semplice improperio o della banale offesa, al quale altrimenti doveva sottostare data l’incapacità di articolare bene i suoni, riusciva ad essere più sgradevole di un sorso di candeggina, se solo avessi mai trovato il coraggio di assaggiarla. Di solito, però, ci ignoravamo, per la volontà, da parte sua, di negare la mia esistenza e, da parte mia, di fingere che tutto fosse stupendo.
Non lo era affatto.
Dicono che chi si accontenta gode, ma io non ne sono convinta, perché ad accontentarsi di quello che avevo allora avrebbe goduto solo una persona in sommo grado masochista, per esempio mia madre, una donna che, se non fosse stata così stupida, sarebbe stata il perfetto emblema dello stoicismo coatto.
Una foto incorniciata d’argento al centro del comò nella camera da letto, rappresentava la coppia di giovani ventenni e apparentemente innamorati che erano stati. Ero ancora piccola e già, guardandola, stentavo a riconoscere in quelle facce i tratti familiari dei miei genitori. Le due bocche sorridenti stampate su carta kodak di pessima qualità si addicevano a due estranei, colti alla sprovvista, ma con l’espressione migliore, non di certo a chi di quell’espressione nella mia quotidianità non aveva mai dato prova; un’espressione che stonava col disordine delle nostre vite.
Ancora adesso, rivivo l’infanzia soltanto costretta dagli incubi frequenti che mi tormentano il sonno. L’inconscio porta a galla svariate situazioni, ma di fondo c’è un leitmotiv ed è la voce strascicata di mia madre che grida il mio nome. 
Io mi chiamo Antonella, ma lei non ha mai pronunciato il mio nome per intero. Stanca e distrutta dalle sue stesse colpe, si bloccava dopo le prime due sillabe, lasciando in sospeso le altre come forma di promessa garante, cosicché, quando il nome sarebbe stato enunciato per intero, la correttezza di forma da sola sarebbe valsa quale inizio di una storia migliore. Era questa una mia fanciullesca illusione, correlata all’abitudine di cambiare i nomi ai personaggi delle favole nel disperato tentativo di inventarne delle nuove.
Sono stata Anto per tanti anni. Per mia madre lo sono ancora.
Per mio padre, invece, ero la scema, l’inetta e, come ho già detto, la brutta stronza.
Sarebbe stato facile per me considerare i miei genitori in maniera spregevole, alla stregua degli scarafaggi che mi divertivo a schiacciare nei pomeriggi trascorsi in punizione nello sgabuzzino. Ma erano i miei genitori e, all’epoca, ancora credevo di dover loro qualcosa.

Non ricordo se quel giorno la sua rabbia era immotivata- sono ancora troppo incline al senso di colpa per non sentirmi responsabile di ciò che di cattivo mi accadeva e mi accade intorno- ma ricordo che non aveva bevuto troppo perché era abbastanza lucido da riuscire a centrarmi in pieno viso quando mi allungò uno schiaffo. Non mi difesi, non lo facevo mai, ma infilai la porta e poi le scale, di corsa, fermandomi sulla balaustra giusto il tempo di tirare fuori un vecchio fazzoletto dalla tasca ed asciugarmi gli occhi e il naso. 
Sarei fuggita ovunque, sarei sparita volentieri, mi sarei privata senza rimpianti di quel fardello di carne e sangue che mi infagottava l’anima in forme poco attraenti e ancora non mature, ma inconsciamente speravo che a qualcuno sarei mancata e, in fondo, mi mancava il coraggio.
Camminai tanto, imboccando vicoli alla cieca, anche quelli ciechi, e senza orientamento. Avevo smesso di piangere e per riempirmi gli occhi li alzavo verso i tetti, dove comignoli grigi sbuffavano fumo nero, indice del calore nelle case e del freddo fuori.

Poi comparisti tu.
Forse eri fermo in un angolo, forse mi venisti incontro.
“Hai da accendere?” mi chiedesti e mi venne da ridere perché solo pochi attimi prima avevo vagheggiato di dar fuoco alla mia casa e a tutto quanto conteneva, me compresa. E non lo avevo fatto solo perché non avevo da accendere. Tu non potevi saperlo e, di fronte alla mia ilarità, fu scontata la tua reazione di sconcerto.
“Come ti chiami?”
Dal tuo tono di voce non riuscivo a capire se ti facevo più pena o ribrezzo e stavo per risponderti Anto, quando mi bloccai di colpo, ci pensai su un momento e con voce sicura ti dissi: “Antonella”.

La correttezza di forma, da sola, mi valse quale inizio di una storia migliore.


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Poi smetto

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– Lei fuma?

Lo sapevo che me lo avrebbe chiesto. In fondo, è la prima cosa che un medico ti chiede. Solo che io adesso cosa gli rispondo? Sì, no, forse?

Ok, sì, fumo. Ma è pur vero che, no, non fumo. Cioè, non fumo da tre ore e per una che sta tentando di smettere è come se non avesse mai fumato. Del resto, io sono bravissima a smettere, smetto di continuo, smetto tutti i giorni, smetto tutte le volte che spengo una cicca. Il problema è che sono altrettanto brava a ricominciare. Così brava che non perdo un’occasione per ricominciare; praticamente ricomincio con la stessa frequenza con cui smetto.

Nella gestione della mia relazione col fumo, mi dovrei ispirare (oltre che inspirare) al modo in cui ho sempre gestito i miei rapporti con le persone tossiche, dannose, nocive. Perché, nei rapporti interpersonali, al primo segnale di danno, reale o potenziale, ho sempre smesso immediatamente di cercare, di pensare, persino di amare, senza mai ricominciare. Invece con le sigarette è un continuo lasciarsi e ritornare, scappare e farsi trovare, ti odio e poi ti amo e poi ti amo e poi ti odio e poi ti amo…

Il dottore, intanto, ancora attende la mia risposta.

– Lei fuma?

– Sì- rispondo.

Ma in compenso non mi drogo, non bevo alcolici, non uso psicofarmaci e non soffro di allergie. E, comunque, dopo questa sigaretta, smetto. Promesso.

 

 


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Non riesco a condividere il gusto per la condivisione, la voglia e, in second’ordine, la consapevolezza, probabilmente piacevole, di essere simile, se non addirittura uguale, per gesti, pensieri e idee, ad un manipolo di estranei che si avvale dello strumento social per informare il mondo sulle proprie abitudini, attitudini e consuetudini.

Non faccio riferimento agli aggiornamenti di stato più o meno interessanti (per fortuna, pare sia stata superata la fase in cui ogni santo cristiano era preda della smania di aggiornare il popolo prima di dormire, prima di fumare, prima di lavarsi, prima di mangiare, etc.).

Faccio riferimento ai link, ossia a quei contenuti creati col solo scopo di essere condivisi e, quindi, per loro natura altamente condivisibili, in quanto connotati di una banalità e di una pochezza a dir poco disarmante. Perché io capisco gli scazzi, le frustrazioni, i rompimenti di scatole e tutto il resto, ma che si abbia bisogno di informare gli altri in merito al proprio punto di vista, condividendo la foto di una strappona con didascalia “Non mi è mai interessato piacere a chiunque. Preferisco un’antipatia vera ad una falsa amicizia”, lo trovo parecchio triste.

Ancor peggio poi la recente tendenza, in voga soprattutto tra i miei contatti più giovani, di rendere partecipi gli altri della propria tipologia di reazione a fronte di qualsivoglia, scontatissimo evento, mediante condivisione di video girati da coetanei, il cui unico talento è una totale e sfrontata mancanza del pudore rispetto alla possibilità di ridicolizzarsi e immortalare il momento su yuotube, per la libera fruizone dei contemporanei e dei posteri. Un fioccare di video il cui titolo comincia quasi sempre con “Quando…”, una galleria di situazioni sciatte (es. quando sei sul divano, quando la tua ragazza è al bagno, quando il ragazzo che ti piace non risponde ai tuoi messaggi, etc…), cui l’utente medio si relaziona, non solo condividendo, taggando e apprezzando, ma anche accompagnando la pubblicazioni con commenti giubilanti relativi al riscontro di una conformità totale della situazione filmata, rispetto a quello che è il loro atteggiamento nell’affrontare o vivere la stessa situazione.

Comprendo il desiderio di accettazione, la necessità di sentirsi parte del gruppo, il sollievo che comporta scoprire (l’acqua calda) che esistono migliaia di persone che reagiscono ai pali, ai due di picche, alla stanchezza, ai ritardi e ad altre svariate ed eventuali situazioni nello stesso identico modo in cui reagiamo noi. Lo comprendo. Sul serio. E questo post non avrebbe alcuna ragione di esistere se non fosse che, di ultimo, una persona che ho avuto la sfortuna di conoscere e frequentare per lungo tempo e che, ancora adesso, si tiene saldamente al primo posto della mia personale classifica degli idioti senza possibilità di guarigione, ha deciso di diventare uno youtuber e ha cominciato a riempire l’etere di video della tipologia di cui sopra.

PICCOLA DIVAGAZIONE SUL TEMA

Durante una trasferta di lavoro, una sera a cena, mi si pose questa domanda.

– Sai che differenza c’è tra uno stallone, un puledro e un cavallo?

In verità non lo sapevo e avrei continuato a vivere benissimo pur non sapendolo, ma poiché all’epoca i miei datori di lavoro avevano deciso di darsi all’ippica e, dunque, la garanzia che continuassero a pagarmi lo stipendio dipendeva da quanto fossi brava a fingermi coinvolta nel mondo equestre, richiamai i pensieri dalle praterie in cui li avevo lasciati liberi, chiesi solertemente “quale?” e buona buona mi sorbii tutta la spiegazione.

In realtà, per quanto mi impegnassi a fingere, a me dei cavalli fregava davvero poco. Sarei stata molto più felice se, anziché in un frisone da competizione, avessero investito i soldi in una batteria di polli. Almeno c’avrebbero guadagnato in cotolette. E fu, forse, per questo motivo che tenni in piedi la conversazione domandando a mia volta.

– Sarà che la differenza che intercorre tra il cavallo, il puledro e lo stallone è la stessa che distingue i polli, i pulcini e i galli?

E fu allora che l’idiota senza possibilità di guarigione, fino a quel momento silenzioso come un vegetale, intervenne con un memorabile contributo.

– Scusami, eh? Ma i polli non sono galline? Io ho sempre pensato che i polli erano galline a cui tiravano le piume.

Nessuno ebbe il coraggio di replicare. Nemmeno per spiegargli che un pollo è un pollo e in quanto pollo non può essere gallina, poichè la gallina fa le uova, fa la cova, fa il brodo e il pollo no.

TORNANDO AL TEMA

Comprendo il desiderio di accettazione, la necessità di sentirsi parte del gruppo, il sollievo che comporta scoprire che esistono migliaia di persone che reagiscono ai pali, ai due di picche, alla stanchezza, ai ritardi e ad altre svariate ed eventuali situazioni nello stesso identico modo in cui reagiamo noi. Lo comprendo. Sul serio. Ma la prossima volta, prima di condividere, taggare e dichiararvi orgogliosi di quanto l’autore del video abbia colto in pieno il vostro mood, fermatevi a riflettere sulla probabilità che l’autore di quel video, coloro che lo seguono e tante altre migliaia di persone che reputano degno di millanto emettere versi da asino in calore quando lui/lei non risponde, potrebbero non conoscere la differenza tra un pollo e una gallina. E voi siete tanto fieri di somigliargli!

 


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Ostinazione

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Le cloache di notte somigliano
a fiumi nascosti. 
Scommetti che a perdere il cuore
guadagni più spazio?
Sul banco dei pegni
ho impegnato
il mio ombretto di rosa.
Palpebre nude non chiudo
per cogliere il resto
di quello che resta
sul conto in sospeso 
dei nostri sospesi.

Le formiche al tramonto ricordano
grani di pepe.
Sai contare al contrario, partendo
da cifre irrisorie?
Sotto l’arco
s’inarca in trionfo
la triade imperfetta.
Me stessa, quell’altra o la stessa 
si chiudono a riccio.
Per capriccio
mi cavo d’impiccio.
Mi sento di troppo.