Le coccinelle volano


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Cattiva notizia

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Nutrivo il sospetto di non esserle molto simpatica.  Non che si fosse mai comportata male con me. Era una semplice intuizione, corroborata dal modo in cui mi guardava, dal sorriso sempre un po’ forzato, dalla formalità dei gesti.
Ricordo che, una volta, mi era ripetutamente passata accanto senza salutarmi, senza neppure guardarmi.
Perciò, quando vedendomi, mi è venuta subito incontro e mi ha abbracciata forte e mi ha chiamata tesoro, ho avuto matematicamente la certezza che di lì a poco avrei ricevuto una cattiva notizia, di cui lei era già al corrente.

Perché, per valutare la reale gravità della tua situazione, devi basarti non tanto  sul modo in cui affetta chi ti vuol bene, il cui dispiacere è ovvio e scontato, quanto sul modo in cui riesce a smuovere manifestazioni di affetto persino in chi, in altre circostanze, ti avrebbe serenamente ignorata. Come accade a quei cantanti che nessuno si fila di pezza, ma quando muoiono finiscono subito in hitparade.


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Prezzo pieno

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Che la ragazza non sia particolarmente sveglia, lo capisco in fretta, poiché, dopo avermi chiesto di cosa ho bisogno, prima mi guarda come se le avessi nominato la polvere di fata, poi sparisce tra gli scaffali per dieci minuti.
Premetto che vado spesso in quella farmacia ed il prodotto di cui ho bisogno, nelle ultime settimane, l’ho acquistato già tre volte, quindi non sono io quella che le ha fatto una richiesta strana, ma è lei quella a cui ancora non è scattata la sveglia.
Torna, passa la scatolina sul display e mi comunica il prezzo. Poi mi pone la domanda fatidica.
– Lei è già cadastrata nel nostro sistema?
– Ecchenesò…boh…ma penso di sì, perché, tutte le volte che vengo a comprare qualcosa, mi chiedete i documenti.
– Mi dia il suo CPF.
Apro il portafogli e le allungò la tessera.
Fa un veloce controllo e con tono quasi trionfante, esclama – E no! Lei non è cadastrata.
A quel punto, parte il terzo grado.
Nome, cognome, data di nascita, indirizzo, casa o appartamento?, numero di appartamento, stato civile, numero di telefono, indirizzo email.
– Qual è il CEP?
– Che cos’è il CEP?
– Il numero della strada in cui vive.
– Ah, ho capito, tipo il CAP. No, non lo so, ma abito a cinquanta metri e suppongo sia lo stesso che vale per la farmacia.
Purtroppo, la ragazza sonnolenta non conosce il CEP della strada in cui ci troviamo. Prima chiede ad un paio di clienti che non ne hanno minimamente idea, poi si ricorda che sta usando un computer e cerca in internet. Poi il computer le si impalla, poi riparte, poi ricerca, poi non trova e nel frattempo pure la pagina in cui aveva inserito tutti i miei dati è scomparsa.
Ed è già passata mezz’ora.
– Scusi, ma è proprio necessario cadastrarmi? Di solito, vengo, prendo, pago e me ne vado.
– Ma se si cadastra ha diritto allo sconto.
– Ah beh… Allora riprendiamo.
Riparte la serie di domande. Ridò le stesse risposte.
– Qual è il CRM del medico che le ha prescritto il farmaco?
– Ecchenesò… Potrei buttarmi a indovinare sul numero di scarpe, ma il CRM… Che domanda è?
Si ricorda di nuovo di stare usando un computer, ma di nuovo le si impalla tutto.
Solitamente, sono molto paziente, ma perdere un’ora della mia vita per portare a casa dieci grammi di gel oftalmico mi sembra troppo. Muovendomi, sbatto il ginocchio contro qualcosa di duro. Abbasso lo sguardo e realizzo che nei pressi del banco ci sono tre sgabellini.
– Guardi, ci vuole ancora un po’, perché non si accomoda?
– No, aspetti, volevo chiederle… Ma di quanto è questo sconto? Perché posso anche pagare il prezzo pieno, basta che me ne vado.
– Intorno al cinque per cento. Ma ormai è quasi fatta, stia tranquilla.
– Così poco???
Ma mi rendo conto che è  una battaglia persa, per cui mi rassegno e decido di sedermi.
I tentativi di cadastro a vuoto si sprecano per un’altra mezz’ora, finché un’altra commessa mossa a pietà dagli abbiocchi della collega assonnata, nonché dal sonno che altrettanto sta colpendo la sottoscritta, interviene e, in due minuti due, sembra aver risolto tutto.
Mi viene porta finalmente la scatolina e mi avvio alla cassa.
La cassiera dev’essere parente della ragazza assonnata perché, per prima cosa, mi chiede – Lei è cadastrata nel nostro sistema?
– Certo che sì! Ho appena impiegato un’ora per poterlo essere!
– Mi dia il suo CPF.
Riprendo la tessera e gliela porgo.
– No, guardi. Lei non è cadastrata, ma se vuole lo sconto, può tornare al banco e in pochi minuti la inseriscono nel sistema.
– Ma vafancul!
(Alla fine il gel l’ho comprato a prezzo pieno)


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Convinzioni

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Alzi gli occhi a guardare stelle cadenti che diventano scadenti non appena realizzi che non si è realizzato nessuno dei desideri che avevi allegato alla loro scia di luce.

E’ così semplice volere altro, che nessuno perde tempo ad affrontare la difficoltà di volere ciò che ha.

A te, però, che importa?

Tu sei convinta di alzare gli occhi soltanto per sport ed è senza alcun interesse che ti volgi verso quelle stelle, lasciate per così tanto fuori dalla fredda portata della tua nuova attitudine al sentire, che ora ti appaiono non solo cadenti e scadenti, ma persino scadute.

I sogni non hanno mai sonno e tu lo hai capito, solo che è giusto tu ti renda conto che se ancora sbadigli, è perché probabilmente un ennesimo desiderio, reietto e clandestino, sopravvissuto al peggio, ti si sta aggrappando al petto.

Anche se non lo vuoi, anche se non ti interessa, anche se ne hai abbastanza.

“Perché?” qualcuno proverà a chiedere.

Tu risponderai che non lo sai. E lo ripeterai così tante volte, persino a te stessa, da finire col crederci davvero. Poi, per guadagnare altro tempo, abbozzerai una giustificazione identica a quella che usavi alle elementari, quando la maestra ti prendeva per le orecchie per farti smettere di disegnare, mentre lei spiegava.

Le giustificazioni, in fondo, sono persino più divertenti delle spiegazioni e a te non è mai fregato un fico secco delle analisi teoriche che gli altri utilizzano a tuo svantaggio.

Tu hai le tue verità cui tenerti salda, impilate su scaffali emozionali cui puntelli i pensieri, con l’incoscienza di chi un giorno o l’altro si scapicollerà pur di avere ragione.

E il capitombolo è talmente prevedibile da non essere neppure risibile.


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Capelli corti

Nell’estate del 1985, mia madre mi impose un taglio di capelli cortissimo. Avevo quattro anni e, come bambina, non mi contraddistinguevo certo per la verve modaiola di Suri Cruise, pertanto, a meno che non indossassi un vestitino o una gonnellina, tutti indistintamente mi scambiavano per un maschio.
Era frustrante, soprattutto al mare.
– Tu non puoi giocare perché sei un maschio.
E non importava quanto piangessi per farmi accettare, perché per quel gruppo di bambine boccolose, con i bikini o il costumino intero, io, con i miei capelli a spuntoni e le mie scarne mutandine rosse, ero e rimanevo un maschio. Peraltro, non ero neanche così smaliziata da intuire che mi sarebbe bastato abbassarmi il costume per convincerle che invece ero femmina.

Sarà per nemesi, sarà per malsuperato trauma, ma provo una sana e profonda diffidenza nei confronti delle donne che scelgono tagli di capelli maschili, tanto più se al taglio di capelli associano i peggiori atteggiamenti maschili. Anzi, in questo secondo caso, le proprio detesto. Tipo mia cognata F, che veste come un maschio, parla come un maschio, pensa come un maschio e fa tutto come un maschio.
Il dubbio che sia femmina mi sorge spesso, ma non gliel’ho mai detto.
Ho troppa paura che si cali i pantaloni per dimostrarmi il contrario.


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Verde

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– Scegli un colore.
– Verde. Perché?
– Perché così, ogni volta che noterò un dettaglio verde in mezzo a tutto il resto, sarà come se tu fossi con me e mi stringi le mani.
Poi lo abbracciò un’ultima volta, con una stretta che sapeva di addio, sotto il sole abbacinante e a picco di piazzale dei Cinquecento, nei pressi di un’aiuola di rose rosse, ma con tante foglie verdi, che da lì a qualche tempo sarebbero state strappate via per far posto ad una delle statue più brutte della storia.
Lo guardò allontanarsi in direzione di via Po, scalciando sassolini invisibili con i suoi stivali antipioggia che data la temperatura si erano rivelati assolutamente fuori luogo. Immaginò che si sarebbe voltato a guardarla e, prima che lo facesse, per non dover resistere all’impulso di correre ad abbracciarlo ancora, scelse a caso una direzione opposta e si incamminò veloce.
Attraversò piazza della Repubblica e camminando, camminando tanto, arrivò a piedi fino a piazza Mancini, mandando a memoria, nel tragitto, tutte le canzoni di un album che era riuscita a scaricarsi con due mesi di anticipo rispetto all’uscita ufficiale ed il cui ascolto, abusivo e temporaneamente molto esclusivo, le garantiva un’illusione di dediche e citazioni dei suoi giorni.
Sul 220, non trovò posto a sedere e, quando l’autista partì sgommando, si aggrappò ad un sostegno chiendosi quante impronte estranee il suo palmo stesse raccogliendo. Poi, con una capacità di equilibrio tipica di chi passa troppo tempo in autobus, tirò fuori l’agenda dalla borsa ed abbozzò un pensiero sulla solitudine.
Dalle parti di ponte Milvio, riuscì a sedersi e si adagiò  stanca contro lo schienale. Fuori scorreva il fiume e tutta quell’acqua le solleticò gli occhi di pianto. Provò a pensare a qualcosa che la facesse sorridere, una battuta stupida, un’immagine buffa. E lo avrebbe chiamato perché la sua voce la faceva star meglio, ma non aveva il suo numero.
In fondo, cosa sapeva di lui? Il nome, l’età, che baciava bene?
Strizzò gli occhi, respirò forte ed ingoiò la tristezza.
Di là del vetro, il paesaggio correva sfocato dai fumi del traffico. Case, lampioni, macchine e bidoni.
E alberi con le foglie verdi.
Si sforzò di immaginare, si sforzò di sentire, creando con la volontà un miraggio che la realtà non le avrebbe concesso, ma quando abbassò lo sguardo sulle proprie mani, vedendole così piccole e fredde, le strinse forte l’una all’altra, perché era l’unico modo che conosceva per sentirsi meno sola.


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Memoria a colori

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Cancello i cancelli
che barrano
vita a venire
e sulle cui barre
si impalano i sogni
sfuggiti al cassetto.
Confino al confine
il mesto trambusto
dei tempi peggiori.
Mi aggiro in rovine
ma non rovinando
nei covi di rovi.
Memoria a colori
nereggia il disastro.
Rimango ottimista.
Limitata nel limite
limo gli spigoli
del davanzale.
Le piante piantate
sul bordo
germogliano gigli.
Profonde
profumo d’estate
una stella cadente.
Mi affaccio
e la faccia rossastra
che mi offre la luna
promette
pronostico incerto
ma un po’ di fortuna.