Le coccinelle volano


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Tag senza regole

Il primo a farlo fu mio fratello che, per l’occasione, scelse una foto in cui stavo brutta che più brutta non si può. Poi cominciò mia madre, con i pellegrinaggi alle madonne, con le le patate al forno e qualche foto in cui si sentiva molto fashion. L’ultima fu un’amica di mia madre che invece mi riempiva la bacheca con un giochino per il quale io le trovavo la soluzione e lei, che grazie a me vinceva, si scroccava le pizze dalle persone con cui aveva scommesso. Per disperazione, inserii il controllo dei tag, il blocco della bacheca e buonanotte.
Tutto questo per dire che con i tag non ho un rapporto proprio felice.
L’eccezione di questo post è dovuta a Giulia autrice di un blog davvero molto carino e pieno di creatività, la quale gentilmente, mi ha menzionata, invitata e taggata a partecipare a questo tag.
Spero non ci rimanga male se non seguirò alla lettera tutte le regole. Lo so, posso sembrare una puzzona e probabilmente lo sono, ma di ultimo ho troppe regole con cui fare i conti e la possibilità di infrangerne alcune, soprattutto in uno spazio autarchico quale può essere un blog, mi offre una personale possibilità di rivincita.
Detto ciò, di seguito le mie risposte alle domande che mi sono state poste.

Qual è la cosa (oggetto, libro, colore, canzone ecc…) che più ti rappresenta? Non credo ci sia qualcosa in grado di rappresentarmi, ma se fossi un oggetto, sarei sicuramente un paio di occhiali da sole, se fossi un colore, sarei il turchese, se fossi una canzone sarei Black eyed dei Placebo e se fossi un disco sarei Different Class dei Pulp.
Se la tua vita fosse un film quale sarebbe o quale vuoi che sia? La mia vita sotto molti aspetti E’ un film. Spero solo che, alla fine, non si qualifichi come horror.
Meglio una serie tv o un film? Fino ad un anno fa, l’unica serie che avevo seguito per intero era Dawson’s creek, poi ho cominciato a guardarne un sacco doppiate e sottotitolate in portoghese per riuscire ad imparare la lingua. Comunque sia, continuo a preferire i film.
La situazione più strana in cui ti sei trovata quale è stata? L’anno scorso, quando ero in Brasile da poco più di un mese e quindi ancora non capivo niente, pensando di partecipare ad un evento molto esclusivo in biblioteca, mi sono ritrovata alla proiezione di un film sulla dittatura brasiliana, per ciechi, quindi con descrizione audiovisiva e della durata di tre ore e mezza. Roba che manco Fantozzi!
E la situazione più divertente? Mi viene in mente l’ultima. Appesa su un sentiero di montagna, nel mentre il gruppo tentava ardimentosamente di tornare a valle camminando in fila indiana, in prossimità di un dislivello piuttosto alto, il ragazzo che mi precedeva molto gentilmente si è offerto di darmi una mano per non farmi scivolare. Non brillo certo per doti atletiche, ma non mi va di ammetterlo perciò, per fare la splendida, ho declinato l’invito, pure con un certo orgoglio. E giustamente non solo sono caduta, ma mi sono letteralmente incastrata in un fosso e, prima di uscirne, ho dovuto aspettare che tutti, me compresa, smettessero di ridere per aiutarmi.
Cosa porteresti con te su un’isola deserta? Gli occhiali da sole.
Qual è la citazione che più ti rispecchia? “Lo so io sono così….sono impossibile da dimenticare, ma difficile da ricordare ” Kirsten Dunst -Elizabethtown
Il tuo genere letterario preferito? Non ho un genere preferito. Sono una lettrice schizofrenica e incoerente.
Se dovessi partire per un viaggio molto lungo senza sapere se e quando tornerai e potessi salutare solo 5 persone, chi sceglieresti? Nessuno in particolare. Manderei un bacione circolare a tutti, tipo Concetta Mobili.
Dimmi cinque cose che vorresti cambiare nel mondo. Me ne basterebbe una. Mi piacerebbe se non esistessero più le stagioni, non solo le mezze, ma pure quelle intere, cioè io farei a meno volentieri dell’autunno, dell’inverno e della primavera e vivrei in un’estate perenne.
Dimmi cinque cose che odi. Odio le urla, perdere le cose, che fai di bello?, gli aghi nelle vene e i pregiudizi di ogni tipo.
Undici cose a piacere su di me
– A vent’anni ho cambiato nome;
– Il mio piatto preferito è la pastina col formaggino;
– Sono sette anni che ho ventotto anni;
– Vorrei poter adottare un cane della prateria;
– Ho toccato un braccio a Brian Molto;
– Riesco a tirarmi su di morale autoraccontandomi storie stupide;
– In una gara di io ballo da sola potrei concorrere per il primo premio;
– Ho sempre sognato di vivere in una città il cui nome cominciasse per B. Le opzioni preferite erano Berlino e Bologna, poi sono finita a Belo Horizonte;
– Nella mia prossima vita sarò una rockstar;
– Sono nata nello stesso giorno e nello stesso anno di Paris Hilton. Praticamente siamo state separate alla nascita;
Penso che praticamente sia bella la gente insana di mente.

Ora, se avessi seguito le regole, dovrei taggare undici blogger che abbiano meno di duecento followers. Ma io non ho seguito le regole, sebbene una decina di blogger/blog che mi piacciono tanto e che quindi taggherei ci sono eccome. In realtà, anche di più. E spero che i diretti interessati lo sappiamo anche se non li menziono e non li taggo esplicitamente.
Settimana scorsa, ben due persone mi hanno fatto notare che sono troppo discreta, che dovrei chiedere di più e smetterla di temere di dare fastidio, perché gli altri, in realtà, non vedono l’ora di essermi di aiuto. Mi sto impegnando a farlo, nel privato, ma con il blog, con persone che conosco solo di nick e di lettura, per il momento non ci riesco.
Ciononostante, se avessi seguito le regole e avessi taggato undici blogger/blog, sono queste le undici domande che mi sarebbe piaciuto rivolgere loro.

1) Sei felice?
2) Se dovessi rinascere supereroe, quale saresti?
3) Vivi più di testa o di cuore?
4) Di quale scrittore vorresti possedere il genio?
5) Hai già realizzato uno dei tuoi sogni nel cassetto?
6) Se la tua vita fosse un libro, come la intitoleresti?
7) Quando ti succede qualcosa di speciale, a chi non vedi l’ora di raccontarla?
8) Se avessi potuto scegliere il tuo nome, quale sarebbe stato?
9) Quale canzone sembra scritta apposta per te?
10) Da piccolo, cosa sognavi di diventare?
11) Hai già incontrato l’amore della tua vita?

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Se la vita ti affanna

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Una delle frasi che non mancavo mai di trascrivere, ogni anno, dalle medie alla maturità, nel mio diario scolastico era “se la vita ti affanna, fatti una canna”. Non mi facevo di canne (ne ho provata una, a ventidue anni, dopo aver visto L’erba di Grace, perché speravo di uscirne felice come la protagonista, ma il massimo che mi capitò fu di gettarmi dall’auto del mio ragazzo di allora coi palmi a terra e di farmi tutte le scale di case nello stesso medesimo stile da uomo ragno; e un’altra la sera prima di un concerto dei Placebo, in un club di Roma, di cui ho ancora bene impresse in mente- e forse pure in fronte- le piastrelle e la tazza del bagno per quanto vomitai; peraltro il giorno dopo il concerto venne pure annullato…machevvelodicoaffare), ma trovavo fosse di notevole effetto, soprattutto se preceduta dalla sua variante pornografica “se la vita ti frega, fatti una sega”.

Oggi ho trascorso una mattinata molto piacevole.  All’Academia Mineira das Letras era ospite Enzo Moscato per una conferenza sul teatro napoletano. Che bello sentir parlare la mia lingua, il mio dialetto!

Sono rientrata a casa tutta felice e mi preparavo all’impegno successivo, non altrettanto piacevole, quando ho ricevuto un messaggio da una persona che semplicemente mi scriveva – Maria Piaaaaa
L’ho interpretato come un grido ed ho risposto – Ciao. Che succede?
In tutta risposta, mi è arrivato un – Dimmi gioia.
Il fatto è che io non avevo un bel cavolo da dire a quella persona, ma per educazione le ho inviato un messaggio dicendole – Oggi è un giorno molto pieno. A te come va?
Risposta – Non lo so, ma mi sento triste.
Ed è a questo punto che mi è partita la riflessione sul “se la vita ti affanna, fatti una canna” con un mavafancúl allegato, pronunciato con la cadenza di Enzo Moscato. Dico sul serio.

Perché se vi sentite annoiati, frustrati, tristi, ci sono tante alternative. Compratevi e leggetevi un libro; uscite per strada e limonate con la prima persona che vi piace e ci sta; ascoltatevi un pezzo di funky brasiliano e ballate come delle scimmie; e se proprio non volete fare nulla di questo, ubriacatevi, drogatevi! Ma, per favore, non mandate messaggi a cacchio alla prima persona che vi viene in mente raccontandole della vostra tristezza. Perché non avete idea di cosa quella persona stia vivendo e di quanta fatica faccia a reggerlo. Perché quella persona potrebbe essere molto più triste di voi nonostante vi dica sempre che va tutto bene. Perché a quella persona potrebbe non interessare un emerito cacchio di quanto siate infelici. Ma soprattutto perché forse quella persona darebbe letteralmente un occhio della testa per barattare la sua tristezza con la vostra.


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Casa è piena di ombre

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Il bimbo dell’appartamento adiacente non piange. Ulula. E lo so che lavoro troppo di fantasia, ma metti che stavolta sia diverso. Del resto, sono certa che, dopo aver tagliato quelle ultime due fette di salame, il tagliere era rimasto lì, sul tavolo. Potrei averlo poi lavato, ma non ricordo. Supponendo però che lo abbia fatto, dove l’ho posato? La cucina è piccola, pochi mobili ma pieni di cose. E, in mezzo a quelle cose, il tagliere non c’è. Ho controllato persino nel forno, nel frigo, pure nel congelatore. Mi manca di cambiare stanza e cominciare a guardare negli armadi, ma se veramente lo trovassi sepolto tra le magliette o, peggio, adagiato sulla tavoletta del water, il tagliere tornerebbe a posto, ma io no. Casa è piena di ombre, il tagliere potrebbe essere ovunque. Forse qualcuno si è infiltrato di soppiatto in casa, lo ha preso e ci si è chiuso nell’armadio pronto ad aggredirmi appena lo apro. Ma io non sono mica così scema? Non ci guardo nell’armadio, anzi proprio non vado in camera. Passo la notte qui, nella cucina. Casa è piena di ombre e il lupo mannaro continua a ululare.


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Ventuno Maggio

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MATTINO

-Cosa ti dà fastidio nel tuo aspetto?
Quando la doc me lo chiese, mettendomi di fronte allo specchio, non seppi risponderle. Credo che la difficoltà nella risposta dipendesse dal termine “fastidio”.
Il fastidio, relazionato all’aspetto, lo associo a cose prive di importanza, alla cellulite, per esempio, alle doppie punte, alle unghie fragili, seppur ben consapevole che molte donne non le considerano un fastidio, bensì una tragedia.
Quello che mi stava chiedendo lei era diverso e riguardava, piuttosto, il come sarei voluta essere, diversamente da quello che sono sempre stata. E come avrei potuto risponderle? Ho sempre avuto qualcosa da nascondere nel mio viso, fin dalla nascita, e, se per tutti questi anni fosse stato un fastidio, avrei avuto problemi di autostima ben più seri di quelli che eventualmente ho. Certo, mi sarebbe piaciuto nascere senza imperfezioni (a chi non sarebbe piaciuto), senza quelle imperfezioni che suscitano sguardi strani, domande idiote e prese in giro alle elementari, ma non mi sono mai concentrata a desiderare connotati diversi, perché sarebbe stato un desiderio inutile, infruttuoso e dannoso.
Poi però la doc ha fatto il suo lavoro, un lavoro magistrale, e anche se è stata solo l’illusione di un mese, stamattina per un attimo mi sono guardata davvero e mi sono trovata normale, addirittura bella. E per commemorare il momento, per la prima volta dopo tantissimi anni, mi sono scattata delle foto a pieno viso. Peraltro, ho scoperto che, difetti a parte, ci vuole un lavoro non da poco per ottenere un selfie che sia decente e, quindi, ora capisco il sottinteso orgoglio di chi ne pubblica a tutte le ore.

POMERIGGIO

Il fine settimana in solitudine mi ha ribaltata nella dimensione beata dei miei trascorsi da single. Sembra nemmeno mi appartengano i ricordi di quel monolocale da dieci metri quadri, col soppalco così basso da colpire con la testa il soffitto e i lunghi weekend trascorsi a riposare, scrivendo e ascoltando indierock, mentre fuori era un continuo frignare di ragazzini capoverdiani e le pareti vibravano di vita propria per l’ardore dei clienti delle mie vicine trans. Ed avrei continuato a crogiolarmi nei ricordi, ascoltando Miles Kane e improvvisando le coreografie più idiote, ma uno degli aspetti migliori dello star soli è che puoi mangiare come vuoi, quando vuoi, cosa vuoi ed io volevo farmi un chilo di picanha e, perciò, sono uscita a comprarla.
Poi però in ascensore ho incontrato il mio vicino V., che non è capoverdiano, nè un trans colombiano, ma è semplicemente brasiliano.
– Ho organizzato una festa in piscina. Dai vieni anche tu!
Come dire di no?
Al supermercato ci sono andata comunque, ma non ho più comprato la picanha, bensì le patatine e un barattolo di cioccolata bigusto. Poi, al rientro, mi sono unita alla festa ed ho conosciuto tante persone, ho bevuto vino argentino, mangiato lombo e pão de alho e ballato le canzoni di Wesley Safadão. E quindi adesso ho un ricordo tutto nuovo e diverso di un fine settimana in solitudine.

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SERA
– Dimmi il titolo di una canzone che ti piace.
Penso me lo stia chiedendo per farmi un test, perciò a mia volta le chiedo – Va bene lo stesso se è in inglese? Perché al momento la mia preferita è Don’t forget who you are di Miles Kane.
– No. Una canzone italiana.
– Allora Una delirante poesia di Samuele Bersani.
-Maria Pì!!! E dai! Una canzone normale, così te la faccio dedicare dal pianobar.
– Ah! Normale?
– Sì
– E che ne so… Aspetta che ci penso… Vabbè, dai, Sere nere di Tiziano Ferro è abbastanza normale?
E il messaggio audio della canzone live si chiude con – Un saluto a Maria Pia che ci ascolta dal Brasile!

NOTTE

Mi addormento serena e orgogliosa per come sono riuscita a rendere speciale un giorno che, altrimenti, sarebbe stato semplicemente normale.


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Tu vivi

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Le sedie e le riviste della sala d’attesa sono le stesse di un negozio di parrucchieri, solo che qui la maggior parte delle persone non ha i capelli. Si porta le mani alla testa per controllare che i suoi ci siano ancora.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nei fatti e pure nelle parole. Perché le parole mica sono tutte buone? Eppure basterebbe poco, perché sono i nomi che fanno le cose e se i tumori si chiamassero tuvivi forse farebbero meno paura.
Dietro la porta c’è un camice bianco e il sorriso le si blocca nella smorfia dell’ultimo tiro e la cenere persa per strada.
Le mappe di Google segnavano quindici minuti a piedi che in realtà sembravano quindici kilometri per cinquantacinque minuti a piedi, scanditi dai tac della busta, in cui ha infilato le due ultime tac e la risonanza, contro la coscia.
È una zona un po’ brutta, una zona di quelle che fanno paura a passarci da sola. Ma tanto oramai la paura è qualcosa che associa a quel tempo in cui ancora ignorava di essere vile e mortale.
Ora il camice bianco le stringe le mani ed appare commosso; lei si ingelosisce per quel dispiacere che proprio non riesce a provare.


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Nuotare

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Non sa nuotare, ma non è certo questo a fermarla.
Pochi minuti prima ha litigato con tutti.
Pensa che i genitori vogliano più bene a sua sorella che a lei e, per la frustrazione, la picchierebbe con palette e secchielli.
Provano a convincerla che non è vero, che danno più attenzioni alla piccola, proprio perché è piccola, mentre lei è già grande.
Ma ha sette anni e ricorda bene che, anche quando ne aveva cinque, come sua sorella adesso, già la consideravano grande. Quindi la spiegazione non torna, perché, in teoria, se a cinque anni lei era grande, anche sua sorella potrebbe esserlo.
Essere piccoli è un diritto che i primogeniti perdono nel momento in cui arriva l’altro o, in altre parole, essere grandi è una responsabilità che i primogeniti sono costretti ad assumersi non appena arriva un altro.
Di fronte ha il mare, gigante, azzurro. E l’azzurro è il colore che preferisce, molto più che il rosa.
Dentro quell’azzurro, dove si riflettono nuvole gommose, replicando un cielo molto più a portata di mano, nessuno può farla arrabbiare. Dentro quell’azzurro immenso, lei che non è grande affatto, torna a sentirsi un puntino. Perciò bagna un piede, poi l’altro. Il salvagente è una ciambella di plastica e aria aggrappata a ai suoi fianchi.
Si volta a guardare a riva, ma non arriva risposta. Muove altri due passi.
L’acqua è tanto fredda, ma almeno la abbraccia.


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Fondo infinito

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Il capitolo, il cui numero coincide con il numero dei miei anni, mi somiglia. La lettura di “Fondo Infinito”, di Branca Maria de Paula, è dovuta un po’ al caso, un po’ alla buona sorte, ma soprattutto ad un prestito, da parte dell’autrice, che si è fidata a rimettere nelle mani di un’italiana pasticciona e disordinata, la sua personalissima copia della traduzione italiana del suo libro.

Troppo spesso mi chiedo “perché proprio a me?”. Poi capita qualcosa del genere e me lo chiedo comunque, ma la risposta ha tutto un altro colore.