Le coccinelle volano

L’incidente

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La perfezione ha la data di scadenza stampata su un punto non visibile e ti scade a sorpresa.
Non è mai stato perfetto il mio mondo, ma se dovessi definire perfezione la facilità con cui affrontavo giorno dopo giorno il trascorrere del tempo, non posso fingere di non accorgermi di quanto le imperfezioni del mio mondo siano notevolmente aumentate.
Un palese difetto nella riconosciuta attribuzione di una notevole abbondanza di difetti è l’assenza di una logica ordinatrice, cui non fa degna ammenda l’uso sconsiderato dell’intelletto.  Perciò ho messo da parte ogni buona intenzione e lascio che sia il peggio a dover ancora venire e mi rifiuto di seguire le normali regole comportamentali e dialettiche, spesso sottolineando le mie asimmetrie rispetto alla realtà che mi circonda con risposte sconsiderate anche alle domande più semplici.
“Come stai?” e io rispondo che mi piacciono le città d’arte.
“Com’è il tempo?”  e lo stomaco mi suggerisce che non ho fame.
I miei simili mi considerano dissimile, ma io sono molto più simile a me stessa di quanto qualcun altro potrà mai essere simile a se stesso ed è per questo che, avendo consapevolezza della sola me stessa, io sono il centro del mondo.
E non ho alcuna ragione di controvertere la realtà, per lo stesso motivo per cui penso al suicidio almeno tre volte al giorno solo per rendermi conto di quanto faccia schifo la mia vita e, dunque, di quanto ancora ho bisogno di viverla nel tentativo di raddrizzarla.
Dovrei farmi curare?
Anche Sara mi ha consigliato di vedere un medico. Mi ha dato un biglietto da visita che ha tirato fuori dal portafogli con la stessa mano che poco prima mi aveva poggiato sulla fronte per controllarmi la temperatura. Non saprei dire se lo ha fatto per reale preoccupazione o per pura e semplice compassione. La verità è che di recente non saprei dire niente.
Sono normali circostanze quelle che mi rendono strana.
Stamattina, ad esempio, sono svenuta senza preavviso alla fermata dell’autobus. Non ricordo dove mi stavo recando, ma ero immobile sul marciapiede insieme ad una decina di estranei e lasciavo vagare lo sguardo verso un punto imprecisato. Improvvisamente, quel punto ha assunto il colore del luccichio di milioni di lucciole e poi è diventato buio pesto. Mi sono risvegliata col corpo riverso sul cemento e la testa poggiata sulla mia borsa. Una ragazza mi stava schiaffeggiando, contemporaneamente cercando di farsi spazio con le braccia, per impedire ai curiosi di calpestarmi o di soffocarmi. Ho sbattuto le palpebre un sacco di volte, prima di comprendere dove mi trovavo. Qualcuno sollecitava di chiamare un’ambulanza, qualcun altro gridava: “Oddio! Oddio!”.
Ho provato a rimettermi in piedi, ma la ragazza che mi aveva schiaffeggiata me lo ha impedito.
Devi prima metterti seduta- mi ha detto- o rischi di svenire di nuovo”.
Avrei voluto ribattere che non era affatto vero che ero svenuta. Del resto, ancora non mi rendevo esattamente conto di cosa fosse successo, ma la ragazza non me ne ha dato modo.
“Sì, sei svenuta e devi evitare movimenti bruschi almeno per un po’”. Poi ha aggiunto: “Comunque, piacere, io sono Sara.”
“Piacere, io sono Anna” e le stavo allungando la mano, ma mi si è bloccata a mezz’aria per poi cascarmi in grembo. Ero priva di forze.
Sara ha sorriso. “Te l’ho detto che devi evitare i movimenti bruschi.”
Mi ha aiutata a sedermi e si è rivolta alla gente che mi si accalcava intorno: “Per favore, non c’è niente da guardare, è tutto a posto, lasciatela respirare”.
E’ stato subito dopo che mi ha poggiato la mano sulla fronte.
“Non hai la febbre, ma devi farti controllare i valori. Fossi in te, tornerei a casa e chiamerei subito un medico”
“Ma io non conosco nessun medico” ho ribattuto, tirandomi finalmente in piedi.
“Allora chiama lui. E’ un mio amico. Si prenderà cura di te” e nel dirlo ha tirato fuori dalla tasca il portafogli, per porgermi il biglietto da visita che, in questo momento è sepolto insieme ai fondi di caffè e ai bicchieri di plastica nel secchio dell’immondizia.
L’autobus è arrivato un istante dopo e tutti si sono messi in fila per salirci.  Io non mi sono mossa. Ho guardato le porte richiudersi e tutte quelle persone che poco prima erano così spaventate per la mia sorte se ne sono andate via senza nemmeno voltarsi indietro. Anche Sara è andata via. E non mi ha detto neanche ciao.
Credo sia nelle mie corde essere speciale in porzioni monodose. Del famoso pendolo che oscilla dalla noia al dolore, i miei picchi sono attenzioni impreviste, illusorie, da parte di chi ciclicamente cerca di convincermi che sono importante, per poi arrendersi alla brusca evidenza della mia banalità e battere in ritirata.
Ho inspirato tutta l’aria che potevo, per poi risputarla verso il cielo. Per un po’ me ne sono stata sul marciapiede a dondolarmi su un piede e poi sull’altro, fingendo di aspettare l’autobus, mentre nuovi estranei si aggiungevano a tenere compagnia alla mia attesa.
Cinque minuti e il mezzo è arrivato, ma ormai, semmai c’era stata una destinazione verso cui orientarmi, l’avevo definitivamente perduta, perciò ho guardato i fumi di scarico disegnare nuvolette di sporco sulla mia visuale e mi sono incamminata verso casa piuttosto scossa e tendenzialmente depressa.
Mi ha tenuta compagnia il pensiero che i gelsomini non hanno più lo stesso profumo e che le crepe delle strade somigliano alle rughe che mi delineano le espressioni di disappunto, quando mi specchio nelle vetrine del centro e gli oggetti esposti mi corrispondono di un amore impossibile da coronare.
Le gambe e i piedi, consci di un percorso che a pensarci non avrei saputo seguire, mi hanno fermata di fronte al punto esatto in cui infilare la chiave e spingere la porta.
Sono rientrata nel mio mondo imperfetto e, nel caos furibondo di un dolce far niente a cui badare, ho tenuto corda alle mie idee infilzandole con un chiodo fisso.
E se fossi morta? Se fossi svenuta nel bel mezzo di una carreggiata trafficata, contemporaneamente al passaggio di una fila di tir carichi di mattoni, spranghe di ferro e cemento? Se mi avessero falciata, dilaniata e obliterata?
Sostituire all’idea del suicidio, l’idea di una morte violenta potrebbe essere il passatempo di questa notte. Potrei starmene distesa in questo letto a pensarci e  ripensarci, in attesa che il sonno mi strappi a me stessa e mi consegni alle favole delle stelle.
Ma io non riesco a dormire.
Farò finta di sognare ad occhi aperti.

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2 thoughts on “L’incidente

  1. Spero sia un racconto e non la realtà..

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