Le coccinelle volano

Mercato

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Lo intravide, un po’ di sguincio, mentre rimestava un banco di mutande.
Non pensarmi, non chiamarmi, non cercarmi.
Non servono milioni di parole se ti stanchi di qualcuno. Basta un semplice messaggio, imperativo e negativo, e tutto quello che sembrava fosse storia in divenire si trasforma in una misera lembranza di promesse e tempo perso, forse inganno, che, soltanto dopo anni, se ci inciampi contro a caso, potrà smuoverti un sorriso.
Un uomo col megafono pubblicizzava jeans di marchi assurdi e inverosimili maglioni a collo alto; un tanfo di frittelle e panzerotti che impregnava l’aria; signore con la messa in piega pronta si accalcavano nei pressi del furgone con la frutta, dove un giovane tamarro che, con grazia neomelodica, fischiava un ritornello di D’Alessio, distribuiva buste a un euro l’una di tarocche, pere williams e mele annurco.
E quel profilo, che appena un mese prima misturava baci al suo, ora di pietra o, meglio, sale, la fissava statuario e mezzo torvo, senza cenno di sorriso.
Lei, arrogante, dopo un apparente sbando, affondò più giù le mani e, dal mucchio colorato, trasse un tanga verde mela, di speranza a primavera. Fiera, lo guardò negli occhi, mentre lui abbassò lo sguardo. Una ruga sulla fronte, linea triste sulle labbra.
Lei, imperterrita, giocava con la lycra, quasi che volesse dirgli: “Guarda quanto sono belle! Che peccato, dovrà essere per te, non potermele annusare.”
Lui, cogliendo l’intenzione, cambiò subito espressione. Sollevò la mano destra e le accennò un saluto. Poi, dopo aver chiuso il pugno, liberò l’indice e il medio e le inviò un segno di pace.
I marmocchi starnazzavano, nei pressi del banchetto con lo zucchero filato, contro madri le cui gonne si stiravano e prostravano ai capricci; un palloncino scintillante di elio era fuggito al gruppo e rapidamente si avviava verso il cielo; le olive di Gaeta e le alici sotto sale attiravano la danza delle mosche.
Lei ignorò il saluto e replicò al gesto di pace agitando il dito medio.


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Desafio

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– Come hai fatto?
Ho tentato. L’unica risposta valida è questa.
Del resto, anch’io ancora mi chiedo come ho fatto, esattamente come me lo sono chiesta il primo giorno, quando la responsabile mi ha aperto le porte,  consentendomi di accedere a quel patrimonio meraviglioso di storia, letteratura e magia dell’Academia Mineira de Letras.
– Mi ricordo il tuo nome. Sei stata l’ultima ad essere selezionata.
Un paio di mesi fa, mi capitò di imbattermi casualmente in un bando di partecipazione ad un’officina di creazione letteraria, amministrata dalla scrittrice Branca Maria De Paula.
Premessa. Ho imparato e continuo ogni giorno ad imparare il portoghese da sola. È un processo lento, sicuramente più difficile di quanto lo sarebbe prendere lezioni da qualcuno che il portoghese lo conosce davvero. Ma è di gran lunga più divertente e poi è una soddisfazione immensa sentirsi dire: “Solo un anno? Ma tu parli benissimo!”. Come tutte quelle cose che, conquistate esclusivamente per meriti propri, hanno un valore ben più alto.
Scrivere il portoghese, però, non è come parlarlo. Ci sono un sacco di accenti in più e un sacco di letterine strane e, in fondo, a parte alcuni scambi di convenevoli tramite messaggio, con provvidenziale supporto del correttore automatico, non è che mi fossero capitate grandi occasioni di scrivere in portoghese. Un’officina di creazione letteraria sarebbe stata l’incentivo giusto per superare l’empasse e cominciare seriamente a cimentarmi.
Compilai il modulo di iscrizione (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, perché vuoi partecipare, indica tre libri di tua preferenza) e aspettai a dita incrociate l’esito della selezione. Ah, ovviamente, non essendo richiesto, mi ero guardata bene dal menzionare il fatto di essere straniera e di non aver mai scritto nulla in portoghese. Perché autosabotarmi?
Tra le circa cento domande di partecipazione ricevute, la mia è stata accolta. Per ultima, come non è stato mancato di notificarmi, ma che differenza fa? Entrare in una rosa di quindici persone, su un centinaio di candidati, è comunque motivo d’orgoglio.
Venti ore di corso, suddivise in dieci martedì, dalle sedici alle diciotto.
Ieri, l’ultimo incontro.
Tante nuove idee,  tanto entusiasmo e, soprattutto, tanti nuovi e cari amici.
Ho imparato a scrivere in portoghese nel frattempo? Ovviamente ancora no o, almeno, non ai livelli di Paulo Coelho.
Di errori ne ho fatti tanti, l’uso dei verbi e dei pronomi ancora è improntato sul metodo a casaccio, ma, anche nei momenti in cui mi chiedevo se stavo rubando il posto a qualcuno che sarebbe stato più meritevole o qualificato di me, non ho mai dato spazio ai non posso, ai non lo so fare, ai non ne sono capace.
“Nella lotta tra te stesso e il mondo, appoggia il mondo.” diceva Kafka. E sono d’accordo, ma è un pensiero la cui validità dipende dal tipo di lotta, perché, a prescindere, io sono dell’idea che è sempre meglio appoggiare e credere prima di tutto in se stessi.

Istanti

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Spirano le idee che non ispirano, come i controsensi a senso unico di chi, pensando di vivere di istanti, vive però di stenti; distante, ma  in maniera non bastante, dall’attribuire al tempo un costo mai costante.
Per chi voglia sentirsi speciale, chissà quanto fa male, scoprire, un giorno, di essere normale.

L’intenzione

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Te li ricordi tutti quei per sempre?
Dall’occhio languido partivano
e toccavano le labbra che,
reciproche,
si anestetizzavano
al tocco grave e gravido
di tanta eternità.
Ma, contrariamente al corso
della corsa inarrestabile
del tempo che passava,
l’intenzione non ha retto
la corrente e,
dal niente,
quei per sempre
sono stati rimpiazzati
dell’allarme ben più acuto
dei laconici
mai più.


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Merluzzi

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Qualcuno ha mai chiesto agli amici di Lazzaro se erano felici della sua resurrezione?

Era la persona più squallida che avessi mai conosciuto. Ma ovviamente non glielo dissi.
Perché non lo pensavo. Non all’inizio almeno.
Credo si chiami presbiopia relazionale, riuscire a vedere i difetti dell’altro solo da lontano.
Credo si chiami avvedutezza del senno di poi ammettere con se stessi che si è stati davvero stupidi a dar credito a qualcuno di cui si poteva benissimo fare a meno.
Perché certe persone le riconosci per ciò che sono solo quando si trovano nel posto in cui è giusto che stiano, cioè fuori dalla tua vita.
E’ soltanto in quel momento infatti  che, causa debita distanza, ti accorgi delle sfasature, delle incongruenze, delle manchevolezze della realtà che ti sei dovuta sorbire rispetto all’immagine che ti eri creata.
Sporadicamente, ma ultimamente spesso, mi capita che qualcuno riemerga dagli spazi siderali in cui si era o era stato cacciato, con faccia da merluzzo surgelato, per mettere in atto la logica del ti ricordi di me?.
La logica del ti ricordi di me?, dal mio punto di vista, è il subdolo meccanismo mentale di chi, pronunciando queste paroline magiche, pretende di sollecitare al ricordo chi ha volutamente o distrattamente dimenticato.
La mia memoria è talmente a pezzi che riuscire a ricordare qualcosa o qualcuno mi è diventato motivo di vanto… ed io sono abituata a vantarmi delle cose belle.
E se anche io mi ricordassi di qualcuno che ritengo non si ricordi o non voglia ricordarsi di me, non farei mai una domanda del genere.
Chi  trova un amico, trova un tesoro e chi perde il tesoro, ritrova paccottiglia.


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L’ultimo pezzetto

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Realizzi un ulteriore motivo perché ti facciano santa quando, alle quattro di pomeriggio, completamente digiuna e, di conseguenza, morta di fame, hai solo cinque minuti di tempo per recarti da un posto all’altro. Lungo il tragitto, ti mangeresti gli alberi, i marciapiedi e tutti gli specchietti delle auto parcheggiate. Anche il braccio di qualche passante, ovviamente, ma forse ce l’hai scritto in faccia e tutti ti si tengono a distanza di sicurezza. Poi finalmente arriva la visione, un chiosco di dolcetti, e tra i tanti anche quelli alle arachidi che ti piacciono tanto. Ne acquisti due al volo e, al volo, uno lo scarti e l’altro lo infili in borsa. E così, mentre continui a correre per non arrivare in ritardo, ti sollazzi distribuendo morsi a casaccio alla massa ben burrosa del tuo dolcetto. E ti pregusti il finale, che, come in molti casi, è il momento migliore, quando dal nulla percepisci la sua voce.
– Me ne dai un pezzo?
La tua parte irrazionale ti consiglia di non voltarti, di continuare a correre o di infilarti l’ultimo pezzo in bocca, pure a rischio di strozzarti, dato che ancora non hai mandato giù il morso precedente. Ma c’è un’altra parte di te, quella per cui un giorno potrebbero farti santa, che non resiste alla tentazione o alla curiosità e si volta. E no, non è un mendicante, un bambino, un morador de rua. È un normalissimo ragazzo, ben vestito, in forma e visibilmente meno affamato di te. Ma ormai lo hai fatto, ti sei fermata e hai pure perso un casino di tempo a squadrarlo. Lui punta gli occhi dritti su quell’ultimo pezzo di dolcetto che gelosamente stringi. Tu sai che lo meriti più di lui, ma sullo sfondo intercetti un campanile e ti sorge il dubbio che questa davvero potrebbe essere una prova per mettere a dura prova la tua santità. Perciò glielo cedi. Allunghi la mano e, mentre il suo artiglio rapace ti strappa via l’amato dolcetto, anche se non piangi perché non hai tempo e già sei in ritardo, in fondo in fondo, ad essere precisi dalle parti dello stomaco ancora vuoto, sei commossa eccome.
Certo, potresti rifarti con l’altro dolcetto, ma ormai hai così tanta paura che ti sottraggano anche quello, che fingi di dimenticarti di quanto hai fame.
Perciò riaccelleri il passo e ingoi saliva a più non posso, nella speranza di debellare dal palato e dai denti ogni briciola o granello di zucchero che, rimestandosi, ti restituirebbe l’amato e perduto sapore.
E non ti è di nessun conforto il pensiero che, a finale, hai fatto una buona azione.
Privandoti di quell’ultimo pezzo di dolce, non hai mica risolto il problema della fame nel mondo? E di certo nemmeno il problema della fame che hai tu.

* Foto scattata presso Casa FIAT da Cultura (BH), Almanaque- pinturas de Miguel Gontijo


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Lunga durata

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Dopo il caffè, mi chiede se mi va di continuare a passeggiare. Accetto volentieri.
Mi piace la sensazione di scoperta e sollievo che si accompagna ad un’amicizia appena nata, il senso di totale benessere nel riconoscere nell’altro la possibilità di condividere una parte di sé, quell’entusiasmo che ha molto in comune con l’amore appena sbocciato, ma senza paranoie e senza paure.
È sabato pomeriggio e il centro commerciale è affollato e vivace di luci e persone.
Di fronte ad un negozio di cosmetici, si ferma.
– Ti spiace se diamo un’occhiata?  Vorrei comprare un nuovo rossetto.
– Figurati.- e la seguo trotterellando all’interno.
Il prodotto che cerca l’attende, scintillante in una variante infinita di nuance, su un banco alla nostra destra. Una commessa si avvicina per aiutarla nella scelta.
– Mi hanno detto che è appena stato lanciato un nuovo rossetto a lunga durata.
– Prova questo!- le dice la commessa, porgendole uno stick di un colore che, già a vedersi, si intuisce che le starà perfettamente- Dura tantissimo. Puoi mangiare, bere e persino dormire con la sicurezza che, al risveglio, starà ancora bello appiccicato alle tue labbra.
– Anche baciare?
– Dipende dai baci- risponde la commessa, sorridendo.
Si dirige alla cassa, paga e infila il rossetto in borsa.
– Che dici, lo metto la prossima volta che esco con João?
– Claro che sì! – le rispondo.  – Ma ad una condizione. Se esci con João e, al rientro a casa, hai ancora il rossetto, non ti accompagno più a cercare un nuovo rossetto. Ti accompagno a cercare un nuovo João!
Scoppia a ridere ed io con lei.
– Sei proprio un’ottima amica, lo sai?
In verità, no, non lo so, ma è bello sentirselo dire.
Smettiamo di ridere, ci guardiamo e quasi all’unisono
– Ci prendiamo un altro caffè?