Le coccinelle volano

Due mesi

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Le amiche me lo avevano detto.

Erano le prime ore dell’alba, ma senza luci, perché pioveva a dirotto. Di là del vetro, la città era una distesa sonnolenta di pozzanghere e muri sporchi, alberi tristi e qualche cane randagio. E poi c’ero io, su quell’autobus altrimenti vuoto, con il mento proteso al petto, perché, anche per le mie stesse mani, la testa e tutti i suoi pensieri erano troppo pesanti, ad ignorare tutte quelle gocce e tutto il buio, perché tanto quello che avevo dentro aveva lo stesso colore.

Ma loro mi avevano avvisata.
– Mica gli uomini sono tutti gentili come quelli che capitano a te? Prima o poi toccherà anche a te uno stronzo, ma stronzo forte. Anzi, ti farebbe persino bene incontrarne qualcuno, perché tu vivi ancora nel mondo delle favole.

Non è che fossero proprio perfetti gli uomini che avevo incontrato fino a quel momento. Per qualcuno c’ero stata anche male, ma non mi sembrava questo un motivo valido per definirlo stronzo. Cioè, potevo davvero considerare motivo di spregio il fatto che qualcuno non ricambiasse i miei sentimenti o facesse qualcosa che non mi andava a genio?

L’autobus procedeva. La mia testa poggiata al vetro batteva un colpo ad ogni avvallamento della strada.
Eppure… Eppure stavolta era diverso. Da quando, due mesi prima, mi aveva detto che non voleva più sentirmi, qualcosa dentro di me aveva smesso di funzionare.
Non riguardava solo i miei sentimenti. Quando una persona, da un momento all’altro, ti comunica con una freddezza chirurgica che non ha più voglia di sentirti, perché non ha più alcuna forma di interesse nei tuoi riguardi, è ovvio che la tua autostima se ne va a fanculo. Quindi, sì, i miei sentimenti erano a pezzi soprattutto per quanto riguardava il mio amor proprio. Riguardava però anche i miei sentimenti rispetto a lui, perché, sebbene lo conoscessi da poco e, dunque, dovesse fregarmene ben poco, per la prima volta avevo la certezza che pure a me era capitato di incontrare uno stronzo. E faceva male. Tanto male.

Pioveva e forse per questo l’autobus procedeva al rallentatore. Mancava ancora un bel pezzo di strada fino alla stazione. Sarei tornata a casa dei miei per il fine settimana. Le amiche? No, non mi andava ancora di vederle. Non mi andava di vedere nessuno.

Ci eravamo frequentati per un mese, nulla di troppo serio, nulla di troppo importante. Poi, vabbè, lui si era impazzito e, un giorno, dopo avermi scritto tante cose carine se n’era improvvisamente uscito con questa storia che non voleva sentirmi più. Certo, pure io avrei potuto chiedere qualche spiegazione; magari, se mi fossi fatta sentire, forse non era poi vero che non mi voleva più sentire. E mi sarei evitata due mesi di inferno, di domande, di perché?, cosa ho fatto?, è colpa mia?, in che ho sbagliato?.
Due mesi di tristezza. Esattamente il doppio del tempo rispetto a quello in cui mi aveva resa felice.
Fu a fronte di questo pensiero che, lentamente, alzai la testa, mi asciugai gli occhi e tirai un sospiro forte.
Che stronza! Stavo male da due mesi per uno che, a malapena, mi aveva fatta star bene un mese.
E, se non ricordo male, in quel momento smise pure di piovere.

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9 thoughts on “Due mesi

  1. Facciamo questo errore in tanti, 1 mese di felicità e 2 di ossessione.

  2. Almeno ti ha avvisata, c’è chi sparisce senza saperne il motivo …penso sia peggio

    • In realtà no, non mi aveva avvisata. Rispose ad un mio messaggio dopo giorni, dicendomi che non aveva più voglia di sentirmi. Senza spiegazioni, senza scuse. Quindi fu effettivamente il peggio, perché l’unica spiegazione a cui mi riusciva di pensare era che io non ero abbastanza. Comunque passò e, per fortuna, non mi è più capitato.

  3. ahimè, io l’ho persa per molto + di due mesi…

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