Le coccinelle volano


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Buio

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Solo il buio non è cambiato, ma perché il buio è sempre uguale a se stesso, in tutti i posti, a tutte le latitudini, lambito neppure per sbaglio dalle proprietà cangianti che invece la luce possiede.
Non saprei dire se ho ancora un po’ di luce negli occhi; non posso guardarmeli e, anche se mi venisse data la possibilità di specchiarmi, non confiderei nella sincerità dell’immagine di rimando.
Non mi fido mai e non per le opinabili qualità estetiche, ma per la convinzione, che mi porto dietro dall’infanzia, che io e quella di là del vetro abbiamo in comune soltanto la scelta dei tempi per incontrarci, quando in realtà, per tutti i restanti momenti, viviamo vite completamente differenti e, dunque, siamo persone differenti. Insomma, mi piace pensare che quella di là del vetro sia un’altra io, una io che, appena le volto le spalle, se ne torna a vivere le vite che non ho vissuto, frutto delle scelte che non ho fatto, vite non necessariamente migliori, ma comunque altre.
È buio, di quel buio che senti dentro più che percepirlo intorno.
La speranza è come uno di quei lampioni solitari, lasciati accesi nelle mattine d’estate, nei vicoli dimenticati di una periferia qualunque, dove mi nascondevo quando uscivo a rubare scarti di attenzione negli occhi di chi, differentemente da me, li aveva verdi, brillanti e intensi.
Era sufficiente a coltivare l’illusione che, persino la peggiore delle solitudini, potesse essere curata da una persona a caso, qualcuno di cui adesso non ricordo il nome e, tantomeno, il viso. Un’illusione di benessere, la cui validità coincideva con la durata del giorno, perché poi faceva di nuovo buio e il buio è sempre spietato e ostile.
Come adesso. Che non basta la ragionevole consapevolezza delle ore piene di sole, per percepire che l’area di demarcazione tra il tramonto e l’alba è uno spazio di incubi e pensieri scuri, limitato nel tempo di una notte.
La paura crea tenebre e ombre insondabili anche a mezzogiorno, quando tutto dovrebbe essere nitido e chiaro.

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Quando finisce un amore

Napoli 30/12/2015
Quanto costano le magliette?
– Cinque la piccola e otto la grande.
– Una grande. È per me.
– Quale ti do?

Non esistono garanzie sulla durata o la fine di un amore, ma il fatto di sapere a priori che ogni storia, dalla più effimera alla più profonda, è potenzialmente destinata a finire, non evita di rimanerci male, quando effettivamente finisce.
Perché, quando si ama qualcuno, così come io ti ho amato, è difficile accettare qualunque tipo finale, tanto più se è un finale di merda.
E pensare che io nemmeno volevo amarti.
Dopo Ezechiele e la sua fuga con la francese, mi ero convinta che nessun altro mi avrebbe rubato il cuore. E, infatti, per quanto Edison si fosse impegnato, provando a conquistarmi, non c’era mai riuscito e, quando pure lui, alla fine, se n’era andato con la stessa francese, una semplice scrollata di spalle era stata più che sufficiente per dimenticarmene.
Tu arrivasti all’improvviso, come un colpo di fulmine a ciel sereno, durante il primo pomeriggio di una domenica di agosto. Di te sapevo soltanto che eri un coglione che si era sfracellato la faccia su uno scoglio di Capri. Ma mi bastò guardarti. E il rospo, vestito d’azzurro e di grinta, diventò il principe insieme al quale io, che mi ero sempre sentita una cenerentola, forse finalmente avrei avuto l’opportunità di diventare una regina.
Quante ne abbiamo passate insieme? Tante gioie e altrettanti dispiaceri. In alcuni casi, a ripensarci adesso, la colpa è stata tua, ma la mia idolatria era tale da negare ogni tuo difetto, ogni tua mancanza. Era tale da difenderti sempre contro tutto e tutti.
E adesso te ne vai, mi lasci e ti aspetti pure che ti auguri di essere felice.
Non posso. Non si può augurare la felicità a chi ci spezza il cuore.
La discriminante tra il “possiamo rimanere amici”, il “ti vorrò per sempre bene” e il “che ti puozz’ cecà!” è data dalla modalità con cui ci si lascia o si viene lasciati.
Se tu, per esempio, mi avessi lasciata civilmente, mi avessi spiegato le tue ragioni o mi avessi dato modo di intendere che con me non eri felice, avrei capito o magari no, ma comunque lo avrei accettato. Tu, invece, da grande scornacchiato quale sei, mi hai fatto credere fino alla fine che tutto quell’amore era ricambiato, che era solo invidia quella degli altri, che mai e poi mai tu avresti potuto tradirmi in un modo tanto becero e bieco.
Se fossi scappato pure tu con una francese o un’inglese o una tedesca o qualche amica della tua vecchia fiamma spagnola,  lo avrei superato. Tanto…chi ti vedeva più?
Invece, tu ti sei comportato come il peggiore degli uomini. Quello capace di tradire la sua donna con la sua migliore amica. Solo che tu hai fatto persino peggio, perché hai tradito la tua donna con la sua peggiore nemica. E questo è imperdonabile.
Perciò, vattene pure a Torino, Gonzalo. Vattene a Torino e vattene a fanculo!
A me passerà. Arriverà qualcun altro, più giovane, più bello e più forte di te. E non proverò nessun rimpianto, vedendoti indossare quel pigiama a righe.
Perché, alla fine, vuoi sapere la verità? Nonostante ti adorassi, non sei mai stato tu il mio preferito.

Quale maglietta vuoi? Quella di Higuain?
– No. Credimi, a Higuain voglio un bene dell’anima. Ma Higuain è un centravanti. Oggi ti ama, domani ti schifa. Dammi quella di Hamsik. Il capitano è sempre il capitano.

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L’ultima scatola

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Rimane una sola scatola,  che ho appositamente lasciato aperta. Il resto è già stato caricato sul furgone. Ho detto ai ragazzi della ditta di traslochi che li raggiungerò in cinque minuti. Gli ultimi cinque minuti in questa casa.
L’avevo trovata grazie alla dritta di un amico, otto anni fa, subito dopo la separazione da mia moglie. Una casa luminosa, accogliente, con una buona vista e un discreto giardino. Ideale per trascorrervi il fine settimana con i miei figli ed il restante tempo in solitudine, a rimettere insieme i cocci di una vita che improvvisamente era andata in pezzi.
Non me la sono cavata male, dopo tutto.
Ma, adesso che mi appresto ad un nuovo inizio, mi è difficile guardarmi intorno senza provare una profondissima malinconia.
Non mancano ormai molte cose. Alla fine, resta in gran parte paccottiglia di cui potrei fare a meno, ma che, per educazione, porto via con me. La bottiglia di Martini, che ho lasciato sulla mensola del camino, mi consiglia di buttare giù un ultimo goccio. Resisto e la cedo a chi vorrà servirsene o buttarla via.
È notevole e imbarazzante la quantità di oggetti che non ricordavo o non sapevo di avere, nascosti sul fondo dei cassetti, negli angoli infrattati di mobili, le cui ante ho aperto a mala pena due volte. Alcune continueranno a stare con me, altre giacciono sul fondo del bidone all’angolo di strada.
Le pareti ormai nude si preparano a registrare nuovi sussurri, a spiare l’amore, le liti, i discorsi e i silenzi di chi verrà dopo di me; qualcuno che, come me, tra queste mura si ritroverà e si sentirà perso; qualcuno che coltivi sogni, ma non abbia la pietà di far morire le speranze; qualcuno che, non importa quanto è spietato e triste il finale, perché sarà sempre pronto, ogni volta, a ricominciare; qualcuno, le cui impronte, gradualmente, si sostituiranno alle mie e a quelle delle persone che, insieme a me, sono passate di qua.
Pochi amici, molte donne e, tra le tante, lei.
Sorrido mentre stringo tra le mani questo babydoll, traccia concreta del suo passaggio, dimenticata, forse volutamente, perché un giorno, scavando sul fondo di un armadio, il mio cuore potesse perdere un battito a ricordarsi del suo odore. Le ombre disegnano forme di labbra e baci, il cui segreto, queste pareti conserveranno in eterno. Chissà che tra tanta polvere, incastrato tra due listelli di parquet, non sia rimasto un suo capello.
E mi chiedo, mentre tra i sorrisi soffoco una lacrima, quanto del nostro amore rimarrà per sempre qui, come un’eco silenziosa che risuoni lungo il corridoio, dalla cucina alla camera da letto, sotto la doccia e poi, indietro, sul divano, ad assolare la noia della tv lasciata accesa, del soffritto che rischia di attaccare, dei passeri che cantano al mattino presto.
Continuo a sorridere, soffoco altre due lacrime e le invio un messaggio. Ti voglio bene, babe. Te ne vorrò sempre.
Mi risponde dopo pochissimo.
Ecco, adesso posso chiudere l’ultima scatola, chiudere la porta e andare.


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Urano vi accontenta

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Amore sotto ai tacchi e sensibilità al ribasso, ma se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta: finché dura…!

Non esce di casa se prima non legge l’oroscopo. Non tutto, solo la parte relativa all’amore e all’eros. Al lavoro e alla salute getta appena uno sguardo, ma è ovvio che, se Marte minaccia un contagio di febbre gialla, resta a casa, chiama a lavoro e prende un giorno di ferie.
La previsione del giorno non la turba affatto. Amore sotto ai tacchi? Tanto indossa un paio di ballerine. Sensibilità al ribasso? Non è forse un bene? Un calo di sensibilità non ha mai fatto male a nessuno.
E poi quella allettante prospettiva di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea! Ma perché O DI? Una serata trasgressiva CON una conquista temporanea suona decisamente meglio!
La prima parte della giornata trascorre come previsto.
A metà mattinata, quando la sua collega di stanza è stata pesantemente redarguita dal capo, la sensibilità in ribasso le ha permesso di rimanere imperturbabile, di non empatizzare e di quasi gioirne. Il quasi è dovuto solamente al fatto che, un tempo, lei e Katia erano buone amiche. Poi lei aveva conosciuto Mario, un ragazzo davvero adorabile, e lo aveva presentato a Katia, per sapere cosa ne pensasse. E quest’ultima ne aveva pensato così bene da soffiarglielo. Oggi, peraltro, i due festeggiano i primi due mesi insieme e lui le ha fatto arrivare un mazzo di rose in ufficio.
A Katia, la regina del mio cuore.
Quel biglietto le ha dato la nausea. Ha aspettato che la collega si allontanasse un attimo dalla stanza per poterlo leggere. Non si è limitata a dargli un’occhiata. Lo ha tirato via dal mazzo e se l’è rigirato tra le mani, ispezionando la grafia di Mario, quasi come se, nei dettagli delle A, potesse rintracciare il motivo per cui ha preferito Katia a lei. Poi, in un attimo di disattenzione, il biglietto le è sfuggito. Non lo ha raccolto. L’amore sotto ai tacchi? Finalmente la frase più sibillina del suo oroscopo trovava una realizzazione. Soltanto dopo averlo ripetutamente calpestato e insudiciato, ha raccolto il biglietto e lo ha infilato nel tritarifiuti.
Katia stava impazzendo cercando di ritrovarlo. Ed è così che il capo è entrato nella stanza, l’ha sorpresa carponi e con il culo per aria sotto la scrivania e ha tirato giù tutti i santi.
E adesso è pomeriggio inoltrato. Tra un po’ staccherà dal lavoro. Se si ferma al bar per un aperitivo, magari incontra qualcuno da conquistare temporaneamente per trascorrere  una serata trasgressiva. Solo che indossa scarpe basse e con quelle non ha mai conquistato nessuno. Perciò decide che passerà prima a casa a cambiarle.
Spegne il computer, saluta Katia, che nel frattempo ha ritrovato il sorriso (ma non il biglietto, pensa maliziosamente) e si avvia verso il parcheggio.
E Mario è lì, a braccia conserte, seduto sul cofano dell’auto che ha parcheggiato poco distante dalla sua.
Gli va incontro, sorridendo.
– Ciao Mario! Che fai da queste parti?
– Ciao! Sono passato a prendere Katia. Le manca ancora molto che tu sappia?
– No. Vedrai che ti raggiunge a breve. Avete programmi particolari per stasera?
– Sì. Oggi ho staccato prima dal lavoro per prepararle una cena speciale. La porterò a casa mia e festeggeremo il nostro secondo mesiversario.
A quella parola, prova la stessa nausea che ha provato leggendo il biglietto che accompagnava le rose.
– A proposito, non ti ho mai ringraziata. È solo merito tuo se adesso sto vivendo la storia migliore della mia vita.
– Figurati, di niente. Sono tanto contenta per voi- e, mentendo, abbozza un sorriso che viene fuori simile ad una smorfia.
– Tu che programmi hai per stasera?
Ripensa all’oroscopo. Com’è che diceva? Se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta.
Ma perché accontentarsi?
Nel frattempo, arriva Katia. Lei e Mario se ne vanno e la lasciano lì da sola.
A quanto pare, oggi Urano non le è stato affatto d’aiuto. Deve puntare su Venere. E chissà che domani non sia in assetto favorevole.


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Ci vediamo a mezzogiorno

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Non è certo così stupida da pensare che lui sia in ritardo.
– Ci vediamo a mezzogiorno, così mangiamo qualcosa insieme.
Ma si capiva da come non la stava guardando che era una menzogna.
Forse se avesse messo un po’ di rossetto… Solo una persona molto sicura di sé esce di casa senza trucco.
Lei però non è affatto sicura. Altrimenti sarebbe andata via da un pezzo, piuttosto che continuare ad aspettare qualcuno che, ormai sembra ovvio, non arriverà.
Eppure continua ad aspettarlo, anche se, da un pezzo, sono passate le due.

Sassi, piccioni, gas di scarico e foglie morte. Una solitudine che trasforma in un’ennesima compagnia di se stessa, ma nemmeno tanto, se è vero che si vuole tanto male.
La panchina è scomoda, ma non ricorda se lo fosse già quando si è seduta o lo è diventata perché ci sta seduta da troppo tempo. Ogni tanto un passante le getta uno sguardo o un sorriso, che ogni tanto raccoglie, ma in maggioranza lascia andare, perché è evidente la compassione sottintesa.
Non sarebbe male parlare con il ragazzo che adesso si è seduto accanto a lei. Ma lui la ignora e lei fa altrettanto, rimestando a casaccio nella borsa come se stesse cercando qualcosa di molto importante. Poi prende il telefono. È la milionesima volta che controlla se per caso lui le ha mandato un messaggio. Niente. Nemmeno uno squillo, una scusa, una chiamata persa.

Eppure aveva insistito tanto per incontrarla.
– Passo a prenderti domattina alle dieci. Facciamo un giro in centro e mangiamo qualcosa insieme.
A lei non andava. Ma ancor meno le andava l’idea di trascorrere un altro sabato in casa, da sola. E poi da quanto tempo non lo vedeva? Per questo aveva accettato. E alle nove e mezza era già ad aspettarlo sotto casa.
Forse, se avesse indossato quella maglietta rossa… Si capiva da come le aveva detto buongiorno che non gli piaceva  il modo in cui si era vestita. E crede sia per questo che, dopo il caffè, l’ha mollata su quella panchina con la scusa di un appuntamento imprevisto.
– Non preoccuparti, non ci metterò molto. Ci vediamo a mezzogiorno, così mangiamo qualcosa insieme.
Si rigira il telefono tra le mani. Potrebbe chiamarlo lei, ma non vuole disturbarlo. Potrebbe chiamare un’amica, ma non vuole che il telefono risulti occupato qualora lui la chiami.

Il ragazzo, nel frattempo, si alza e va a sedersi su un’altra panchina. Lei controlla che ore sono. Le due e mezza. Rimette il telefono in borsa, si liscia i vestiti, si alza e decide di tornare a casa.
Non ha soldi. Aveva preso cento euro, prima di uscire, perché voleva offrirgli il pranzo. Poi però, subito dopo essere salita in macchina, non ha resistito alla tentazione di fargli un regalo e glieli ha mollati tutti.
Non lo vede quasi mai. Ed è così giovane! E ai giovani i soldi non bastano mai.
Per fortuna, ha la tessera gratuita. Prenderà un autobus per rientrare.
Si sta recando alla fermata, quando riceve un messaggio.

– Scusami, nonna, se non sono più tornato. Purtroppo la Marty aveva organizzato senza preavviso un pranzo con gli altri e non ho potuto dire di no. Ti dispiace rientrare da sola? Magari ti richiamo settimana prossima. Ti voglio bene.


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Come ho già scritto, l’altro giorno, mentre passeggiavo in pieno centro, mi sono imbattuta in un matto che lanciava sampietrini e per poco non mi ha colpita.
Non mi ha colpita, appunto. Ma se lo avesse fatto?
Come sarebbe stato interpretato e riportato il suo gesto?
Un ultrà brasiliano uccide a sampietrini un’immigrata italiana?
Un fondamentalista cristiano lapida una donna atea?
In fondo, ormai è davvero facile manipolare, accentuare o colorare la realtà per farne notizia.
Le mie ipotesi sono ovviamente ridicole ed estreme. Del resto, quel folle non aveva alcuna idea del fatto che sono italiana, tantomeno che sono atea. Allo stesso modo in cui io, tuttora, non ho assolutamente idea di chi egli fosse, quale fosse il suo credo, la sua ideologia o la sua etnia. Era semplicemente un pazzo violento ed io, semplicemente, ero la passante nel posto sbagliato al momento sbagliato.
L’unica cosa più o meno sicura è che era brasiliano, poiché l’episodio si è svolto in Brasile, ma questo non significa che, d’ora in poi, penserò che tutti i brasiliani sono violenti, folli, fondamentalisti, razzisti, xenofobi o misogini.
Premesso ciò, non sono certo così stupida o presuntuosa da paragonare quello che non è successo a me, con quello che, invece, è successo a Nizza.
Solo che non mi è chiaro il motivo per cui, a prescindere dai precedenti attentati, il gesto di ieri, che a quanto si legge è stato compiuto da un unico folle, condanni tutti i tunisini, tutti gli immigrati, tutti i musulmani e, tra un po’, pure tutti i camionisti. E mi fa schifo leggere i post di chi inneggia al lancio di bombe atomiche sui paesi nordafricani e mediorientali, auspicando l’annientamento di milioni di persone che, in maggioranza, sono estranee al delirio di pochi folli attentatori e, dunque, innocenti.
È come se, per assurdo, io venissi accusata e condannata a pagare per i crimini fascisti solo perché sono italiana o per i crimini di camorra solo perché sono napoletana.
E questo mio punto di vista non è dettato dal fatto che su quel lungomare non c’ero io, non c’era la mia famiglia e non c’erano i miei amici. Mi rifiuto a priori di dirigere la mia rabbia contro un intero popolo, una nazione o una religione. La mia rabbia ed il mio sdegno saranno indirizzati sempre ed esclusivamente contro chi compie il gesto e, successivamente, contro chi lo strumentalizza, facendone un esempio valido per fomentare e veicolare e giustificare l’odio tra le parti, quali che esse siano.
Giustificare la violenza e la follia, sulla base di una provenienza geografica o di una professione di fede, significa assurgersi a giudici morali dalla parte del giusto, solo perché si è nati altrove e si crede in altro. Ma, purtroppo, la violenza e la follia non fanno distinzione di bandiere, non attecchiscono meglio in alcuni paesi piuttosto che in altri. La violenza e la follia non discriminano e, democraticamente, fanno presa su tutti gli esseri umani, che siano uomini o donne, bianchi o neri, cattolici o musulmani, etero o omosessuali.


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La cicogna dispettosa

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Il treno per Velletri di nuovo soppresso, cacchio! Per la terza volta in due settimane. E, guarda caso, erano esattamente due settimane che avevo firmato il contratto a tempo indeterminato. Come lo avrei spiegato ai capi? Se sei in ritenuta d’acconto e lavori a gratis pure il sabato e la domenica, sei una santa; se hai un contratto a tempo indeterminato e arrivi in anticipo e vai via due ore dopo aver timbrato l’uscita, sei una brava persona; ma se hai un contratto a tempo indeterminato e arrivi tutti i giorni in ritardo e cerchi di uscire in tempo per non perdere l’ultimo treno, sei una stronza. Una stronza che, peraltro, non è neanche in grado di comprarsi un’auto.
Ah sì, perché guadagni seicento euro netti e ne paghi quattrocentocinquanta d’affitto. Ma non lo sai che con un euro al giorno può camparci una famiglia di quattro persone?
Erano più o meno questi i miei pensieri quando mi accorsi della ragazza che mi guardava e sorrideva. Ci eravamo già incrociate nello stesso punto il giorno prima, entrambe col naso in su a controllare il tabellone delle partenze nella stazione di Ciampino.
Le sorrisi a mia volta e mi si avvicinò.
– Ciao, sei di Colleferro? Perché ti ho notata in stazione sia ieri che stamattina. Mi sa che facciamo lo stesso percorso.
– No, ma ci abito. E tu?
– Io mi ci sono trasferita a settembre per convivere col mio ragazzo.
– Io mi ci sono trasferita due settimane fa. – Ribattei a mia volta- Prima abitavo a Roma. Poi il proprietario del monolocale di dieci metri quadrati in cui abitavo, per l’anno nuovo, voleva regalarmi un aumento sull’affitto di cento euro. Perciò, considerato che sono fidanzata con un ragazzo che ha un appartamento in affitto ad Anagni, mi sono trasferita a Colleferro.
– E che c’entra Anagni con Colleferro?
Quella fu la prima delle tante giuste osservazioni che Alessandra mi avrebbe fatto negli anni a venire. In effetti, seppur geograficamente abbastanza vicine, non c’è nulla di culturalmente, storicamente, mentalmente, architettonicamente e provincialmente più diverso di Anagni e Colleferro. Ma io che ne sapevo?  Sapevo solo che in quel periodo odiavo i treni, odiavo il mio lavoro e odiavo l’idea di essere fidanzata con un fidanzato che odiava l’idea di convivere. Ma questo non glielo dissi. Almeno non subito.
Mi limitai ad aggiungere un’altra imprecazione sulla soppressione del treno.
– Senti,- mi disse- io sto chiamando il mio capo. Passa a prendermi lui qui in stazione. Vuoi che dia un passaggio anche a te?
E così, da quel giorno, io e Alessandra diventammo grandi amiche.
Tutti i giorni, salvo festivi, ferie e reciproci viaggi di nozze, per tre anni abbiamo viaggiato insieme per andare a lavoro.
In quei tre anni e in quelli successivi fino ad oggi, ne abbiamo condivisi di momenti importanti.
Ad esempio, Alessandra è stata la prima a cui, con grandissima emozione, ho inviato un messaggio con la scritta BRASILE!!!; Alessandra c’era quando ho dato una memorabile capocciata contro il cartello con la scritta Valmontone; Alessandra c’era ogni volta che un pazzo entrava in stazione e, tra tanta gente, sceglieva di importunare proprio me; Alessandra c’era persino al mio matrimonio, così come io sono stata al suo; Alessandra c’era, con la neve, con la pioggia, con il solleone, con gli scioperi, coi ritardi e coi treni guasti.
Insomma, Alessandra c’era, ma soprattutto ALESSANDRA C’È.
E, oggi, ha aperto un blog qui su WordPress, per raccontare il suo difficile percorso di adozione, reso purtroppo arduo dalla burocrazia italiana, e non solo, perché Alessandra di cose belle e interessanti da raccontare ne ha tante.
Questo è il suo blog Dateci un’occhiata.