Le coccinelle volano

Rio casa mia

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In questi giorni in cui Rio è sotto i riflettori per le Olimpiadi, ho realizzato che non ho mai scritto nulla riguardo i miei soggiorni nella città. In basso, il primo dei miei tentativi per recuperare.

29 Agosto 2014
Partimmo alle sette e arrivammo all’incirca dopo sette ore. In Brasile, non esistono autostrade simili a quelle cui siamo abituati in Europa e spostarsi da una città all’altra, in auto, presuppone passaggi in piccoli villaggi, deviazioni nel nulla, avventurarsi per sentieri che sembrano non esser mai stati battuti da anima viva.
Era la mia prima settimana in Brasile, quattro giorni da trascorrere a Belo Horizonte e una puntata di tre giorni a Rio, una sorta di degustazione del paese, gentilmente offertami, al fine di scoprire se mi sarebbe piaciuto trasferirmici a vivere. Quesito alquanto retorico, considerato che, per quanto ero innamorata di Luca e per quanto mi trovavo male in Italia, lo avrei seguito anche se lo avessero trasferito in Papuasia.
Arrivammo dunque a Rio, alle due di pomeriggio. Il check in, in quello che credevamo fosse il nostro albergo, era previsto per le tre, quindi eravamo in perfetto orario. La prima mezz’ora la perdemmo cercando un parcheggio. Trovato il parcheggio, tre ore e mezza le perdemmo per trovare quello che credevamo fosse il nostro albergo. Sulla prenotazione c’erano scritti solo il nome e la strada. La strada era giusta, ma era lunga tre kilometri. Non era certo così facile individuare il civico a cui eravamo destinati. Non avevamo nemmeno un numero di telefono. Visitammo perciò tutti gli alberghi, tutti gli ostelli, tutti i rifugi di Copacabana. E niente, nessuno aveva mai sentito parlare dell’ospitale casa di Dulce Maria. Dopo la prima ora e mezza, fu il mio genio a risolvere la situazione.
– Scusa, ma sei proprio sicuro che si tratti di un albergo?
E così cominciammo ad attaccarci a tutti i citofoni di tutti i palazzi, come i testimoni di Geova, ma senza il privilegio della salvazione. Peccato che avessimo cominciato dal lato sinistro dell’inizio della strada. Perché l’ospitale casa di Dulce Maria si trovava alla fine del lato destro della strada.
Comunque sia, alle cinque e mezza, finalmente la trovammo.
È difficile descrivere lo sconcerto che si prova quando si immagina di trascorrere un romantico weekend a Rio, ospitati in un centralissimo albergo di Copacabana, e ci si ritrova invece alloggiati nella stanza per gli ospiti di una perfetta sconosciuta, su un divano letto sgangherato e con le molle che giocano a shangai sulla tua schiena.
Ulteriore dettaglio infelice e non trascurabile è che la proprietaria dell’ospitale casa di Dulce Maria, cioè la signora Dulce Maria in persona, Dulce di nome e Maria di cognome, come non mancava ogni volta di sottolineare, era una stronza di proporzioni intergalattiche. Invadente come una madre, petulante come una suocera, acida come un’amica a cui hai rubato il fidanzato (e per fortuna io non ho mai rubato nessuno a nessuna), tra me e Dulce Maria fu immediatamente odio a prima vista.
Non conoscevo una parola di portoghese e lasciavo che fosse Luca a relazionarsi, quando c’era bisogno di chiedere informazioni o semplicemente di parlare.
Pertanto, mentre i due animatamente discutevano, l’una rimproverandoci per il ritardo, l’altro rimproverandole la fraudolenza dell’annuncio, io me ne stavo tranquilla in un canto, cercando di trattenere la pipì.
Improvvisamente, senza che avessi emesso un fiato, Dulce Maria, incazzata come una iena, distolse l’attenzione da Luca e si concentrò su di me.
– E tu togliti gli occhiali quando parli con me, maleducata!
A parte che non avevo detto mezza parola. E poi maleducata a me??? Capisco che non poteva saperlo, ma chiedere ad una persona, con notevoli problemi agli occhi e con una forte intolleranza alla luce, di togliersi gli occhiali da sole in pieno tramonto e darle della maleducata se non lo fa, è come dare del maleducato ad una persona che, poiché priva del braccio destro, ti stringa la mano con la sinistra.
Mi tolsi gli occhiali, capì che aveva fatto una figura di merda e cambiò argomento.
– Ma voi siete sposati? Io sono estremamente cattolica e sotto il mio tetto le coppie non sposate non dormono insieme.
Ero davvero stanca, spossata dal viaggio e sempre intenta a trattenere la pipì. Solo per questo, la Dulce Maria si salvò da una capata in faccia.
Luca era dell’idea di andar via immediatamente, nonostante l’accordo stipulato prevedesse che le pagassimo comunque il soggiorno di tre notti; io ero dell’idea che non era giusto regalare a quella cessa dei soldi a buffo. Tanto a Rio avremmo avuto tante cose da vedere e saremmo rimasti in quella casa giusto il tempo di riposare.
La garanzia che di lì a un mese ci saremmo sposati, almeno, ci salvò dal dover vivere quella tortura in camere separate. Anche perché di stanze disponibili ne aveva solo una e, considerato quanto le stavo simpatica, sicuramente, dei due, avrebbe piazzato me sul balcone.
Trascorrere quei tre giorni in casa di Dulce Maria, non fu orribile. Di più. Tutte le volte che uscivamo, al rientro la trovavamo piazzata sul divano, illuminata dalla fioca luce di un abat jour, con l’espressione tetra di Zio Tibia e l’immancabile mantra materno del “vi sembra questa l’ora di rientrare?”. Tutte le volte che rientravano, dopo kilometri di sfacchinate in giro per tutta Rio e l’unico desiderio di stramazzare su una superficie piana e entrare in coma, Dulce Maria, come la dogana, ci bloccava il passaggio per la stanza e pretendeva che per almeno un’ora ci fermassimo a parlare con lei. Tutte le mattine, Dulce Maria, poiché la colazione era inclusa nel soggiorno, mi sbucciava tre banane, che diceva aver comprato apposta per me, e si incazzava perché mi rifiutavo di fare colazione come una scimmia.
Tutto questo per dire che Rio è bellissima e ci ho vissuto dei momenti incredibili. Eppure nessuno di quei momenti è in grado di superare nella memoria il trauma di quel primo soggiorno nell’ospitale casa di Dulce Maria.
* Nella foto in alto, una scimmia non comune, immortalata durante un momento di svago e di giubilo, lontana dalle grinfie di Dulce Maria.

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9 thoughts on “Rio casa mia

  1. Il dramma del concentrato assoluto di stronzaggine è a dir poco grottesco ma indispensabile per comprendere che al mondo c’è chi sta peggio di noi…
    Dulce di nome ma assolutamente non di fatto sarà rimasta pure male a trovarsi da sola a mangiare banane che nessuno le sbucciava, ah che privilegio la mattina con lo stomaco incriccato mangiare un chilo di banane sbucciate da Satana che chissà che ci ha fatto con quelle mani prima 😱

    • Provai a giustificarla con la solitudine. La casa era piena di foto, ma senza anima. Il problema è che era stronza davvero. E, per quanto io tentassi di essere gentile e a modo, poiché, in fin dei conti, stavo a casa sua, lei continuava ad incarnare quel pessimo tipo di donna sola che, superati i cinquanta, detesta tutte le altre donne, soprattutto se più giovani e, con finto spirito materno, esibito con vestaglie di pizzo e occhi da cerbiatto, prova ad accaparrarsi le attenzioni della parte maschile della coppia. Praticamente è stato identico a se fossi andata in vacanza con mia suocera.

      • Oh mio dio, ho solo vent’anni di tempo per evitare il totale inacidimento e la stronzaggine disperata! Non ce la farò mai 😭😭

      • Non diventerai mai così! Solo le donne stupidotte si lasciano inacidire dalla solitudine 😉. Quelle furbe e intelligenti, che siano sole, ma pure in compagnia, non si lasciano neppure sfiorare dal rischio. Hanno sempre qualcosa di meglio a cui dedicarsi 😊!

  2. 😳😳😳 Avete beccato l’unica brasiliana non disponibile?

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