Le coccinelle volano

Impaziente

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La paziente finalmente riposa, ma sa che non durerà.
Va avanti così da ore.
Il sollievo degli analgesici ad uso topico e iniettati in vena, dura appena il tempo che Priscilla riesca a scrollarsi dalla fronte un paio di gocce di sudore. Un intervallo breve, di quasi pace, prima che la paziente riprenda a contorcersi e frignare.
Priscilla è stanca e le crocs non reggono il peso di tutte le soluzioni fisiologiche, le cannule e i rotoli di cerotto e garze, sotto i quali tenta sapientemente di nascondere quegli squarci di pelle e carne, da cui filtra un dolore che, proiettandosi su di lei, si trasforma in dispiacere, o dolore dell’anima, che la gratitudine per il suo benessere, bilancia con un sorriso tirato.
Pensa alla sua casa, dove prima o poi dovrà tornare, per tirarsi via di dosso quel camice saturo del lezzo infettante dei disinfettanti. Il suo volto sarà ancora lo stesso che ha salutato al risveglio, ma con una ruga in più, che ancora non vede ma, avverte, nascosta da qualche parte tra l’attaccatura dei capelli e il naso.
Poi chiuderà gli occhi, occhi sani, occhi che non l’hanno mai tradita.
– Posso farti una domanda, Priscilla?
– Certo. Dimmi pure.
– Ho ancora il mio occhio sinistro?
– Sì che ce lo hai ancora!- risponde Priscilla e, anche se la paziente si è già voltata dall’altra parte, si allontana, affinché non la intuisca commossa, per reprimere in un grosso sospiro il groppo di pianto che le è salito in gola.
Fa l’infermiera ormai da anni, ma ancora non riesce a farsi scivolare addosso la tristezza. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, dicono, e sulla bende che coprono gli occhi sfortunati della paziente, adesso vede riflessa un’incredibile paura del buio, la disisperata ricerca di un colore, un colore qualunque, che cancelli lo scenario di nero che ha inghiottito il giorno prima che facesse notte.
Non riesce a starle lontana a lungo. La paziente ha il respiro pesante, di chi vorrebbe piangere ma si trattiene dal farlo, perciò le torna vicina e le accarezza la fronte.
– Priscilla, voglio andare a casa.- le dice cercando e stringendo a tentoni una mano.
– Lo so. E tra un po’ entrambe potremo andare.
– Priscilla, come faccio? Non vedo niente.
– Non preoccuparti, ti aiuto io.
E l’aiuta a vestirsi, a infilarsi le scarpe, a sedersi sulla sedia a rotelle. L’accompagna fin giù nell’atrio, fino all’uscita e poi verso l’auto che la riporterà a casa.
La paziente ha entrambi gli occhi bendati, temporaneamente ma completamente cieca, eppure sorride.
– Grazie, Priscilla e scusami se oggi sono stata una paziente tanto impaziente.
– Di nulla, cara. Di nulla.
E, anche se la paziente non si è ancora voltata dall’altra parte, consapevole che comunque non potrà vederla, Priscilla si lascia sfuggire una lacrima, sorride a sua volta e stacca dal lavoro per andare a riposare.

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15 thoughts on “Impaziente

  1. Alcuni medici o anche infermieri sono davvero degli angeli. Che ricordi che mi hai risvegliato citando le crocs!

  2. Sapevo quest’estate di essermi persa qualcosa…!!
    Mannaggiamme.

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