Le coccinelle volano


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Das Geschenk

A volte non capisco. Non capisco il bene e, a maggior ragione, non capisco il male.

Ma se c’è una cosa che ho capito è che non sempre è necessario capire. 

Come le canzoni degli Sportfreunde Stiller. Me ne sto qui ad ascoltarle e ci pure provo a tradurre i testi con Google e, magari, riesco persino ad apprezzare il lirismo ermetico degli infiniti italiani abbinati ai soggetti in tedesco. Ma non le capisco. 

Questo però non le rende meno belle, o meno brutte, a seconda dei punti di vista. 

L’utilità del capire, probabilmente, ha il suo limite nelle sensazioni immediate di piacere e dispiacere.

Mi piace ma non so perché. Mi dispiace ma non so che fare. Quand’è così, a cosa serve capire?

Ricordo che una volta un’amica di mia madre, durante un discorso molto serio, tirò fuori una perla che costrinse me e mio fratello a nasconderci sotto il tavolo, per evitarle l’indelicatezza di riderle spudoratamente in faccia. 

“Credetemi, io sono una persona molto capiente!”

E, chissà forse lo sono anch’io, ma non nel senso che erroneamente intendeva lei, ossia capiente perché capisco. L’ho già detto che non capisco quasi mai niente. Io sono capiente nel senso che so contenere, serbare, metabolizzare e archiviare un sacco di cose. E quando non ci riesco, metto su gli Sportfreunde Stiller. 

Questa si intitola “il dono” e, pure se non ho capito molto altro, penso sia una delle canzoni più belle ascoltate di recente. 


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Una storia d’amore o quasi 

Si erano lasciati dopo tanti anni di fidanzamento. Suppongo la loro storia fosse cominciata ai tempi della scuola. Una storia di quelle che abbiamo vissuto quasi tutti: il primo amore, sarà per sempre, non posso vivere senza di te e non ci lasceremo mai.

Invece si lasciarono, ma ne ignoro il motivo. Magari EmmErre me lo pure disse, ma non me lo ricordo. 

Lui trovò subito un’altra, una straniera pare, ma credo non faccia differenza. 

Lei no, lei rimase da sola. All’inizio, nemmeno la prese male. Certe storie si trascinano più per abitudine che per amore e se finiscono fa poca differenza. Ne approfittò per riprendere seriamente a studiare. Fuori corso già da tre anni, magari era la volta buona per mettersi sotto con gli esami e riuscire a laurearsi.

Fu proprio all’università che conobbe EmmErre. Stessa età, stessa facoltà, entrambe lasciate da poco. Ottimi presupposti per diventare amiche del cuore.

Cominciarono a frequentarsi, a studiare insieme, io vengo a casa tua, tu vieni a casa mia, etc.

Ma, col tempo, la novità dell’essere tornata single, si trasformò nel terrore di rimanerlo per sempre e l’idea di tornare con l’ex, all’inizio esclusa categoricamente, cominciò a non sembrarle più così malvagia. 

Me lo confidò EmmErre.

In realtà, tutto ciò che so di questa storia mi fu raccontato da EmmErre. 

EmmErre era così: quando la incontravo ci teneva ad aggiornarmi sulle sorti di tutte le persone di sua conoscenza, soprattutto di quelle che io non conoscevo personalmente. Prima mi parlava tantissimo di sé, poi delle vicine di casa, poi delle amiche e, se avanzava un po’ di tempo, mi chiedeva come stai. Ma, di solito, di tempo non ne avanzava mai.

Non che mi importasse. Il pensiero che, quanto le raccontassi, potesse diventare di pubblico dominio era un buon deterrente per non raccontarle nulla.

Tornando alla storia, dopo circa un anno da single, lei provò a tornare con lui. E lui tornò. Senza alcuna difficoltà, senza tentennamenti. Mi piaceva pensare che, alla fine, avesse trionfato l’amore, anche se, secondo EmmErre, la facilità con cui erano tornati insieme dipese molto dal fatto che pure lui, conclusasi brevemente e in fretta la storia con l’altra, si fosse scocciato di stare da solo.

Le cose andavano abbastanza bene. Stare lontani aveva convinto entrambi di non poter fare a meno l’uno dell’altra (e non solo perchè nessun’altra persona se li sarebbe filati, come malignamente EmmErre sosteneva). La relazione era molto più stabile, più adulta, più matura. Una relazione basata sulla lealtà, sulla fedeltà e sulla fiducia, vorrei aggiungere, ma non posso. 

Non è certo per fiducia, infatti, che una sera, approfittando di una distrazione, lei si appropriò del telefono di lui. Se si fosse limitata a controllare la lista chiamate e i messaggi, non avrebbe avuto nulla da riferire ad EmmErre e, di conseguenza, la sottoscritta non avrebbe avuto nulla di interessante per cui ricordarsi e scrivere di questa storia. 

Ma lei non si limitò a controllare solo la lista chiamate e i messaggi. Lei ispezionò anche l’archivio video e foto. 

– E quindi che ha fatto? Lo ha lasciato, giusto?- Chiesi sbalordita. 

– Macché! – Mi rispose EmmErre.- Anzi, adesso parlano di matrimonio! 

– Che cosa?! Scusa, ma mi hai appena detto che lei ha trovato ed ha assistito a dei video in cui lui si accoppia selvaggiamente con l’altra! Come si fa a tollerare una cosa del genere? 

– Beh, sì, non posso negare che è una brutta cosa e che lei c’è rimasta male, poverina. Ma gli ha chiesto di cancellarli, lui le ha promesso che lo farà e hanno rifatto subito pace.

Rimasi senza parole. Alcune situazioni bisogna viverle per giudicare, ma questa storia ancora resta tra le peggiori storie d’amore (o non amore) che abbia mai visto o sentito. Alla fine, i due si sposarono davvero, ancora stanno insieme e hanno un paio di figli. Lei non si è più laureata, ma che lui abbia poi cancellato davvero quei video non mi è dato sapere. Dovrei chiederlo a EmmErre, ma ho smesso da un bel po’ di ascoltarla. Penso che in pochi mi biasimeranno per questo.


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#Fetiche 

Dovevo pensarci prima.  Prima di lasciarmi abbindolare dalla pubblicità. Prima di convincermi che, cavoli, era proprio così che li volevo. 

Mi maledico e mi chiedo “Ti ricordi di quella volta che, a vent’anni, ti comprasti quell’antirughe costisissimo, perché lo pubblicizzava Natalie Imbruglia e tu ti eri convinta che, usandolo, avresti finito col somigliarle? Ti ricordi di quella volta che comprasti il siero alzaglutei perché nella promo tutte avevano il sedere perfetto e ti convincesti che, spalmandoti di crema e andando in giro con quell’imbragatura medievale di molle, ti sarebbe venuto un culo di ferro?” No, evidentemente non me lo ricordo mai abbastanza, concludo. 
È per questo che non ci ho pensato, prima di recarmi al negozio e cominciare a vagare con lo sguardo concentratissimo su tutti gli scaffali di tintura, finché, toh, eccolo il santo graal!

La commessa però mi aveva avvertita. O quasi. Perché lei in realtà mi aveva solo chiesto – Serve aiuto?

E io- Sì, sto cercando un biondo. Ma un biondo biondo. Non come quello che ho adesso, che già dal primo shampoo è diventato giallo.

E, mostrandole la confezione del santo graal, le avevo chiesto – Questo può andar bene?

– Oddio, questo proprio no! Con i capelli che hai adesso, se applichi questo, poi ti diventano verdi!

– Verdi??? No, non ho più l’età. E allora quale mi consigli?

– Hai fretta? Perché tra un po’ rientra la parrucchiera del negozio. All’incirca tra venti minuti. È in pausa pranzo. Se vuoi, lei ti sceglie i prodotti giusti, te li applica e ti fa i capelli. 

Capisco. Capisco che devo scappare a gambe levate. Perché quando ti dicono così in un negozio di prodotti per l’igiene e la cosmesi, più che i capelli, vogliono farti il portafogli.

– Ah, ok!- le ho detto, scuotendo la testa in segno di grande entusiasmo- Allora, nell’attesa, faccio un giro. 

E, passando oltre la commessa, mi sono nascosta dietro uno scaffale di saponi, ho controllato che si fosse distratta e ho imboccato l’uscita.

In centro, ci sono tantissimi negozi con prodotti per l’igiene e la cosmesi. Sono entrata in quello successivo. Una commessa mi si è avvicinata prima che avessi il tempo di guardarmi intorno.

– Hai bisogno di aiuto?

– Sì, sto cercando quel tipo di biondo nuovo, quello della pubblicità. Pensi che per me vada bene? 

– Per te sarebbe perfetto!

– Maddai!!! Cioè… Mi si toglierebbe tutto questo giallo e i capelli mi verrebbero belli belli come quelli nelle pubblicità?

– Beh, uguali proprio no,- e mi ha guardato i capelli con espressione abbastanza schifata- ma ti garantisco un buon risultato. 

E adesso ho la testa spalmata di melma. È da quando ho terminato l’applicazione che non ho più avuto il coraggio di specchiarmi. 

Perché, contrariamente a quanto mi avevano garantito le commesse sapientone, i miei capelli non sono verdi, né sono belli belli come quelli della pubblicità. 

I miei capelli sono azzurri! Azzurro cielo, azzurro mare,  azzurro puffo, ma non Puffetta, perché Puffetta ha i capelli biondi e io, invece, ho i capelli azzurri. 

I miei capelli sono azzurri! 

Evviva! Hip Hip Hurrà!

DOPO IL RISCIACQUO 

Lo vedi? Lo vedi che ti lamenti sempre troppo e troppo presto? Certo, i tuoi capelli non sono come quelli nella foto, né come quelli della pubblicità, ma, alla fine, è venuto un bel biondo. E poi, mica li volevi davvero biondo fetiche?


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Inciampi 

– Forza, non fare la timida. Vai e chiedigli la grazia!

– Ma quale grazia?!

– Come quale grazia? Tutti abbiamo bisogno di una grazia! 

Era il 1999. Per esattezza, l’ultimo mese del 1999. Credevo che di lì a poco sarebbe finito il mondo.  Per questo, in quei giorni, ero sempre euforica.

(Che poi non ci credessi fino in fondo, lo scoprii la sera di Santo Stefano, quando presi una memorabile caduta per le scale. I tacchi, il marmo dei gradini umido e scivoloso e una botta alla schiena che mi lasciò senza respiro per un tempo che mi sembrò infinito e in cui tutto ciò che mi riuscì di pensare fu “speriamo che non muoio adesso, perché voglio vedere che succede nel Duemila”)

A diciotto anni, ero una crepuscolare che incontrava motivi di ludibrio nelle teorie escatologiche applicate al cambio di millennio. Mi era facile inciampare, fisicamente ed emotivamente, su qualunque cosa. Un po’ per caso, un po’ per una scelta legata all’assurda necessità di star male anche e soprattutto se non c’era nulla di concreto per cui stare male. 

In altri termini, a diciotto anni, ero una deficiente e scambiavo la tristezza per depressione, non sapendo che di motivi per deprimermi, in un’età più adulta, ne avrei avuti di veri e davvero. E tutta quella tristezza, immaginata e disperata, mi sarebbe mancata.

Perché i sentimenti vanno vissuti, testati, sperimentati, vagliati e realmente applicati; perché i sentimenti falsamente applicati si disperdono, si sprecano e, quindi, si esauriscono.

L’amore, ad esempio. Incontri quello vero e le emozioni che provi, le parole che dici e vorresti dire non ti sembrano abbastanza. Allora, ripensi a tutte le emozioni che hai già provato, alle parole che hai già detto e pensato, quando credevi o ti illudevi o fingevi fosse amore e invece era qualcosa senza alcun risultato. Ne avresti di più, se le avessi conservate? 

I sentimenti non andrebbero sprecati, né quelli buoni, né quelli cattivi. Si arriva a capirlo col tempo, quando ci si rende conto della difficoltà a sentire qualcosa che, invece, prima, si sentiva anche per niente. Come un’abitudine, un “vizio assurdo”, troppo esasperato e, perciò, dato per scontato. 

Era dicembre del 1999 e, da pochi mesi, mi ero iscritta all’università. La mia facoltà era bellissima e non mi riferisco solo agli argomenti che avevo scelto di studiare. Mi piacevano l’edificio antico, il giardino, il chiostro centrale. Mi piaceva così tanto che, in quei primi mesi, tentavo di mostrarla a chiunque. Mio fratello mi accompagnò a lezione due volte, più spesso il fidanzato di allora e, ogni volta che riuscivo a convincerli, gli amici di ingegneria e economia.

Quel giorno, mi avevano accompagnata mia madre e una sua amica. 

Al nostro arrivo, Napoli era assurdamente tranquilla. Niente bancarelle, poco traffico, nessun clacson suonato a vuoto. Erano spariti persino i bidoni dell’immondizia. 

E il Rettifilo era pieno di uomini in divisa.

– Che succede? – Chiesi ad uno di loro. 

– La visita di Scalfaro. 

– Tanto casino per un ex presidente?

E, infatti, quel giorno, a Napoli, non c’era Scalfaro, ma Ciampi, da poco eletto e in visita con la moglie per la cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico. 

Lo incontrammo, a metà mattinata, nei pressi di Via Duomo.
– Forza, mamma, non fare la timida. Vai e chiedigli la grazia!

– Ma quale grazia, Maria Pi’! Finiscila di fare la cretina!

– E dai, ma’, quando ti capita più la possibilità di chiedere una grazia al presidente? Vai su!

– Ma appunto è il presidente, mica è un santo?

– E qual è la differenza? Una grazia è pur sempre una grazia. Che fai la schizzinosa?


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Miracoli 

– Si è sciolto il sangue?

– Che sangue?- e mi ispeziona il viso alla ricerca di una ferita che non c’è. 

– Ma che hai capito?! Il sangue, San Gennaro, il miracolo! 

– E io che ne so? 

– Puoi controllare, per favore?

– Vabbè, controllo, ma tanto che cambia? E poi tu mica credi a queste cose?

– Io? No che non ci credo. È solo che mi fa star bene pensare che, da qualche parte, oggi, per qualcuno, si è compiuto un miracolo. E allora? Si è sciolto?

– Sì, si è sciolto. 

– Oh, meno male! Lo sai che però non cambia niente, vero?


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Novelas 

Una versione brasiliana di Barbara D’Urso intervista i presenti in studio. 

Ieri è morto un famoso attore di novelas. No, non guardo le novelas. Sì, qui veramente tutti guardano le novelas. Persino quelli che dicono che non le guardano. “Chi io? No, per carità! Però Terra Nostra era proprio bella e pure quella su Tiradentes e pure l’altra, quella dove lui muore, poi in realtà non è morto, ma alla fine comunque muore. Però no, non le guardo. Ma, tu, possibile che non hai mai visto Terra Nostra? L’hanno trasmessa anche in Italia!”. No, non ho mai visto Terra Nostra e dell’attore, che ieri è morto, fino a stamattina non sapevo nulla. Sul giornale c’era scritto che, dopo aver girato alcune scene, aveva mangiato ed era andato a nuotare al fiume. Un paio di bracciate, poi la corrente lo ha trascinato via ed è morto annegato. 

Pare che in Brasile la principale causa di morte sia l’annegamento. Non gli incidenti stradali, non gli infarti, non il cancro. 

Mi guardo intorno e l’unica acqua disponibile è quella nel distributore di bibite. Forse per questo le altre persone in attesa sono così tranquille. Nessuno affoga in un bicchiere d’acqua. Soprattutto in un ospedale. 

Alla tv, la versione brasiliana di Barbara D’Urso continua le sue interviste. La trasmissione è dedicata all’attore scomparso. Interviene una ragazza: “Eh, che tristezza!”. Stop. Interviene un collega: “Eh, tanta tristezza!”. Stop. Interviene una signora: “Eh, davvero tanto triste!”. E magari fosse stop perché, infelicemente, aggiunge: “Ma dovete sapere una cosa. Qui dentro tutti prima o poi moriremo.”. 

Se è per questo, pure qui fuori, bella mia e, non sapendo cosa grattarmi, mi gratto in testa. Di fronte a me, una coppia di coniugi anziani. La donna è commossa, il signore un po’ meno. Ci incrociamo gli sguardi e sorride. Sorrido. Fratello, ricordati che devi morire!


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L’elogio della solitudine 

La solitudine tiene banco da circa un quarto d’ora. Tra estranei è così. Si va a parare quasi sempre sui grandi temi. 

Tra amici, tra amici veri, succede raramente. Perché agli amici veri non bisogna spiegare perché si crede in cosa o cosa si crede abbia un perché. Gli amici, quelli veri, lo sanno già. Lo hanno dedotto, appreso e compreso col tempo trascorso insieme e, se non è così, o non sono amici o non dovrebbero esserlo. 

Credo che il meccanismo in base al quale le riflessioni sui grandi temi si riservano per lo più ad un pubblico estraneo, somigli molto a quello in base al quale, agli estranei di cui non si conosce neppure il nome, si è spesso disposti a rivelare persino il colore delle mutande.

Agli amici, agli amici veri, qualche dettaglio lo si nasconde sempre e, se non è così, o non sono amici o potrebbero smettere di esserlo qualora scoprissero quel dettaglio (vuoi per sopraggiunta noia, vuoi per raccapriccio).

Ad ogni modo, siamo quattro non amici al bar, io, altre due donne e un uomo, che per comodità di narrazione chiamerò L’incazzona, La golosa e Il maschio.

È Il maschio che dà il via alla discussione sulla solitudine. 

– Ho cinquantadue anni. Eh, lo so non li dimostro. No, non sono sposato, non ho figli e non ho nemmeno mai convissuto. Abito da solo, non ho troppi amici. Mi piace la solitudine, adoro la solitudine. Da solo vivo benissimo.

L’incazzona e La golosa sorridono e annuiscono. Potrei fare lo stesso, ingoiare la mia limonata, inventare una scusa e scapparmene a casa.

E invece no. 

– È pericoloso idolatrare la solitudine. Lo sai?- dico di slancio.

L’incazzona mi guarda in cagnesco. La golosa prima fa la vaga, poi fa un cenno al cameriere, affinché le porti un altro caffè con panna. 

Cala il silenzio. 

Ho la sensazione di aver violato una regola non scritta, secondo cui, se un uomo si trova al bar con tre donne, tutto ciò che afferma dev’essere accettato come santissima e sacrosanta verità senza diritto di contraddizione. Una specie di tutela della perentorietà dei discorsi fatti dalla minoranza sessuale rappresentata al tavolo.

Io, però, sono straniera e rappresento a mia volta una minoranza, ragion per cui, sebbene non ritenga perentorie le mie affermazioni, mi sento almeno in diritto di difenderle. Tanto, il peggio che mi può capitare è che mi giudichino stravagante per motivi di provenienza geografica. 

La golosa tentenna, come chi voglia dare un colpo al cerchio e uno alla botte; L’incazzona no, è irremovibile. 

– Io sono d’accordo con Il maschio. La solitudine non è affatto pericolosa. La solitudine è bella.

– Io non ho detto che la solitudine è brutta. Ho soltanto detto che è pericoloso idolatrarla. È necessario avere qualcuno su cui contare, non per opportunismo, ma per il bisogno stesso di condividere. L’altro è una risorsa, è sempre una scoperta, e troppa autosufficienza finisce con l’essere un limite, un impoverimento. 

La golosa si è convinta. – È vero! È come quando viaggi da sola. È bello, ma non c’è nessuno che ti scatti le foto.

L’incazzona no, continua ad essere irremovibile. 

– Eh, no! Non sono d’accordo. La settimana scorsa sono stata a vedere una mostra con mio marito. Mi ha messo l’angoscia,  mi ha messo fretta, dopo dieci minuti ha voluto che ce ne andassimo. Non era meglio se ci fossi andata da sola? Proprio per questo, sto frequentando il corso di un santone su una nuova disciplina marziale e spirituale che in dieci incontri garantisce il raggiungimento dell’indipendenza e dell’autostima personale. Essere autosufficiente è il mio obiettivo. Così non devo portarmi più mio marito al museo. 

Che cacchio c’entra ‘sta cosa con la solitudine non lo so, ma sono stanca di discutere inutilmente, mi fingo ebete, mi stampo in faccia un sorriso e rimango zitta fino al momento di andare via, nel mentre gli altri continuano serenamente a parlare di yoga, di santoni e delle prossime elezioni comunali. 

Tanto alla fine, ciascuno tornerà alla propria vita. La golosa rientrerà a casa dei genitori; L’incazzona tornerà dal marito e dai figli; Il maschio non tornerà da nessuno, ma ha comunque una famiglia, degli amici, dei punti di riferimento vicini su cui contare.

Io? Io adoro la solitudine.