Le coccinelle volano

L’elogio della solitudine 

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La solitudine tiene banco da circa un quarto d’ora. Tra estranei è così. Si va a parare quasi sempre sui grandi temi. 

Tra amici, tra amici veri, succede raramente. Perché agli amici veri non bisogna spiegare perché si crede in cosa o cosa si crede abbia un perché. Gli amici, quelli veri, lo sanno già. Lo hanno dedotto, appreso e compreso col tempo trascorso insieme e, se non è così, o non sono amici o non dovrebbero esserlo. 

Credo che il meccanismo in base al quale le riflessioni sui grandi temi si riservano per lo più ad un pubblico estraneo, somigli molto a quello in base al quale, agli estranei di cui non si conosce neppure il nome, si è spesso disposti a rivelare persino il colore delle mutande.

Agli amici, agli amici veri, qualche dettaglio lo si nasconde sempre e, se non è così, o non sono amici o potrebbero smettere di esserlo qualora scoprissero quel dettaglio (vuoi per sopraggiunta noia, vuoi per raccapriccio).

Ad ogni modo, siamo quattro non amici al bar, io, altre due donne e un uomo, che per comodità di narrazione chiamerò L’incazzona, La golosa e Il maschio.

È Il maschio che dà il via alla discussione sulla solitudine. 

– Ho cinquantadue anni. Eh, lo so non li dimostro. No, non sono sposato, non ho figli e non ho nemmeno mai convissuto. Abito da solo, non ho troppi amici. Mi piace la solitudine, adoro la solitudine. Da solo vivo benissimo.

L’incazzona e La golosa sorridono e annuiscono. Potrei fare lo stesso, ingoiare la mia limonata, inventare una scusa e scapparmene a casa.

E invece no. 

– È pericoloso idolatrare la solitudine. Lo sai?- dico di slancio.

L’incazzona mi guarda in cagnesco. La golosa prima fa la vaga, poi fa un cenno al cameriere, affinché le porti un altro caffè con panna. 

Cala il silenzio. 

Ho la sensazione di aver violato una regola non scritta, secondo cui, se un uomo si trova al bar con tre donne, tutto ciò che afferma dev’essere accettato come santissima e sacrosanta verità senza diritto di contraddizione. Una specie di tutela della perentorietà dei discorsi fatti dalla minoranza sessuale rappresentata al tavolo.

Io, però, sono straniera e rappresento a mia volta una minoranza, ragion per cui, sebbene non ritenga perentorie le mie affermazioni, mi sento almeno in diritto di difenderle. Tanto, il peggio che mi può capitare è che mi giudichino stravagante per motivi di provenienza geografica. 

La golosa tentenna, come chi voglia dare un colpo al cerchio e uno alla botte; L’incazzona no, è irremovibile. 

– Io sono d’accordo con Il maschio. La solitudine non è affatto pericolosa. La solitudine è bella.

– Io non ho detto che la solitudine è brutta. Ho soltanto detto che è pericoloso idolatrarla. È necessario avere qualcuno su cui contare, non per opportunismo, ma per il bisogno stesso di condividere. L’altro è una risorsa, è sempre una scoperta, e troppa autosufficienza finisce con l’essere un limite, un impoverimento. 

La golosa si è convinta. – È vero! È come quando viaggi da sola. È bello, ma non c’è nessuno che ti scatti le foto.

L’incazzona no, continua ad essere irremovibile. 

– Eh, no! Non sono d’accordo. La settimana scorsa sono stata a vedere una mostra con mio marito. Mi ha messo l’angoscia,  mi ha messo fretta, dopo dieci minuti ha voluto che ce ne andassimo. Non era meglio se ci fossi andata da sola? Proprio per questo, sto frequentando il corso di un santone su una nuova disciplina marziale e spirituale che in dieci incontri garantisce il raggiungimento dell’indipendenza e dell’autostima personale. Essere autosufficiente è il mio obiettivo. Così non devo portarmi più mio marito al museo. 

Che cacchio c’entra ‘sta cosa con la solitudine non lo so, ma sono stanca di discutere inutilmente, mi fingo ebete, mi stampo in faccia un sorriso e rimango zitta fino al momento di andare via, nel mentre gli altri continuano serenamente a parlare di yoga, di santoni e delle prossime elezioni comunali. 

Tanto alla fine, ciascuno tornerà alla propria vita. La golosa rientrerà a casa dei genitori; L’incazzona tornerà dal marito e dai figli; Il maschio non tornerà da nessuno, ma ha comunque una famiglia, degli amici, dei punti di riferimento vicini su cui contare.

Io? Io adoro la solitudine. 

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12 thoughts on “L’elogio della solitudine 

  1. Per stare bene con gli altri bisogna stare bene con se stessi. La solitudine per me è un punto di partenza. Se diventa punto di arrivo non credo sia buono. Ma magari mi sbaglio!

    • No, non ti sbagli. Ma bisogna fare attenzione affinché lo stare troppo bene con se stessi non pregiudichi il riuscire a stare bene con gli altri. A volte, il rischio che si corre (io, di sicuro, sento di corrererlo) è proprio questo.

  2. Non so, quando mi immagino felice, mi immagino solo. E non mi sento patetico, mi sento sereno.

    • Credo sia molto più patetico cercare ed accontentarsi della compagnia di chiunque, pur di non stare soli. Il punto è che, a volte, si confonde l’essere solitari, che è una caratteristica caratteriale e comportamentale assolutamente sana e naturale, con l’essere soli, che, invece, non è affatto naturale. “Vivo bene da solo” è un’affermazione che riesco a comprendere (e lo dico soprattutto in relazione a me stessa) solo sulla base della valutazione di questa differenza, ossia pensando che il soggetto sia una persona solitaria. In caso contrario, quel “vivo bene da solo” perché sono solo e, in quanto tale, non accetto e non riconosco il valore della presenza degli altri, secondo me, è una dichiarazione pericolosa.

  3. Forse il detto “meglio soli che male accompagnati ” non è sbagliato 😊

  4. “O mie solitudini!” [U. Foscolo “Ultime lettere di Jacopo Ortis”] è quello che si chiama stare soli con se stessi, ma non è dote di cui tutti sono capaci, neppure di apprezzare, a presto

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