Le coccinelle volano

I meccanismi della memoria 

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Ci avevo sperato. Me ne resi conto quando le porte dell’ascensore si spalancarono ed io rimasi ferma, immobile, persa. C’era qualcosa, in quel movimento automatico, di battenti in acciaio che si dischiudevano per rivelare uno spazio claustrofobico di grigi accesi e specchi di metallo, che improvvisamente mi ricordava qualcos’altro. Mi ricordava una speranza vecchia, diversa, anzi, la fine di una speranza. Non la mia, perché già allora pensavo di non poterne più provare.

Era ottobre, come adesso, una mattina di sole. Avevo una borsa e uno zaino, ma nulla di pesante. Il treno era quasi vuoto, un sacco di spazio libero da occupare. Ero ripartita tante volte da quella stazione di quella città non mia. Eppure sentivo, sapevo, che quella sarebbe stata l’ultima volta.

Scelsi quattro sedili in fila per due a caso, buttandoci altrettanto a caso la borsa, lo zaino e il mio sedere. Mi ero ripromessa di non voltarmi indietro e non lo feci. Poi, nel breve tempo che impiegai a rilassarmi per mettere ordine tra i ricordi di quelle ultime ventiquattro ore, mi sentii toccare una spalla.

Il treno tardava a ripartire, forse in attesa di una coincidenza. 

Era lui. Era rimasto lì, malgrado gli avessi chiesto il contrario. E adesso, con un ardire, che mai gli avevo visto e stentavo a riconoscegli, era salito sul treno, quasi in partenza, per darmi un ultimo bacio. 

Ricambiai, ma senza troppa convinzione. Un bacio freddo, distante, come se lui non fosse già più una persona vera, viva, calda, ma solo l’immagine che ne avrei conservato. 

Probabilmente ci abbracciammo (ma non posso giurarci), finché il fischio del controllore ci annunciò che era ora di andare. Ognuno per la sua strada, ognuno per la sua vita.

Lo guardai scendere dal treno e pararsi di fronte alle porte ancora aperte, come se, fino alla fine, volesse coltivarsi la possibilità di salire e venire via con me. Poi le porte si chiusero.

Durò giusto un attimo, un battito di palpebre, un lieve spasmo agli angoli della bocca, la mano destra rapidamente stretta a pugno e poi distesa. 

È così che si spegne una speranza, pensai guardandolo. 

Dopo di allora, non ci incontrammo più. Uno strano meccanismo della memoria, per lungo tempo, mi aveva messa al riparo dal ricordo di quegli ultimi momenti insieme. Il pensiero di lui riguardava sempre gli inizi, le parti salienti e centrali della nostra storia, ma mai il finale. I meccanismi della memoria sono, però, imperfetti come tutti gli altri meccanismi di chiusura che pensiamo perfetti e capita che, all’improvviso, qualcosa si inceppi, una vite salti, e tutto quello che c’era dentro esce fuori.

Il meccanismo che regolava il funzionamento dell’ascensore di fronte al quale quel ricordo mi aveva sorpresa, invece, continuava a funzionare correttamente, infatti le porte stavano per rinchiudersi. Dovetti spingermi molto forte per riuscire a smuovermi di pochi passi e salirci. 

Avvertivo un dolore intenso all’addome, una stretta, un crampo, una morsa che contemporaneamente mi stringeva e stritolava stomaco, milza e cuore. Non che i polmoni se la passassero meglio. Ogni respiro era una fatica, uno sforzo dovuto al fatto che, ad ogni sussulto buttavo fuori, sì,  aria, ma pure lacrime e singhiozzi. Un pianto silenzioso, sprigionato non semplicemente dagli occhi, ma che arrivava direttamente da dentro, da una parte più profonda e nascosta, forse la stessa in cui, senza successo, avevo nascosto la mia capacità di sperare.

È questo che si prova quando si esaurisce una speranza, pensai. 

Una decina di piani, le porte di acciaio di nuovo spalancate. 

Se non mi muovo, se non esco da questo ascensore, se non torno a casa, se mi dimentico del mondo, se nessuno più esistesse e mi venisse a cercare, se tutto questo non stesse capitando a me (perché?), se bastassero il coraggio e la forza o, meglio, l’ignoranza, se niente avesse senso e,  nonostante tutto, riuscissi a trovare un’utilità per questa insensatezza…

Ne venni fuori. Le porte si richiusero alle mie spalle. Con pochi passi mi ritrovai in strada. 

Era aprile, non come adesso, una mattina di piombo.

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15 thoughts on “I meccanismi della memoria 

  1. A sad prolonging of the parting.

  2. Il dolore finisce e i ricordi sbiadiscono. Prima o poi.

  3. Rieccomi! Il tuo post è pervaso da una forte malinconia, ma è comunque bellissimo. Sai davvero come creare un’atmosfera, e trasmetti le tue emozioni in modo molto vivido. Spero di leggere altri tuoi post autobiografici, magari più sereni di questo. 🙂

  4. Maledetti questi ricordi che si permettono di venire fuori quando meno te lo aspetti…quando uno li aveva già dimenticati

  5. non essere pessimista: così come ritornano in mente i ricordi negativi, solo perché legate a una simbologia particolare, dovrebbero ritornare anche quelli positivi. Così come si sono richiuse certe porte, nello stesso tempo si riaprono altre che riportano la luce, e in questa continua alternanza di corridoi, c’è sempre un uscita… E in fondo, tu, l’hai trovata 🙂

    • No, non sono pessimista 😊. È solo che scrivo molto di più quando sono triste che quando sono felice. E per fortuna! Perché vuol dire che, malgrado tutto, l’uscita, almeno per cercare una penna riesco sempre a trovarla 😊! Ciao!

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