Le coccinelle volano

Fabio 

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Cerco un posto all’ombra per potermi riposare. Più che la fatica, mi affatica il caldo, questo sole che, a prestargli poca attenzione, mi ha già cotto le braccia. 

Trovo un muretto. Poco distante, un albero dai frutti che sembrano carrube, ma più piccole, più pesanti e più rumorose quando cadono a terra, ha una chioma sufficientemente grande per gettare un’ombra che mi dia un po’ di ristoro.

Mi siedo, stendo le gambe e mi guardo intorno senza però riuscire ad apprezzare granché dei dettagli della folla e dei colori che mi riempiono gli occhi. Anche i rumori, i suoni, i gorgoglii delle risate dei bambini,  le urla delle madri che rimbombano da un lato all’altro del parco, conservano una matrice confusa e indistinta. Non è solo stanchezza e non è solo la stanchezza di questo momento. Ormai mi capita sempre più spesso di prestare poca attenzione alle contingenze, per perdermi in un generico sentimento di percezioni che con i sensi ha poco in comune. Una distrazione non distratta che applico a giuste dosi quando ho bisogno di non sentirmi attratta da pensieri che, gira e rigira, fanno sempre lo stesso giro.

Con la coda dell’occhio, mentre punto lo sguardo a terra, come se con la forza del pensiero fossi in grado di ripulirmi le scarpe dalle macchie di erba e terra rossa, noto che si sta avvicinando un ragazzino. 

Fabio, che non si chiama così, ma che indossa una maglietta sul cui dorso, su sfondo giallo oro, a caratteri scuri, è scritto questo nome, mi fa un cenno spavaldo col mento. – Ciao.

– Ciao- gli rispondo, un po’ meno distratta.

Porta un pallone stretto sotto il braccio, ma sembra non avere alcuna voglia di giocare e si siede sul muretto che, perpendicolare a quello dove siedo io, forma un angolo non diverso dalle centinaia di altri angoli che dovunque, due muretti perpendicolari formano. Ma è uno spazio speciale o, sono io a volerlo tale, per una smania a riconoscere, in determinati momenti, anche nel più banale del luoghi, tracce di unicità e predestinazione. 

Rimaniamo così, a ignorarci e poi a fissarci e poi a ignorarci ancora.

Interrompo la monotonia, decidendo di fumare una sigaretta. Prendo il pacchetto. L’accendino è sempre il più difficile da rintracciare e resto con l’avambraccio infilato nella borsa, mentre la mano rimesta e fruga. Quando finalmente l’ho trovato e sto per appiccare la fiamma alla punta della sigaretta che, da un minuto, mi ciondola tra le labbra, scorgo lei.

Non avrà più di quattro anni, ma si muove a passo deciso, senza alcuna incertezza nell’andatura o nell’espressione. Raggiunge Fabio e gli si para di fronte.

– Mi posso sedere qui accanto a te?

Fabio fa un cenno d’assenso col mento, simile a quello con cui, pochi minuti prima, mi aveva salutata. Guarda dritto davanti a sé. La presenza della bambina non ha cambiato per nulla il suo atteggiamento. Sembra chiuso in un mondo da cui gli è difficile, per volontà o paura, venir fuori.

La bambina, però, attratta forse proprio dalla sua impassibilità, gli tiene gli occhi puntati addosso.

– Cosa fai nella vita?- gli chiede improvvisamente. – Lavori?

Fabio, senza mostrare particolare attenzione per quella domanda e continuando a guardare fisso davanti a sé, le risponde con estrema calma. – No, non lavoro.

Poi come se, dal nulla, gli fosse scattato qualcosa dentro, gli occhi accesi di vivo interesse, si gira a guardare la bambina.

– Non lavoro – le dice- Non vedi che sono un bambino anch’io? Ma appena sarò grande comincerò a lavorare. 

Lei lo ascolta, presa, mentre lui prosegue. 

– Voglio diventare ricco. Fare tanti soldi e avere una carta di credito. Voglio vestiti belli e una casa grande, molto grande. Magari con la piscina. Poi voglio una macchina, bella, e una moto e anche una bici. Forse comincerò anche a fumare, ma non ho ancora deciso. Ma, soprattutto, voglio andarmene lontano. Voglio viaggiare e visitare tutti i posti del mondo. E voglio essere felice.

La bambina continua ad ascoltarlo ammirata, ma Fabio, ormai, non ha più nulla da dire ed ha ripreso a guardare dritto davanti a sé.. 

Timidamente, ma con tutta la dolcezza di cui credo sia capace, lei lo guarda, seria, e gli chiede- E vuoi anche sposarmi quando sarai grande?

– Forse. – risponde Fabio.

Tacciono entrambi. Io spengo la mia sigaretta e faccio per allontanarmi. Li guardo un’ultima volta.

Senza alcuna insicurezza, stavolta insieme, spingono lo sguardo verso l’orizzonte. 

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5 thoughts on “Fabio 

  1. I tuoi racconti mi piacciono troppo. Salvo la pagina e torno a leggere gli altri!

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