Le coccinelle volano

Paraclausithyron 

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Una sigaretta accesa per distruggermi i polmoni era il chiaroscuro lanciato dalle labbra alle cosce, tramite le mie dita molli, per guardare meglio l’orizzonte. Respiravo a fatica, ma ero così felice che quattro lune e una stella cometa brillavano sullo sfondo della mia prospettiva ubriaca. Dietro, dove le montagne si piegavano ad abbracciare i brandelli di cielo sfuggiti agli squarci delle nuvole, il silenzio dava l’assenso a tutto quanto il mio cuore diceva. Dentro, quando la cicca era abbastanza consumata e corta da intiepidire le falangi, il paesaggio circostante era metaforicamente lo stesso, ma asimmetricamente disposto.

Quelle sere, in cui ogni gesto si inseriva in un rituale insolito, ma ben collaudato e di cui ormai ero esperta, dimenticavo chi ero e su quell’oblio fondavo l’impianto di una personalità diversa. Credo che ciò dipendesse dalla difficoltà a convincermi di andarti bene com’ero.

Non mi appagava pensarmi come una figura qualunque, adagiata nel contesto artefatto di un idillio vagheggiato e creato a forza. Vivevo la tua compagnia contemporaneamente provando a vivere te, tanto per egoismo e sentimento, quanto per cacciare la paura di essere per te davvero una figura qualunque e facilmente rimpiazzabile. Sublimavo, per questo, ogni emozione che mi davi, presagendo quanto poco sublime sarebbe stato farne a meno e, benché sapessi che erano vani tutti i miei tentativi di costringerti (costringerci) a considerare un momento un’eternità e l’eternità solo un momento strappato alla totalità del tempo che avrei voluto ci regalassimo, io stringevo tutti i nodi che mi era possibile stringere, ignara che presto per sciogliere quei nodi io mi sarei arrovellata, mentre tu, con un paio di forbici ben affilate, avresti semplicemente dato un taglio.

Hai mai avuto una spiegazione per tutto questo?

Non te lo chiedevo, perché non volevo parlassi. La riservatezza delle tue sensazioni garantiva quiete alle mie preoccupazioni e poi mi era più facile puntare tutto scommettendo sul silenzio, quando solo le civette potevano gufarmi contro.

Minimamente silenziosa era invece la protesta che la mia volontà montava contro se stessa  nel riconoscerti quale espressione di un desiderio che non avevo espresso. In risposta, la capacità di giudizio mi nutriva fino alla nausea delle conseguenze che tutto ciò comportava. Da qualunque punto di vista ti considerassi, infatti, erano evidenti le stonature, le incongruenze, ma era appetibile il modo in cui mi faceva sentire appoggiarmi al tuo petto e nient’altro contava.

Nascosti o sotto il sole, in solitudine o altrove, ti cercavo quando non mi restava niente da chiedere al giorno e tu ti lasciavi trovare quando non avevi niente di meglio da fare. Diametralmente opposti anche nelle reazioni , a me bastavano tre minuti per provare il morboso desiderio di mangiarti le labbra e tu aspettavi sempre tre ore prima di deciderti a spogliarmi. E’difficile stabilire se nella nostra mancanza di sincronia, fosse più rilevante il fatto che tu mi piacessi troppo o che io ti piacessi troppo poco.

Al confronto con i tuoi, i miei pensieri erano paragonabili a quelli di una playmate in cerca di occupazione e ti avrebbero fatto arrossire anche le punte dei capelli se avessi osato o potuto scavare sotto la superficie sottile del mio apparente contegno. Tu, però, non scavavi e nemmeno provavi  a immaginare le scene dei sogni che, sveglia, lasciavo fraintesi, quasi fossero squarci di inedite esperienze, che da un momento all’altro avrebbero potuto sconvolgermi.

Non c’era, purtroppo, alcunché di inedito in ciò che di seguito si verificava. Mi faceva male fissare  il tuo volto, ma lo fissavo lo stesso, mi faceva male sentire il mio profumo ai fiori di campo, ma lo sentivo lo stesso.

Avrei voluto tu riuscissi a concentrarti sulla fittizia piacevolezza di una situazione che era caduca e irreale quasi quanto reali erano i lividi che ci procuravamo osteggiando la leva del cambio, appagando la mia brama, per versi perversa, per altri infantile, di elevare al rango di mia favola personale la tua storiella da niente. Eppure, in qualche modo, cedevi all’accurato abbindolamento perpetrato ai tuoi danni e diventavano palesi le tue voglie nascoste, la tua pelle felpata, la mia gioia a goderne. Riuscivo a sentirti mio fin dentro le ossa e promettevo a me stessa che quello era amore, nient’altro che amore.

Sapresti trovare un altro nome?

La tua arte di non avere arte, esplicitata dai continui sbadigli, mi faceva sentire un’artista talentuosa,  sprovveduta, ma viva. I tuoi vuoti mi riempivano di contenuti e ti avrei dimostrato il mio valore in mille disegni e mille racconti, se per un solo istante avessi dato credito alla mia fantasia. Ma era una fantasia, cui non credevi, lo stesso ritrovarci con le braccia intrecciate e le pance appiattite, con le schiene stropicciate dalla tappezzeria dei sedili e i piedi scalzi, negli abitacoli che s’improvvisavano alcove dai vetri appannati coi nostri respiri aromatizzati alla birra.

Ricordi ancora quel sapore?

Avevi una strana risata, perciò non facevo battute e rimanevo seria anche quando, con un’espressione falsamente assorta, sorvolavo l’arco preciso dei tuoi denti per osservarti dritto in gola e capire quanto la tua anima mentiva, quando finalmente mi dicevi che ero tutto quello che volevi. Poi accendevo un’altra sigaretta.

Al di là del tabacco da ardere e della nicotina da aspirare, mi sembrava il modo più opportuno per scandire le pause, quando le ombre ci disegnavano addosso nuovi vestiti e la nudità smetteva di essere un pretesto per rotolarci nel buio. Meccanicamente ripristinavo l’ipnotico movimento dalle cosce alle labbra. Nel buio più luminoso rasentavi l’ideale perfetto dell’uomo perfetto, ma la sigaretta si consumava in fretta, la buttavo fuori dal finestrino e, prima che la brace smettesse di brillare, la nudità tornava ad essere  un buon pretesto per rotolarci ancora.

Sarebbe bastato poco per dare un senso a quel fremito dei sensi, anche solo il coraggio, ma i tuoi peli sullo stomaco non erano abbastanza perché riuscissimo ad andare oltre. L’unico gaudio da percezione immensa scaturiva dalla misurazione delle differenze, non quantificabile in cifra, ma senza dubbio evidente nella distanza tra i nostri corpi, che prima di ogni contatto elettrizzava la mia pelle.

Ma hai mai conosciuto una passione più intensa?

Una ciocca di capelli biondi scivolava sulla mia fronte e rendeva il mio sguardo più sexy, perché mi costringeva a tenere abbassate le palpebre, quando la tua ansia da non prestazione mal si distingueva dalle mie smanie di manutenzione per un corpo che sotto le tue mani sembrava incendiarsi.

La pressione saliva e, pur non sopportando stare sotto pressione, col senno di poi mi tocca ammettere che non c’è niente di più pressante del non subire alcuna pressione. La gravità non incide sul peso che assume una storia d’amore, considerando che più del tuo corpo pesava il disamore e più del mio corpo adesso pesa il mio rancore.

Tu adoravi le mie gambe, io annusavo le tue braccia e nel farlo pensavo con rammarico al tempo sufficiente che mai avrei avuto per analizzare ogni tua singola cellula. E tempo sufficiente non avrei mai avuto, nemmeno perché quelle notti smettessero di sembrarmi tanto corte.

Io per prima mi tiravo su di scatto, fulminea, e raccoglievo i pezzi che avevo sparso nell’abitacolo. L’inventario bislacco, cavato a forza dalla memoria fallace, includeva anche un paio di calze appallottolate e nascoste sotto il sedile di guida. Era difficile trovarle, ma ci riuscivo e, quando le infilavo, dopo averne prima vagliato l’integrità, mi sentivo come se stessi impacchettando e preservando in vista di futuri e nuovi slanci, l’unica parte di me di cui ti importasse qualcosa. Nel ricompormi mi sentivo a pezzi. Sbrindellava l’integrità della mia coscienza, accorgermi che tu, meglio di me, intuivi che non c’è disaccordo peggiore del non trovare accordo in un’emozione comune. Di questa intuizione, senza farne vanto, avevi fatto forza, relegandomi nell’angolo proprio di una supplice astante, che sa di non avere, ma che comunque chiede.

Non mi chiedevi di restare e ti eclissavi, trascinandoti dietro le stelle più belle. Lo sguardo, più diretto ma ostile, era come di chi volesse costringermi a tornare troppo presto a casa. Io mi aggrappavo ad ogni possibile corrimano per non inciampare o addirittura svenire al pensiero di perderti, per poi realizzare che, se fossi caduta, avresti forse proteso una mano a stringere la mia. Ma nessun’unghia mi ha mai graffiato il palmo. Solo ferro grezzo e polvere raccolta sulla parete sporca. Dopo l’ultimo gradino, un corridoio si snodava a dorso di serpente. La porta, inevitabilmente blindata, era chiusa dal di dentro e non avevo le chiavi. Non aprivi. Non hai mai aperto, per quanto forte io abbia bussato.

Il tuo cuore era un ostello che solo saltuariamente avrebbe potuto alloggiarmi.

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5 thoughts on “Paraclausithyron 

  1. Puntare (e vincere) sul silenzio..l’arte di non avere un’arte.. mancanza di coraggio.. Possibile che noi donne siamo così masochiste?

  2. mi piace molto la tua scrittura, e mi scalda, anche se questo questo post m’arriva come una ventata gelida sotto la coltre di (auto)inganni e visioni..

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