Le coccinelle volano

Veloce come la pioggia che cade

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Quando smise di piovere, l’aria si riempì di un odore di polvere e di elettricità ad alto voltaggio. Probabilmente, di lì a poco, una nuova scarica di acqua si sarebbe precipitata giù dal cielo, intervallata da lampi di luce gettati a caso, dal caso, a trapuntare l’orizzonte. 

Ma a Cecilia non importava affatto cosa sarebbe accaduto in seguito. Ripensandoci, si sarebbe resa conto che in quel momento nessun pensiero sarebbe stato in grado di tenere testa all’impulso che, partito dal cuore, si era irradiato veloce verso la pancia, per scivolare poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Ebbe solo il tempo di abbassare l’ombrello e scrollare via le ultime gocce, perché, nel mentre lo chiudeva, stava già correndo. 

La percezione della realtà circostante è diversa a seconda della velocità con cui la si osserva. Quando si è fermi o si passeggia, la sensazione è quella di essere perfettamente ancorati a ciò che si ha intorno, di esserne parte, anche quando si è in un posto assolutamente estraneo; ma quando si corre, che sia in auto, in bici o sulle proprie gambe, tutto si allontana, tutto fugge via e ci si può sentire stranieri anche semplicemente scendendo di corsa le scale della propria casa.

L’abitudine di uscire tutti i giorni alla stessa ora, era recente e legata ad un desiderio inespresso, ma non per questo meno forte, di appurare quanto fossero poche le persone che condividevano il suo apprezzamento per la solitudine ed il silenzio dei quartieri residenziali nell’ora di punta; l’ora in cui la gente che conta occupa gli uffici, bestemmia contro il traffico o accompagna i figli a fare sport; l’ora in cui le strade vuote sembrano esser state disegnate come mero ornamento di una scenografia fuori dalla quale non si arriva in nessun posto. 

Cecilia correva e ad ogni incrocio diventava più veloce. Le pozzanghere non erano un ostacolo, al contrario, era quasi divertente centrarle e smuovere la staticità dell’acqua, restituendo alla pioggia accumulata nei solchi e nei dislivelli della strada, un ultimo guizzo di vivacità e movimento. 

Il quartiere che aveva scelto quel giorno era tra quelli più ricercati della città, un connubio di palazzi a vetri e aiuole in fiore, portinerie di lusso e citofoni di ottone. Persino gli alberi, piantati a distanza regolare, ogni suoi tre balzi, oltre che alti, sembravano altezzosi e arroganti. La visione laterale, sfuocata dalla corsa, gliene forniva un’immagine approssimativamente paragonabile a quella di severe sentinelle poste al margine della zona di guardia. 

Per nulla intimidita, Cecilia correva. Non era stata una scelta e l’impulso improvviso mal si conciliava con la sua tenuta neanche lontanamente sportiva. I jeans troppo stretti le impedivano di fare passi troppo lunghi, le ballerine poco si adattavano al fondo scivoloso su cui si sforzava di rimanere in equilibrio, la borsa tenuta stretta contro il fianco sinistro la costringeva spesso a rallentare per non sbilanciarsi. Eppure il senso di libertà e incoscienza superavano di gran lunga l’impaccio.

Non si sentiva ridicola e non soltanto perché era certa che nessuno, in quel momento, la stesse osservando. Non lo si sarebbe sentita nemmeno se avesse avuto mille spettatori.

Il fiato corto, lo sforzo, le fitte che cominciavano a farle dolere i fianchi erano un prezzo di poco conto.

Quando finalmente decise di fermarsi, il calore accumulato dal corpo, in contrasto con il fresco lasciato dalla pioggia, la fece rabbrividire. Gocce di sudore le imperlavano le tempie. Si ricordò di aver usato l’ultimo fazzoletto di carta il giorno prima, probabilmente alla stessa ora. 

Fece quanto di meglio poteva, asciugandosi la fronte con il dorso delle mani. Poi si ravvivò i capelli, ma, dentro, il cuore che per dieci minuti le aveva mandato in circolo solo adrenalina, riadattandosi al ritmo naturale, piuttosto che ravvivarla, le ricordò che, per quanto simili siano, per sapore, lacrime e sudore, il sale delle prime lascia tracce che nessun fazzoletto, asciugandole, può cancellare. 

– Cerca di volerti bene.

– Tu te ne vuoi? 

– Non è questo il punto. 

Invece sì che era un punto. Non c’era bisogno che aggiungessero altro. Un punto senza virgola, che non è esclamativo, tanto meno interrogativo. Un punto senza e accapo. Un punto e fine della storia. 

Cecilia lo aveva capito ormai da tempo. 

Non tutte le storie finiscono in un momento esatto. Come i motori, alcune, prima di spegnersi, lanciano vari segnali, cui, per ostinazione e voglia di andare avanti, non si dà mai la giusta importanza. 

Ma quel finale, quel tipo di finale mai lo avrebbe immaginato.

Una goccia cadde a bagnarle il naso. Alzando la testa, constatò che non aveva ripreso a piovere, sebbene il cielo lasciasse indizi che mancava poco ad un altro temporale. Era solo una delle gocce sfuggite alle foglie del platano (o qualunque altro tipo di albero fosse) sotto cui si era fermata.

Col tempo si sarebbe ripresa, sebbene la parola più difficile da digerire fosse proprio quella. 

Tempo. 

Com’è il tempo? Da quanto tempo! Ce l’hai un po’ di tempo? Adesso non ho tempo. Ormai non è più tempo. Chissà se verrà mai il tempo… 

Si parla di tempo quando non si ha nulla da dire o nulla da aggiungere. Si menziona il tempo, per lo più a coloro con cui non vorremmo trascorrere il tempo. 

Un’altra goccia stavolta le scivolò lungo la guancia, ma le bruciavano gli occhi e seppe per certo, anche senza guardare in alto, che non era pioggia, nè dal cielo, nè da un ramo. Era una lacrima. 

Lo stesso impulso partì dal cuore, si irradiò veloce verso la pancia e scivolò poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Riprese a correre, con più forza, con più tenacia, con più ostinazione. Non c’era tempo, non c’era paesaggio, non c’era legame, non era se stessa. Una ragazza qualunque, veloce, aliena e supersonica, lontana da tutti e irraggiungibile. 

Corse senza guardare, corse con gli occhi chiusi. E quando il suono del clacson la riportò alla realtà, come un allarme lanciato a disattivare l’esplosività dilaniante degli ultimi suoi pensieri, era ormai troppo tardi. 

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5 thoughts on “Veloce come la pioggia che cade

  1. L’hai fatta morire? 😱😱

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