Le coccinelle volano

Tu non hai fame? 

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La brezza del mare di agosto mi stava bruciando la pelle e seccando la gola. E poi avevo fame. Tanta fame.

“Andiamo via?” gli chiesi e Michele non si lasciò pregare, sebbene intuissi che avrebbe avuto piacere a rimanere disteso al sole un altro po’.

Ci infilammo i vestiti sui costumi ancora umidi, raccogliemmo gli asciugamani e ci avviammo mano nella mano verso la strada, ciascuno trascinando a suo modo il passo, nella battaglia contro la sabbia bollente che si infilava nelle ciabatte.L’auto parcheggiata poco distante era un forno già a guardarsi.Ben più appetitose erano le immagini, seppur stilizzate, raffigurate sull’insegna della rosticceria di là della strada.

Avevo fame. Tanta fame.

Al punto che avevo l’impressione di vedere pizze, panini al prosciutto e leccornie ovunque.

Puntai gli occhi sulla porta della rosticceria. Un locale piuttosto scialbo, per nulla invitante, se non nell’insegna, e stranamente desolato.

In spiaggia si era in molti e la città era invasa dai turisti. Eppure nessuno faceva tappa in quel posto.

Michele mi tirò per il braccio. “Cos’hai?”

“Ho fame.” gli dissi. “Ho tanta fame”.

“Bene, perché ne ho anch’io”. E dal modo malizioso in cui mi sorrise ebbi l’impressione che non ci stessimo riferendo esattamente agli stessi appetiti.

“Ti va di entrare in quella rosticceria?”

“Quale?”

“Quella lì”. E con la mano gli indicai il locale sull’altro lato della strada.

“Bah… Non sembra un posto invitante. Su, monta in macchina e cerchiamoci un vero ristorante.”

“No dai! Ho fame davvero, al punto che se non mangio qualcosa svengo. E poi lì fanno i polli allo spiedo. Vedi l’insegna? E se non ricordo male anche tu ieri sera ne avresti mangiato volentieri uno.”

“Ok, ok… Non insistere, ti accontento. Tanto di sicuro non troveremo nulla di nostro gusto.”

“Pessimista!”

“No no, mia cara. Solo realista. E tu sei troppo buongustaia per accontentarti del primo pollo che ti capita a tiro.”

“Ne sei davvero convinto?” replicai, strizzandogli l’occhio ed entrambi ridemmo del nostro umorismo.
Sotto il sole a picco attraversammo la strada in un momento in cui non transitava, né si vedeva in lontananza alcuna automobile.

Sentivo che più mi avvicinavo e più ero attratta da quella rosticceria, proprio come una calamita che non possa fare a meno di accostarsi al metallo.

Quando fui abbastanza vicina, vidi che la porta a vetri dava su un ampio locale illuminato a giorno. Non c’erano ombre, solo luce, eppure nessun bagliore trapelava all’esterno.

E i prodotti esposti  non lasciavano dubbi. Lì dentro c’erano i migliori cibi che avessi mai visto.

Guardai Michele con fare impaziente, invitandolo ad aprire la porta. Non capivo perché non fosse entusiasta quanto me di tutto quel bendidio verso cui ci stavamo fiondando, ma prima che potessi dirgli qualcosa, la porta si aprì come cedendo ad un’invisibile spinta.

“Oh! Mi ha fatto prendere un  colpo!” esclamai rivolgendomi all’uomo che, dal nulla, improvvisamente ci si era parato di fronte.
Ad una prima occhiata, lo si sarebbe scambiato per un signore di circa sessant’anni. Ma solo ad una prima occhiata, perché a guardarlo meglio, ci si sarebbe resi conto che, sotto la sottile ragnatela di rughe che incorniciava i suoi lineamenti, se ne nascondevano altri, ben più giovani. Quasi infantili.

Sarà un effetto imputabile ad un gioco di luci e ombre, pensai, sebbene non molto convinta.

“Prego signorina, entri pure.” Si fece di lato e con un ampio movimento del braccio mi fece mostra del suo negozio, come un sovrano che si vanti del proprio regno.

Avanzai senza alcuna indecisione. Michele, al mio fianco, non appariva altrettanto sicuro.

Si chinò a sussurrarmi nell’orecchio. “Tesoro, per favore, andiamo via”.

“Ma scherzi? Hai visto quelle lasagne? E la porchetta? Oddio! Rimarrei qui dentro in eterno!”

Intanto l’uomo era andato a posizionarsi dietro il banco e ci guardava con uno sguardo ambiguo. L’impressione era che ci stesse valutando… non saprei ben dire. Del resto, in quel momento non avrei certo potuto pensare che di lì a breve avrei guardato le persone al suo stesso modo e con il suo stesso scopo.
La consapevolezza giunse improvvisa. Inizialmente provai terrore, orrore, disgusto puro. Ma fu solo un momento, perché a poco a poco tutto mi fu piacevolmente chiaro. Guardai l’uomo. Gli sorrisi e mi fece un cenno d’assenso.

Avevamo siglato il nostro patto.

Un profumo di spezie mi pizzicò il naso, facendomi starnutire. Allungai la mia mano verso quella di Michele, ma trovai il suo braccio e mi accorsi che aveva la pelle d’oca.

“Tutto bene?” gli chiesi.

Ad essere sincera gli feci quella domanda per pura retorica.  Mi interessava ben poco di come stesse. Provavo un implicito piacere a constatare il suo malessere. Tanto meglio.

Gli strinsi il polso.

“Andiamocene, per favore”. Sudava. Grosse gocce cominciavano ad imperlargli il viso. Forse stava addirittura piangendo. E’ possibile che cominciasse a presagire il suo imminente destino, ma non ne ho certezza.

Lo invitai a stare zitto.

“Non abbiamo ancora preso nulla, tesoruccio. E tu lo sai che ho fame. Non vorrai mica che resti a stomaco vuoto?” Un rumoroso brontolio della pancia convalidò la mia affermazione.

Mossi due passi avvicinandomi al banco, dalla parte in cui erano esposti i contorni. Michele rimase lì dove lo avevo lasciato, immobile sotto il lampadario più luminoso. Il suo sguardo mi seguiva con rassegnazione e tristezza.

Se avessi letto nei suoi occhi un accenno d’accusa probabilmente sarebbe andata in modo diverso. L’incantesimo si sarebbe spezzato o… chissà…

In un certo senso posso dire che se l’è cercata. O, almeno, che non ha fatto nulla per evitare quello che stava per capitargli.
“Posso ordinare?” chiesi all’uomo.

“Se sa già quello che vuole ed è pronta a farlo, certo.” E dicendolo, mi sorrise.

“Sono pronta.”

“Bene. Allora faccia pure.”

“Dunque, voglio un contorno di melanzane alla griglia e patate fritte e… UN POLLO. Il primo pollo che mi capita a tiro.”
Le parole uscirono dalle mie labbra come una nenia. Il sortilegio funzionò e dal pavimento, nel punto in cui era fermo Michele, emerse un enorme spiedo che gli attraversò le viscere, impalandolo e uccidendolo sul colpo. Lo spiedo prese a ruotare in verticale e contemporaneamente la luce ed il calore emessi dal lampadario sospeso su quella che fino a pochi istanti prima era stata la sua testa, si potenziarono cuocendolo in breve tempo al punto giusto.

Mi avventai sulla sua persona, divorandone le carni che a grossi pezzi strappavo via dalle ossa.

Cominciai dagli arti e nelle cosce scoprii il suo sapore migliore. Poi passai all’addome, provando particolare gusto a masticargli il cuore.

Era delizioso, non comparabile ad alcuna pietanza gustata in precedenza. Più mangiavo, più ne volevo. Più mangiavo, più mi sentivo forte, diversa, invincibile.

A malincuore, ingoiai  l’ultimo boccone. Ero sazia, ma non potei fare a meno di pensare che avrei fatto meglio a scegliermi un pollo più grasso.

Mi stavo leccando le dita quando lo scenario improvvisamente mutò.

Non ero più nella rosticceria. Nessuna luce, nessun profumo, nessuna vetrina. Solo squallore e buio.

Mi rivolsi al bambino che finalmente riuscivo a vedere nelle sue reali fattezze. Un bambino con l’espressione tremendamente crudele.
“E’ questo ciò che ha visto Michele ed è così che ti ha visto, vero?”

Assentì con il capo.

“Ed è questo anche quello che ha visto tua sorella quando l’hai trascinata qui, perché credevi che questa fosse una pasticceria e tu avevi voglia di una fetta di torta alle fragole.”

“Esatto” mi rispose. “Ed è anche quello che ha visto la moglie dell’uomo che gestiva il “negozio” prima di me. Lui però aveva voglia di una fiorentina e, guarda caso, lei era nata a Firenze.” Mi fece l’occhiolino e scoppiò a ridere.

Risi insieme a lui.

“Cosa farai adesso?” gli chiesi.

“Non so. Dalla mia ho la vita eterna e la possibilità di fare ed essere tutto ciò che voglio. Non credo che mi annoierò.”

“Ne sono convinta. E… grazie per avermene fatto dono.”

“Prego. L’ho fatto per te, ma l’ho fatto anche per me. La nostra condizione beata ha un prezzo, come tutte le cose. Trova un’altra anima. Un’anima che, come le nostre, non si faccia scrupoli a nutrirsi dei propri vizi per soddisfare la propria felicità. Trovala e potrai lasciare questo posto e goderti l’eternità come vuoi. Sembra facile, ma, credimi, noi cattivi siamo una razza in estinzione. E l’esercito dei demoni rischia di indebolirsi per mancanza di adepti.”

“Quindi adesso sono un demone?”

“Un demone, un demonio, un’entità oscura… in verità non esiste una definizione esatta.”

“Ho una curiosità. Ma le anime di quelli che mangiamo che fine fanno?”

“Non lo so e non me lo sono nemmeno mai chiesto. Forse vanno in paradiso come martiri sacrificati sull’altare della nostra giusta causa. Comunque sia, ti consiglio di non pensarci e di goderti l’immortalità.”

“Puoi scommetterci!” gli dissi.

Lo abbracciai forte e, pian piano, il suo corpo perse consistenza, dileguandosi come un fantasma nel buio.

 

Tutto questo è successo circa un mese fa, anche se, nella mia nuova condizione, mi è difficile dare una giusta dimensione al tempo.

I giorni trascorrono veloci e greggi di anime passano davanti al “negozio”. Un paio di volte mi è sembrato che qualcuna avesse le caratteristiche giuste ad essere “arruolata”, ma prima di scegliere a caso, voglio essere davvero sicura.

A proposito, tu non hai fame?

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19 thoughts on “Tu non hai fame? 

  1. terribile, bellissimo, divertente, gustoso. Brava, brava, brava.

  2. Ho saltato per vedere come andava a finire, poi ho ricominciato dall’inizio..😱
    Sei bravissima, bellissima, dolcissima, modernissima, biondissima..
    Eh no, sono sazia 😬😬😬

  3. Fichissimo.
    Sono rimasta sconvolta👍🏻👏🏻👏🏻👏🏻

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