Le coccinelle volano


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18 anni fa avevo 17 anni

“Quello che le viveva dentro era diverso. Si era sempre guardata intorno con la superficialità di chi coglie negli altri una realtà che le è estranea e di cui non ha bisogno. Ma per quanto avrebbe potuto continuare così? A volte il peso dei suoi silenzi le bloccava il respiro, come se nemmeno tutta l’aria del mondo riuscisse a colmare il suo vuoto.”

Scrivevo con la kappa. Scrivevo di kakka.

Ho ritrovato uno scatolone pieno di agende e diari. Pagine nelle quali fortunatamente mi è difficile riconoscermi. Davvero ero così triste? E perché? 

Rimetto tutto a posto e penso che non mi sono mai sentita tanto felice di esser diventata adulta.


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Ritornare

Mi piace andare, un po’ meno tornare. I ritorni rafforzano gli addii, li rendono definitivi, incontrovertibili, anche se, al momento di andare, erano stati addii appena mormorati, sussurrati o solo pensati.

Mi sento come un pezzo di mosaico che mal si incastrava in passato e adesso non più si incastra.

NeI giorni precedenti il viaggio di rientro, sognavo continuamente di tornare e di sentirmi a disagio per non aver portato nulla a nessuno, per essere rientrata a mani vuote, per aver dimenticato qualcosa in Brasile. Per questo, ho riempito una valigia di souvenirs, di lembrancinhe. Eppure, nonostante tutte le cose che ho portato, quel disagio che avevo solo sognato adesso lo sento addosso concreto.

E sospetto che qualcosa l’ho davvero lasciata, dimenticata in Brasile. Ancora non ho capito cos’è, ma so che fa parte di me.


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Ti serve una mano?

– Prima che sia troppo tardi, devo chiederti una cosa. C’è qualcosa in particolare che desideri per il tuo compleanno? Perché quest’anno sono davvero a corto di idee.

– Ma no! Non preoccuparti, non ho bisogno di nulla, lo sai.

– Ok, ho capito. Faccio di testa mia.

Il primo regalo non si scorda mai. È da quello che si può comprendere l’andazzo dei regali successivi e pure, in generale, di una storia. 

La prima cosa in assoluto che mio marito mi ha regalato è stato uno scolapasta.  Ma non uno di quelli fatti belli a scodella,  dove, per dire, si può scolare un calderone di pasta o che, all’occorrenza, si può utilizzare pure per farsi le meches. No. Lui mi regalò uno scolapasta a ventaglio, di quelli che funzionano attaccati al bordo delle pentole. Uno strumento anemico, ma estremamente pericoloso, in grado di procurare, ad una persona incapace come me, ustioni fino al terzo grado.

Ma credo sia stato proprio quello scolapasta a farmi capire che eravamo fatti l’uno per l’altra. Soprattutto perché interpretai l’orientamento domestico del dono, come presagio di numerosi e prosperi banchetti insieme. 

Il mio primo regalo per il suo compleanno non fu da meno in fatto di originalità. 

– Oh…. Che bello…

Ma, per quanto si sforzasse di apparire sincero, era fin troppo palese che quella borsettina con la stampa a cuori, l’esfoliante per i piedi e la spugna con il manico lungo non fossero esattamente il tipo di regalo di compleanno che si sarebbe aspettato. 

Poi, al mattino, trovò sul tavolo il sacchettino di una gioielleria. 

– Ah, ma allora quello non era il vero regalo!

– Perché? Non ti piaceva?- gli chiesi sorridendo. Ma non mi rispose. 

Aprì il secondo regalo e ci trovò un bracciale. 

– Oh… Che bello… È un modello molto particolare. 

– Ti piace?

– Sì, è bello solo che… Solo che ricorda una mezza manetta. 

Stavamo insieme da pochi mesi e, no, non lo scelsi a caso il bracciale a forma di mezza manetta, anche se ero certa, e a ragione, che non lo avrebbe usato mai.

Mi piace fare regali strani, irriverenti e, a volte, anche scemi e inopportuni.

Fare un regalo, in fondo, è molto semplice. Compri una cosa, la impacchetti e la consegni.

Fare un regalo scemo, invece, richiede ingegno nel pensarlo, costanza nel trovarlo e coraggio per consegnarlo.

I regali scemi sono il mio modo di dimostrare alle persone a cui voglio bene, che voglio loro bene davvero. 

Per esempio, anni fa, a mio padre regalai un premio Oscar, di quelli a cui era possibile attaccare l’etichetta con una dedica. “Al miglior papà del mondo”, “Al mio grande amore”, cose così. Io ci feci attaccare l’etichetta con su scritto “Al più sfigato”. E non di certo perché lo pensassi, ma perché sapevo che, scartandolo, per la sorpresa, avrebbe riso e ne avremmo riso tutti.

Un regalo normale lo usi, lo consumi o lo chiudi in un cassetto, finché ti dimentichi di chi te lo ha fatto.

I regali scemi, inappropriati, persino quelli  brutti, invece, riesci sempre a  ricordarti da chi li hai ricevuti. 

Infatti, mi piace anche fare regali brutti. Mi permettono di dimostrare alle persone che non sopporto, che non le sopporto davvero. 

Ad esempio, alcuni anni fa, ero stata invitata alla festa di laurea del figlio del mio capo. E fu particolarmente divertente guardare la faccia che lui e i suoi genitori fecero quando, dopo aver ricevuto opzioni di viaggio, migliaia di euro, accessori firmati e un monte di cose costose, aprì il mio pacchetto e ne tirò fuori una cinesissima cornice da tre euro, con dentro una stampa di Britney Spears che sorrideva ammiccante. 

Luca è al primo posto nella classifica delle persone a cui ho fatto più regali scemi (per molto tempo se l’è giocata con mia madre che, grazie a me, vanta una collezione di stronzate di tutto rispetto). Quest’anno, però, fino alla fine ho temuto che avrei dovuto ripiegare su un regalo normale, una maglietta, un accessorio sportivo, un prodotto per la cura personale… 

Poi l’ho trovato, anzi l’ho trovata.

Una mano. 

In fondo, tutto prima o poi abbiamo ne bisogno e, pure se no, una in più non guasta mai. Peraltro, questa fa anche i massaggi.