Le coccinelle volano


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L’importanza di una X

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La separazione e la distanza, il distacco e la disillusione, la mancanza e, di conseguenza, l’assenza, rappresentano l’interfaccia negativa di una controparte positiva che si pone come termine di paragone e confronto per valutare appieno la portata della propria solitudine. Se, d’altra parte, la controparte non esistesse, la separazione e la distanza, il distacco e la disillusione, la mancanza e, di conseguenza, l’assenza, si porrebbero quali realtà assodate e, di conseguenza, la solitudine finirebbe con il non avere alcun valore.

Sono pressoché convinta che, a prescindere dal numero di persone di cui riusciamo a circondarci, ciascuno di noi, a suo modo, elegge un proprio personalissimo referente cui destinare, in momenti particolarmente topici, il proprio pensiero.
Mi riferisco a quella persona  il cui parere seppur non espresso e, dunque, ignoto continua, quotidianamente, a starci a cuore.
Quella persona X, che non importa chi è, com’è, dov’è, ma per cui capita spesso di chiedersi “chissà cosa mi avrebbe detto X in questa circostanza”, “chissà cosa ne penserebbe X a riguardo”, “chissà se in questo momento X sarebbe orgoglioso di me”.
E, soprattutto, “chissà se pure X ogni tanto sente la mia mancanza”.

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Il primo giorno di scuola

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– Buongiorno! Sono la vostra nuova insegnante di latino e greco.- Esclamai, cercando di imprimere al mio tono tutta la convinzione possibile.
I ragazzi, fino a quel momento chiassosi, si zittirono e mi ritrovai di fronte un uditorio perplesso e quasi allucinato, dal quale, dopo lo smarrimento iniziale, si staccò una voce che chiese- Ma il prof di educazione fisica oggi non c’è?
– Non lo so. Io, però, sono la nuova insegnante di latino e greco.- E giuro che lo dissi senza più alcuna convinzione.
I ragazzi continuarono a guardarmi con sconcerto, finché arrivò un uomo robusto e abbigliato in tuta, che mi salutò cortese e se li portò via.
Ero entrata nell’aula sbagliata.

Quando, il giorno prima, al telefono, avevano chiesto della professoressa Monda, avevo buttato giù, dicendo che avevano sbagliato numero, perché in casa mia non c’erano insegnanti. Alla seconda, finalmente avevo realizzato e, con non poca emozione, avevo risposto- Sono io.
Mi sarei dovuta presentare a scuola alle otto in punto del giorno seguente. Quattro i convocati. La persona con il punteggio più alto avrebbe ricevuto la nomina.

Avevo presentato la domanda di inserimento nelle graduatorie per l’insegnamento, alcuni mesi prima, più per sport che per speranza. Un po’ come quando si compra un biglietto della lotteria, pur sapendo che le probabilità di vincita sono veramente infinitesimali.  Ma i premi della lotteria esistono perché qualcuno li vinca, giusto?

La sveglia, per me e mio padre, quel giorno suonò alle tre. Il treno partiva alle quattro e ventisette da Napoli. Un accelerato che di accelerato aveva solo il nome, perché quando arrivammo a Roma era giorno pieno.
All’appello, ci presentammo in due e, sebbene di punti io ne avessi sempre raccolti e presi un sacco (ma nei posti sbagliati), l’altra ragazza ne aveva più di me. Solo che lei già lavorava per CEPU, la cattedra era di sole undici ore e, a conti fatti, disse che non le conveniva accettare.
– Allora, lei cosa fa? Accetta?- mi chiese la segretaria.
Era fatta. La nomina era mia.
Corsi ad avvisare mio padre, che nel frattempo, era rimasto in strada in attesa di notizie.
– Mi hanno presa, papà! Ho ottenuto la supplenza!
– Quando devi tornare?
– In realtà, ho lezione già adesso. Quattro ore. Mi aspetti qua?

Era il 30 gennaio del 2007 e, nonostante siano trascorsi dieci anni, dalla prima volta che mi hanno chiamata “professoressa”, le cose che vorrei imparare ancora superano quelle che potrei insegnare.


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L’insicurezza degli oggetti

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La tua auto, parcheggiata a sorpresa lungo il mio cammino, è un’alcova disfatta.
Mi avvicino e non scorgo dai vetri capelli spezzati, né cellule morte.
In tasca ho una penna affilata che non taglia le gomme. Potrei prenderla a calci, ma è troppo ammaccata per trarne sollievo.
Mi somiglia la striscia di ruggine sulla fiancata e ora so che per me anche gli oggetti sono come persone e, per questo, io tratto persone come fossero oggetti.
Un vento furioso mi scrolla ed è un calcio nel culo e ricorda il perché dei miei sguardi più volte lanciati a squarciarti le vene.
Ma “perché” è una parola bastarda.
Perché per domanda o perché per spiegare qualcosa?
I why e i because, i pouquoi e i parce que, i warum e i weil si fondono in unico suono, che non rende giustizia alle trame intessute sulla tua persona.
Tu mi hai rimpiazzata nel cuore e anche nelle mutande.
Io rimpiazzo negli occhi sportelli col bordo di pietra adiacente.
Seduta sul ciglio avrebbe più senso quel luogo d’incanto votato a mio muro del pianto.


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Per guardarti

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Se ti chiedo di guardarmi tu non lo fai. Non guardi, anzi, nemmeno vedi.
Che senso ha per me guardare chi, di rimando, non guarda?
Avevo occhi che dal volto, per accarezzarti, persi. In punta di dita, raccolti, diventarono indice di vigilia e attesa.
La visione pallida della mia nuda presenza mi disconosce umana e mi riconosco mortale solo in quanto fossile anacronistico e disperatamente calzante al suo tempo.
Perché tu non mi guardi ed io ti guardo comunque.

 


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Come cozze

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Sapevo che a non mollare la tracolla mi sarei fatta male, ma male sul serio. Solo che la cartella era mia e che la donna al volante stesse ripartendo senza accorgersi che un pezzo della mia borsa era rimasto impigliato in un pezzo della sua 126, parcheggiata fuori dalla scuola elementare, a me non importava niente. Dovevo proteggere, salvare e conservare ciò che era mio.

I legami con le cose, con le persone, con le situazioni, troppo spesso prescindono dalla consapevolezza della sofferenza che procurano. E contemplare l’idea che si potrebbe stare meglio senza è fuori questione.

Ci attacchiamo alle cose, alle persone, alle situazioni, come cozze allo scoglio, per poi lamentarci quando di noi non resta che un guscio vuoto.


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Codice fiscale

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L’infelicità non è universale e, quando ti si attacca addosso, prende il tuo nome, le tue impronte, il tuo odore.
L’infelicità si trasmette, ma non si comunica e puoi spendere e perdere tutto il tempo che vuoi per cercare di farlo capire agli altri. Non ci arrivano, non gli interessa, non gli appartiene.
La tua infelicità è come il tuo codice fiscale. Soltanto tu lo conosci a memoria e nessuno si sognerebbe mai di impararlo. E anche quando ti dicono: “Come ti capisco”, in realtà non capiscono un cavolo, perché ogni codice fiscale è diverso da un altro, esattamente come l’infelicità.


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Cieli terrestri 

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– Ecco, vedi?- esclama Mauro, puntando il dito al cielo.- Te lo avevo detto che i marziani sarebbero apparsi anche stasera.

Giovanna guarda la punta del dito, poi spinge gli occhi oltre, verso la direzione che Mauro le sta indicando. Il cielo è buio, spruzzato da poche stelle. Si percepisce appena un luccichio intermittente.

È un aereo. Lo stesso di tutte le sere, quello su cui, se potesse, si teletrasporterebbe al volo. Ma il teletrasporto non esiste e Giovanna resta confinata al suolo, lì dove si trova, con le mani aggrappate alla ringhiera e due certezze in disaccordo con le illusioni di Mauro.

E vorrebbe proprio dirglielo che è un gran cretino, che, a continuare a coltivare certe fantasie, un giorno, non riuscirà più a distinguere il vero dal falso, il bene dal male, cosa è giusto e cosa non lo è. Ché un conto è la speranza, un altro è l’evidenza.

Ma non sa come fare.

Perché se gli dicesse che i marziani non perdono certo tempo a scorrazzare nei cieli terrestri, infrangerebbe i suoi sogni; ma, sa pure che, se non gli dicesse niente, quei sogni diventerebbero la sua rovina.

E allora cos’è più crudele? Assecondarlo, ridendo intimamente della sua ignoranza, o sbattergli in faccia la verità?

– Ehi! Riesci a vederli?-  le chiede nuovamente Mauro.

– No. Non vedo proprio niente.- Replica Giovanna, rifugiandosi nell’unica risposta che non le sembra crudele.