Le coccinelle volano


35 commenti

Costellazione Familiare

Alcuni anni fa, uno dei miei zii, nel tentativo di essermi di conforto, durante un mio periodo difficile, mi fece il seguente discorso.

– Maria Pi’, tu sei la prima Monda femmina della tua generazione. E questo per te deve essere un privilegio. Tutti i privilegi, però, come si sa, si accompagnano a dei sacrifici. E ci sta che, in qualità di prima erede femmina, tu abbia ereditato e stia scontando tutte le colpe delle nostra stirpe. Ma non ti preoccupare. Quanti anni tieni adesso? Ventotto? Se ti hanno condannato col rito abbreviato ti mancano da scontare altri due anni e poi, a trent’anni, non avrai più nessun problema.

Come si può facilmente immaginare, il discorso di mio zio, oltre a non essermi di conforto alcuno, mi apparve come una cagata pazzesca. Che fossi la prima nata femmina della mia generazione manco ci avevo mai fatto caso, né mi sembrava poi tutto ‘sto privilegio. Vero è che in alcune famiglie le figure dei primogeniti sono importanti, ma si tratta per lo più di primogeniti maschi, che ereditano proprietà, titoli e, in casi eccezionali, regni e corone. Che alle femmine toccasse tutta la sfiga genealogica non lo sapevo e avrei potuto tranquillamente continuare a fare a meno di saperlo.

Alcune settimane fa, nel mentre chiacchieravo di Lars Von Trier con un’amica, lei a un certo punto mi ha interrotta ed ha esclamato- Questo regista avrebbe bisogno di farsi fare una costellazione familiare!

Si parlava di Lars in quanto, durante una camminata precedente, la mia amica mi aveva chiesto se avessi mai sentito parlare di Nibiru, il pianeta che distruggerà la Terra, io le avevo risposto di sì e le avevo consigliato di guardarsi Melancholia. Per questo, quando mi ha detto “ha bisogno di farsi fare una costellazione  familiare”, ho pensato di aver capito male, che stesse ancora riferendosi ai pianeti e ai corpi celesti e ho fatto un vago cenno di assenso.

Lei però ha continuato e mi ha chiesto- Sai cos’è una “Costellazione Familiare”?

No, non lo sapevo.

Stando a Wikipedia, la Costellazione Familiare è una tecnica psico- quantica. E già questo basterebbe a non farmi voler sapere cos’è. Ma la spiegazione della mia amica è stata chiara, esplicativa e pure avvincente.

– Ieri- mi ha raccontato- sono stata ad assistere ad una pratica di Costellazione  Familiare. La persona che se ne occupava era stata ospite nel mio programma- la mia amica è una giornalista radiofonica-, mi aveva invitata e mi era sembrato interessante assistere. Assistere, senza partecipare. Perché chi si limita ad assistere paga cinquanta reais, chi partecipa e si fa fare la costellazione familiare ne paga cinquecento. Dunque, eravamo in un locale ampio, ma molto affollato. La maggior parte delle persone si trovava lì, come me, solo per assistere. Tutte le sedie erano disposte in cerchio e, al centro, c’erano la donna che avrebbe coordinato il tutto, una psicoanalista un po’ medium e un po’ sensitiva, e un cavalletto con un grosso blocco per appunti. Ad un certo punto, la coordinatrice ha invitato una delle persone che erano lì per farsi fare la Costellazione  Familiare, cioè una di quelle che aveva pagato 500 reais, a raggiungerla al centro e ad esporre ad alta voce, di fronte a tutti, il proprio problema. Per esempio, la prima persona chiamata era una signora il cui problema era quello di avere un figlio psicopatico. Nel mentre la signora esponeva questo suo problema, la coordinatrice prendeva appunti, annotando quelli che secondo lei erano i membri della famiglia attraverso i quali si poteva intercedere per risolvere il problema. Dopodiché, la signora è stata invitata a scegliere tra il pubblico le persone che avrebbero rappresentato i membri della sua famiglia. Io, ad esempio, sono stata scelta, non da questa signora, ma da un’altra delle partecipanti, per rappresentare la sua defunta nonna italiana. È stata un’esperienza incredibile! Quando ho raggiunto il centro del locale e mi sono posizionata nello spazio che mi era stato indicato, le mie braccia hanno cominciato a muoversi in maniera inconsulta, non riuscivo a tenerle ferme, avvertivo un’ondata di calore in tutto il corpo, mi sentivo come posseduta.

“A me sembrano i sintomi della dengue. Sei sicura che stai bene?” avrei voluto chiederle, ma il racconto mi stava piacendo e ho accantonato il mio sarcasmo perché arrivasse alla fine della storia.

– In sintesi, funziona così. Esponi il tuo problema, la coordinatrice sulla base della storia che hai raccontato individua i responsabili familiari del problema, tu scegli tra il pubblico le persone che interpreteranno questi familiari e ti confronti con ciascuno di loro, rinfacciandogli colpe, responsabilità, il tuo rancore e perdonandoli.

– E questo risolverebbe il problema?- ho chiesto incredula.

– Sì sì.- Ha affermato la mia amica.

– Quindi adesso il figlio della prima signora non è più psicopatico?!

– No, cioè sì è ancora psicopatico. Ma, dopo aver ripulito la Costellazione Familiare di tutti i sospesi, adesso quella signora è molto più serena e può affrontare il problema del figlio psicopatico in maniera più consapevole.

La tecnica della Costellazione Familiare ed il racconto della mia amica mi hanno inevitabilmente fatto ricordare il discorso di mio zio. E se fosse stato così avanti da avere ragione? Se davvero tutti i miei problemi e le mie sfighe fossero imputabili ad azioni e colpe dei miei antenati?

Poiché sono molto scaltra, mi sono resa conto che, una volta appreso il meccanismo, ci si potrebbe ripulire la Costellazione Familiare anche da soli. Basta scegliere un po’ di persone a casaccio, attribuirgli un ruolo parentale e sfancularle allegramente fino alla pace dei sensi.

Il problema, nel mio caso, è che l’unica persona disponibile, sarebbe mio marito ed ho il timore che se comincio a chiamarlo “bisnonno” e a sfancularlo a gratis, non solo mi ingarbuglio ulterioremente la Costellazione  Familiare, ma rischio pure di privarmi della sua presenza nella mia Costellazione  Familiare. Potrei scendere in strada e puntare a qualche generoso passante che si presti, ma… Non bisognerebbe mai fare agli altri ciò che non vorremmo gli altri ci facessero e, francamente, se mi capitasse di incontrare un estraneo che dal nulla cominciasse a chiamarmi “nonna” e ad urlarmi contro, a me girerebbero e non poco le scatole.

Perciò ho recuperato tutti i miei peluche. Il pipistrello rappresenta uno zio di mia madre che mi è sempre stato antipatico, il lupo è un cugino di mio padre che non ho mai conosciuto, la coniglietta è una defunta zia che non mi ha mai offerto nemmeno una caramella e l’ultimo, quella specie di orsetto verdastro con la coda di topo, essendo già di suo indefinibile, rappresenta un bisavolo anonimo, ma sicuramente malvagio.

Per un paio d’ore li prenderò a parolacce e scappellotti. Non lo so se funzionerà. Ma, in fondo, tentare non nuoce.


28 commenti

I muffins verdi

Il malessere fisico si può gestire in molteplici modi e sta alla personalità di ciascuno, oltre al tipo di malessere, trovare il modo migliore per affrontarlo. Le reazioni più estreme sono fondamentalmente due: imbottirsi di analgesici, negare il dolore e condurre, imperturbabili e stoicamente, il giorno oppure abbandonarsi alla disperazione, chiamare amici e parenti e distribuire istruzioni su lasciti e funerale.

Stamani, dopo una notte di riposo tranquillo, mi sono svegliata di nuovo in preda al mal di denti. 

Ho cominciato ad avere male ai denti ieri pomeriggio. Non un normale fastidio, un dolore improvviso e lancinante, che mi ha bloccato il respiro, ma non al punto di ridurmi in apnea e farmi svenire, perché, se fossi svenuta, avrei perso coscienza e pure il dolore, invece io ero cosciente, coscientissima, nel mentre giravo disperata per casa alla ricerca di un rimedio che non fossero le pareti contro cui avrei battuto la testa. 

La mia dentista aveva chiuso lo studio a mezzogiorno, era in partenza per il carnevale e sarebbe stata disponibile solo giovedì prossimo, perciò sono andata al pronto soccorso odontologico. 

Il pronto soccorso odontologico è uno di quei posti dove il tempo si congela, sia perché tocca farsi tre ore di attesa, sia perché la temperatura del condizionatore è tenuta costantemente a zero gradi. Quando finalmente è arrivato il mio turno, la prima cosa che il medico mi ha chiesto, anziché “dove ti fa male?”, è stata “da cosa ti vesti a Carnevale?”. Vuoi per il dolore, vuoi per il congelamento, vuoi per la domanda, mi sono partiti pensieri strani e, a un certo punto, mi sono seriamente convinta che quella non poteva essere la realtà, bensì  una messinscena e che quello che non era un vero dottore, bensì il Fantasma del Carnevale Futuro, al quale mi sarebbe bastato promettere che a carnevale mi sarei vestita da spazzolino o da filo interdentale, per ritrovarmi finalmente sana e tranquilla a casa.

Poi, però, il dentista ha preso il trapano, ha cominciato a scavarmi in bocca, mi ha semidevitalizzato un dente e il dolore è stato talmente tanto più assurdo, che, nonostante continue allucinazioni di sorci verdi, ho dovuto riconoscere che quella era proprio la realtà.

Tornando a stamani, quando mi sono svegliata ed ho avvertito di nuovo la sensazione di dolore (per fortuna non troppo forte) ai denti, avevo fondamentalmente due alternative. Potevo dichiararmi inservibile e trascorrere il giorno ammuffendo sul divano, in preda a spasmi e visioni di morte oppure potevo affidarmi al potere analgesico dell’ibuprofene ed impegnarmi in qualcosa di creativo per non pensare al dolore.

Poiché credo molto nelle scintille creative che scaturiscono dalla sofferenza, mi sono strafatta di analgesanalgesici, ho imbracciato il robot da cucina ed ho inventato una ricetta, che, per dignità, ometterò di trascrivere.

Mi basterà dire che mi sono inventata i muffins verdi. Verdi come i sorci verdi.

A proposito, li vedo ancora.


14 commenti

Deposizione

picsart_02-24-12-29-53

Decido di deporre temporaneamente il verbo, al pari del guerriero che sa di aver perso e abbandona  lo scudo.
Decido di non deporre a mio vantaggio, evitando a questo scopo di ricorrere all’uso di verbi, semideponenti in latino, ma in massima misura deponenti in italiano.
Fido, confido e l’eloquenza dell’ablativo della cosa.
La semideponenza annichilisce lo struggimento per la presunta incapacità di affidare me stessa a qualcuno.
L’ablativo è  il caso dell’allontanamento.
So di essermi allontanata da tutto per vedere se qualcuno mai sarebbe venuto a cercarmi e, confesso, che in momenti come questo, mi volto al primo rumore, scatto al primo segnale, pensando sia per me che un movimento di braccia, un sorriso d’occhi accenna a nascere e a crescere sotto il sole.
Ma non lo è. Non è mai per me.
Durante il viaggio in metro, stamattina, ho temuto di arrivare in ritardo. Ho sempre questo timore e credo sia solo per caso che ancora riesco a mettere una pezza a tutte le cose che per mancanza non di volontà, ma di forza, non riesco a fare.
Non chiedere aiuto non significa non averne bisogno e adesso me ne sto deposta e scomposta su questa porzione di pavimento.
Le braccia mi scivolano lungo i fianchi come rami morti.
Strappo due veli di carta igienica e soffio via dal naso la possibilità di darmi a breve un contegno.
Crollo, crollo disperatamente e ancora crollo.
Il bordo del lavandino è così lontano!
Il rumore della caldaia rivela un guasto che tiene il ritmo alle mie difficoltà respiratorie.
Sono stanca persino di piangere.
Altri due veli di carta per asciugarmi gli occhi. L’uno è troppo sottile, gli altri troppo umidi e l’ombretto mi s’impasta di molliche di cellulosa.
Da fuori mi arrivano squilli di telefono e passi concitati.
Mi tiro su. Sistemo i capelli al meglio che posso. Sospiro e col fiato butto fuori particelle d’angoscia che si uniscono ai granelli di polvere nei raggi di sole e innescano una triste danza.
Chiudersi a fare penitenza per un’ora nel bagno dell’ufficio, a volte, mi sembra l’unica soluzione.
Chiudersi a fare penitenza per un’ora nel bagno dell’ufficio, purtroppo, non è una soluzione.
Un po’ d’incertezza per la mano sulla maniglia, poi la spingo giù con forza.
La luce nel corridoio fortunatamente non è troppo forte ed ho la buona sorte di non incrociare nessuno, mentre camminando veloce raggiungo la mia stanza e la mia scrivania.
I pensieri rallentano e cominciano a girare, tracciandomi nella mente volute meno complesse che gradualmente districano i nodi che avevo lasciato vi si generassero.
Nel vaso, le foglie della pianta artificiale artificiosamente mi inducono ad immaginare foreste di plastica e fiumi di gas liquido.
L’orologio segna già l’ora che non molte ore prima non vedevo l’ora arrivasse.
Varco la soglia della mia stanza e dal desktop mi saluta la foto di un mazzo di corolle chissà da quanto sfiorite e marcite.
Le foto sublimano l’anima del mondo, ma la materia fugge.
Mi siedo alla scrivania, come un sacco alloggiato nel suo angolo di cantina.
Il lavoro mi redime dal peccato di non essere abbastanza. Avvicino la tastiera e comincio a digitare.
Il suono cadenzato dei tasti, melodioso, fraseggia nel silenzio.
Giulia non mi rivolge più la parola. A stento mi dice ciao quando c’incontriamo alla macchinetta del caffè.
Ad Andrea, a Carla e ad Emiliano non sono mai andata a genio.
Tutti gli altri a malapena sanno che esisto.
Non è, dunque, un caso se non mi si filano di striscio.
Ma con Giulia era diverso.
Poi l’altro giorno, così, per caso, dal nulla, mi ha chiesto cosa non andasse.
“Perché?”
La sua domanda mi aveva lasciata perplessa e nello stesso tempo mi aveva in qualche modo ferita. Non si può chiedere a qualcuno “Cosa c’è che non va?”, quando non si ha motivo per farlo. Mio padre mi ha sempre detto che se vuoi ammazzare qualcuno ti basta fargli notare che ha una brutta cera. Anche se non è vero, il malcapitato comincerà a preoccuparsi per mille motivi diversi e allora sì che la brutta cera gli verrà davvero.
E Giulia l’altro giorno mi ha cambiato la cera e ha tagliato lo stoppino.
La verità è che a sentire la sua domanda mi sono effettivamente resa conto che, da qualche tempo mi comporto come se tutto andasse male. E quando tutto va male, provare a porre rimedio equivale a spingere sull’acceleratore quando si hanno i pneumatici affondati nella sabbia.
Salvo il documento, lo chiudo e mi rimetto in piedi. Infilo in borsa le poche cose che ho sparso in giro e mi preparo a tornare a casa. In realtà, mancherebbero dieci minuti alla fine del mio turno di lavoro, ma oggi non posso affatto dire di essere stata produttiva e mi auguro che nessuno se ne accorga proprio adesso.
Per fortuna sono sola in stanza. La vita è tutta concentrata altrove.
Riesco di nuovo a non incrociare nessuno nel corridoio. Da qualche parte mi giunge il suono cristallino della risata di Andrea. Sono certa che se lo conoscessi meglio, anch’io apprezzerei la sua simpatia.
A volte, mi spiace davvero non riuscire ad essere più socievole con i colleghi.
Ho quasi raggiunto l’uscita. Mi fermo per timbrare, quando qualcuno mi bussa sulla spalla. Sobbalzo e mi giro di scatto.
“Ehi, ehi! Tranquilla! Non lo dirò a nessuno che te la stai svignando con dieci minuti di anticipo.” E nel dire questo, Giulia mi sorride e mi strizza l’occhiolino.
Mi rilasso e le sorrido a mia volta.
“Che hai fatto, oggi? Non ti ho proprio incrociata.”
Non so cosa dirle, temporeggio, cercando di trattenere sulla faccia, più che posso, un sorriso ebete che possa depistarla. Ma Giulia non ci casca e incalza.
“Non ti chiederò se c’è qualcosa che non va. L’ultima volta mi è bastata per imparare la lezione. Sappi, però, che comincio ad essere preoccupata. Se hai bisogno di parlarne… se hai bisogno di parlare… io ci sono.”
Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Credevo di averle consumate tutte durante l’ora precedente, ma mi accorgo che le mie riserve sono infinite.
Mi porto una mano alla bocca per rosicchiarmi il pollice. Giulia me la prende, e la stringe fra le sue, senza parlare.
Lascio andare ogni difesa e la abbraccio forte, fortissimo. Le lacrime non richieste adesso traboccano dagli occhi e mi scivolano sulle guance.
Giulia si libera dalla mia presa, ma solo per accarezzarmi la testa. Poi mi porge un kleenex che ha preso dalla scatola poggiata sul mobile di ingresso.
Resto a testa bassa, mentre mi asciugo il viso, nel tentativo di raccogliere tutte le lacrime. Sospetto che se continuo così a lungo andare mi rimarranno dei solchi sulle guance.
Lei mi guarda con tenerezza. “Dai, si è fatta l’ora di andare anche per me. Aspettami qui. Vado a prendere la borsa e ti accompagno a casa.”
Nei pochi minuti che impiega a prepararsi per l’uscita, penso a cosa dirle quando mi ritroverò da sola con lei.
Non mi va di raccontarle quello che sto vivendo. Non me la sento. Preferisco che mi consideri scostante, piuttosto che infelice.
Qualche cosa mi inventerò.


13 commenti

Nemmeno altro

dsc00510

Tu che di me
non puoi neanche parlare,
perché non c’è pace
per chi non vuol sentire;
io che di te
non posso fare a meno,
perché una vita lunga
senza te è come morire.

Non siamo mai noi stessi,
né me, né te, né altro,
sebbene pure altro
sarebbe stato meglio
del divieto a dare spago
al filo che hai spezzato,
della spinta a dare fiato
alla brezza che ho arrestato.
La polvere si è alzata
ed ha occultato l’illusione.
Concreto resta il battito.
Chi mai lo potrà udire?

Tu che obliteri le scene
ed io continuo a farti icone.
Cera attacco al piedistallo
e tra le dita ho zolfanelli.
Non m’importa di bruciare
o se bruciasse chi ti stringe.
Assicurati il domani,
ché io provvedo al tuo passato.

Il presente è un continente
e si allontana sulle onde,
come amore a lungo andato
che ci sfiora solo a lato.


14 commenti

Saper contare

Contare, ad esempio. Mica è sempre così semplice? Sì, uno, due, tre, quattro e avanti fino a cento, magari duecento, pure fino all’infinito. Ma, dove non faglia l’imperizia, colpisce la noia, lo sfinimento. Una metodica processione di cifre portata avanti mnemonicamente, per abitudine, fintanto che una qualunque distrazione o, anche, una minima incertezza, non rovinino la conta e, allora, subentra il dubbio. Ho dimenticato un numero? Ho saltato un passaggio?

Contare non è così semplice. Perché i conti trovano sempre un modo di non tornare, anche quando si contava di poter contare. E poi non sono mica solo le sequele, le successioni progressive da una cifra all’altra? Ci sono pure le incognite, le espressioni, le frazioni.

Sarà per questo che ho difficoltà a contare su qualcosa, su qualcuno e, a volte, pure su me stessa. Perché le incognite sono ovunque. Perché in una frazione di secondo tutto può cambiare. Perché non bastano un paio di parentesi tonde o quadre per comprendere e risolvere un’espressione.

Eppure bisogna saper contare, mi ripeto, nel mentre rigiro il mio caffè, i gomiti puntati sul bancone di un autogrill ai confini del mondo, con un marsupio e, dentro, solo un accendino, un pacchetto di sigarette ed un paio di occhiali da sole che non mi porterebbero da nessuna parte. Di fronte a me, c’è un uomo. Provo a contarne gli anni, ad interpetargli le espressioni, ad immaginare l’incognita del suo viaggio. Chissà se lui sa contare. Chissà se lui ha qualcuno su cui contare.

Poi chiudo la parentesi e metto un punto a questo pensiero. La persona su cui posso contare è tornata a riprendermi, affinché, insieme, si possa andare.


28 commenti

Indovina chi viene a colazione

IL PRIMO GIORNO

– O Lu’, ti puoi girare un attimo? Guarda quel signore con la maglietta rosa. Non è identico a “tizio”?

Nel mentre Luca si gira a guardare, do un altro morso al mio cornetto ripieno di pollo e formaggino. Ci siamo fermati a mangiare qualcosa in una rosticceria salutista, dove, quando ho ordinato una coca cola, mi hanno guardata come l’anticristo e mi hanno servito acqua di cocco. Però, nonostante il salutismo, la rosticceria lavora davvero bene ed il cornetto in corso ed il panzerotto ripieno di prosciutto, che ho già allegramente divorato, sono proprio buoni. Lo ammetto. Non sono il massimo dell’eleganza. Ed ho l’aggravante del sole che mi ha appiccicato il costume e i vestiti addosso, ho i capelli esplosi e, per tenerli insieme, mi sono annodata il pareo in testa con un fiocchettone, che sembro uscita direttamente dalla pubblicità di “chiquita, la banana dieci e lode”.

– Forse per gli zigomi.- mi dice Luca, dopo aver dato una sbirciata al signore che gli ho indicato.

Ecco, lui è davvero bravo nei dettagli. Non riscontra mai somiglianze generiche, ma è sempre molto preciso. Quella persona ha le ciglia identiche a quelle di caio, quell’altra ha gli alluci spiccicati con quelli di sempronio. Cose così.

Io, intanto, continuo a mangiare e a tenere d’occhio il signore che somiglia a “tizio”.

– Guarda, Lu’. Se ne sta andando, adesso ci passa vicino. Guardalo e dimmi se non è uguale a “tizio”.

Il signore con la maglietta rosa ci passa accanto. Io lo fisso incredula. A Luca si sloga la mascella. Il signore ci sorride e si allontana.

– Cavolo!- fa Luca. – Non è che gli somiglia. Quello è proprio “tizio”!

Finisce lì. Nel senso che continuiamo a fare la nostra vacanza, ma l’incontro con il signore che somiglia a “tizio” e che forse è proprio “tizio”, tocca ammetterlo, ci ha segnati. E tutte le volte che passiamo da quelle parti, ci guardiamo continuamente intorno nella speranza di rivederlo, per poi farcelo reciprocamente notare e riderne insieme.

Del resto, quante volte può capitare di incontrare uno come “tizio” a spasso tranquillamente per la città? Sì, a Roma, mi capitava spesso di incontrare personaggi televisivi o, in generale, artisti. Dalla mia, posso assicurare che non sono ossessionata dalla fama (semmai dalla fame). Cioè, se incontro un personaggio che stimo, ho piacere a stringergli la mano. Ma  sempre con molto riguardo, sempre e solo se è possibile, mai dando fastidio. Sono gelosissima dei miei spazi e non potrei mai violare arbitrariamente quelli altrui. Una volta, ad esempio, incontrai Branko, di Branko e le stelle, sull’autobus. Come segno di riguardo, provai a cedergli il posto a sedere (se in cambio mi avesse previsto l’oroscopo, avrei apprezzato), ma lui rifiutò e scese alla fermata successiva senza neanche salutare. Infatti, da quel momento, consigliai a mia madre di dare ascolto solo a Paolo Fox.

L’ULTIMO GIORNO

Ci svegliamo all’alba, che se non avessero cambiato l’orario, spostando un’ora indietro, non sarebbe proprio l’alba. Ma è l’alba ed io, tanto per cambiare, ho fame. 

Scendiamo a fare colazione e, poiché è l’ultimo giorno, posso smetterla di preoccuparmi se mi si gonfia la pancia (a Rio, i complessi per la prova costume sono una cosa allucinante e giustificata). Mi dirigo al tavolo e prendo un bel po’ di fette di salame, un paio di mozzarelle e un panino. Del resto, felicità è mangiare un panino, nananananà. Finito il panino, vado a prendermi un bicchiere d’acqua. Ed è proprio in quel momento che appare. E, a quel punto, ne ho certezza. Non è un signore che somiglia a “tizio”. È proprio “tizio”! 

Torno al tavolo doppiamente euforica, sia per la presenza di “tizio”, sia per il fatto che “tizio” sia arrivato quando già avevo smesso di mangiare il panino col salame, ché non sarebbe stato mica tanto bello farmi vedere a quel modo?

– O Lu’, girati discretamente. Guarda chi c’è!

Luca si gira, incrocia lo sguardo di “tizio” e si dicono buongiorno.

Io sono davvero emozionata. È stupido, è infantile, magari è pure ridicolo. Ma, cavolo, è “tizio”!

“Tizio” che, nel frattempo, è molto a suo agio e va a sedersi ad un tavolo poco distante dal nostro. Potrei scattargli decine di foto, potrei andare a raccattare i suoi tovagliolini e portarli come souvenirs alle amiche al prossimo rientro in Italia. Potrei andare a chiedergli come mai hanno divorziato. Ma non lo faccio. Me ne sto buona buona a finire la mia colazione, guardandolo, di tanto in tanto, ammirata. In sala, del resto, ci sono tante altre persone e nessuno sembra notarlo.

– O Lu’, io però prima di andare via, vorrei andare a salutarlo. Sì, ho deciso. Vado a salutarlo!

Mi alzo e mi dirigo incerta verso il tavolo di “tizio”. Luca resta in disparte, a guardarmi.

Raggiungo il tavolo e mi paro di fronte a lui. “Tizio”, che è impegnato a controllare qualcosa sul suo cellulare, alza lo sguardo. Non sapevo che avesse gli occhi tanto chiari! Ha un’espressione interrogativa e, prima che l’imbarazzo mi blocchi, pronuncio tutto d’un fiato. – Mi scusi, volevo solo salutarla.

Ecco, giuro che non ricordo in che lingua gliel’ho detto. Lui però mi ha fatto un sorrisone e mi ha teso la mano.

– Lei è italiana?- E mi piacerebbe tanto poter dire che lo ha capito grazie ad una mia notevole somiglianza con la sua ex moglie, ma credo sia altamente improbabile.

– Sì- gli rispondo. E continuo a sorridegli inebetita.

– Grazie- mi dice lui.

– Si figuri.- replico io. – È stato davvero un piacere incontrarla.

– Anche per me.- e così dicendo si gira a guardare verso Luca, salutando cordialmente anche lui.

Mi allontano felice, varco la soglia e mi dirigo  verso la spiaggia di Ipanema.

Non avrò foto, né autografi, ma so che conserverò questo ricordo con molto affetto.

Chi era “tizio”? Per usare le parole di Luca “uno che ha sposato la Bellucci, l’ha lasciata e ha scelto di abitare a Rio. Insomma un mito”.


6 commenti

Io non ho una barca, disse l’albero

 

Lasciati per dopo quello che ormai non hai bisogno di aspettare e tutto quello che non sei riuscita ad aggiustare per colpa del dopo. Non c’è modo, no. Alla fine, ci aspettiamo sempre il peggio, alla fine, smettiamo sempre di prenderci cura di ciò che abbiamo tra le mani. 

Perciò.

Lasciati per dopo quello che ormai non hai più bisogno di lasciare, cambiando posto alle cose di sempre, la certa cosa certa a farsi, e dici che volevi solo riposarti da chi tu stessa scegliesti di essere. Senza volere. È sempre senza volere.

Queste parole, questa canzone, questo tramonto.

Rio.