Le coccinelle volano

La storia di Teresa

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In paese, ne parlarono a lungo. Un sacco di chiacchiere, pettegolezzi, malelingue.
Di lei dissero che era una puttana, una poco di buono. Fu uno dei dettagli che più mi colpì. Perché Teresa era e resta una delle migliori persone che abbia mai conosciuto.

Cominciò a raccontarmi la sua storia, in capitoli della durata di mezz’ora, durante le pause pranzo che trascorrevamo insieme.
Lavoravamo nello stesso ufficio.
Lavorare, lavoro…Che parole grosse! Ci facevamo sfruttare fino al midollo da due manigoldi che avevano messo su una società di eventi, ben consapevoli che, prima o poi, senza neanche un grazie, ci avrebbero cacciate con un calcio in culo. Quella società, come avemmo poi modo di scoprire funzionava così: selezionava giovani “in prova”, li faceva lavorare per almeno un mese e scaduta la prova, li mandava a casa. Teresa ed altre due persone che facevano parte del mio gruppo di selezione, dopo il “mese di prova”, ricevettero, tramite e-mail una comunicazione secca, nella quale li si informava di non aver superato la prova. Io sola fui scelta per restare, ma perché ho sempre avuto un gran talento a sopportare senza mai protestare. Ho sempre pensato che i sacrifici alla lunga paghino. Quel sacrificio mi valse settecento euro in quattro mesi, dopodichè me ne andai. Sono brava a sopportare, non a vivere d’aria.

Si poteva uscire in pausa pranzo,  insieme ad un’altra persona, dall’una all’una e mezza o dall’una e mezza alle due. Io e Teresa decidemmo per caso di fare pausa insieme il primo giorno e da quel momento diventò un’abitudine.
Ciascuna con il proprio pranzo al sacco (io coi miei crackers, lei con i suoi profumatissimi panini con la frittata), andavamo a sederci su una panchina di piazza Scotti, quella da cui lo sguardo mi andava diretto alla farmacia del dr. Focaccia. Mi ricordo di questo dettaglio, perché focaccia era il soprannome che mi aveva affibiato un tizio con cui mi sentivo in quel periodo. Io lo chiamavo dolcetto.

Per me e Teresa, raccontarsi fu naturale e spontaneo. Eravamo entrambe piene di cicatrici invisibili. Eppure, non ci fu mai nulla di melodrammatico nei nostri racconti. Al di là del passato, ci piaceva raccontarci il futuro, i sogni. Teresa aveva una gran voglia di andarsene dall’Italia e, in seguito, se n’è andata davvero. Anch’io me ne sono andata. Ma sono certa che,  all’epoca, nessuna di noi due ci avrebbe scommesso.

Come dicevo, dopo un mese, Teresa venne mandata a casa. Finirono le nostre pause, finirono i nostri racconti. Della sua storia conoscevo ormai abbastanza, ma mi mancavano dei pezzi importanti.
Riuscì a raccontarmeli un anno dopo. Per un sacco di tempo, prese ciascuna dalla propria vita, non avevamo avuto modo di sentirci.

Mi contattò una sera di febbraio. Mi ricordo bene perché, da lì a pochi giorni, avrei compiuto trent’anni e mi sentivo parecchio depressa. L’avevo pensata spesso, spesso mi chiedevo cosa stesse facendo, come andava la sua vita.
Dopo quel messaggio, di quella sera di febbraio, ci incontrammo varie volte. Ci davamo appuntamento alla stazione termini, durante la settimana o, la domenica, ci organizzavamo per un giro a Porta Portese, una volta persino per una gita al mare.
Fu proprio durante quella gita che finì di raccontarmi la sua storia. Scoprii che Teresa aveva un tatuaggio sulla schiena, una scritta in un alfabeto strano. -È il nome di mio fratello in arabo.- mi disse.- Io e il suo migliore amico ce lo siamo tatuati per portarlo sempre addosso con noi.
E da lì, mi raccontò proprio tutto.

Passammo un’ottima giornata. Al rientro, al momento di salutarci, ci abbracciammo forte.
– Allora che farai?- mi chiese.- Scriverai la mia storia?
– Lo farò – le dissi. E le allungai la mano in segno di patto e promessa.

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13 thoughts on “La storia di Teresa

  1. sorrido perchè con arte e malizia hai raccontato senza raccontare. Ci hai fornito qualche elemento, il nome, il tatuaggio, il giudizio impietoso degli altri e quello più che benevolo tuo. A noi lettori utilizzare questa sorta di kit per ricomporre a casa nostra il personaggio. Io in effetti un’idea me la sono fatta, ma forse ho una mente morbosa e una fantasia in eccesso 🙂
    ml

  2. Ecco io invece aspettavo il primo capitolo…

  3. Io ho pensato per tutto il tempo, leggendo, “Teresa ha gli occhi grandi, guarda verso il mare …”. Mi piace questa storia minima e tutta da riempire.

  4. per il momento leggo il prologo ma mi aspetto la storia intera.
    Sempre pacata nelle tue esposizioni. Se Teresa ti ha chiesto di scrivere, vuol dire che è importante.

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