Le coccinelle volano

Deposizione

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Decido di deporre temporaneamente il verbo, al pari del guerriero che sa di aver perso e abbandona  lo scudo.
Decido di non deporre a mio vantaggio, evitando a questo scopo di ricorrere all’uso di verbi, semideponenti in latino, ma in massima misura deponenti in italiano.
Fido, confido e l’eloquenza dell’ablativo della cosa.
La semideponenza annichilisce lo struggimento per la presunta incapacità di affidare me stessa a qualcuno.
L’ablativo è  il caso dell’allontanamento.
So di essermi allontanata da tutto per vedere se qualcuno mai sarebbe venuto a cercarmi e, confesso, che in momenti come questo, mi volto al primo rumore, scatto al primo segnale, pensando sia per me che un movimento di braccia, un sorriso d’occhi accenna a nascere e a crescere sotto il sole.
Ma non lo è. Non è mai per me.
Durante il viaggio in metro, stamattina, ho temuto di arrivare in ritardo. Ho sempre questo timore e credo sia solo per caso che ancora riesco a mettere una pezza a tutte le cose che per mancanza non di volontà, ma di forza, non riesco a fare.
Non chiedere aiuto non significa non averne bisogno e adesso me ne sto deposta e scomposta su questa porzione di pavimento.
Le braccia mi scivolano lungo i fianchi come rami morti.
Strappo due veli di carta igienica e soffio via dal naso la possibilità di darmi a breve un contegno.
Crollo, crollo disperatamente e ancora crollo.
Il bordo del lavandino è così lontano!
Il rumore della caldaia rivela un guasto che tiene il ritmo alle mie difficoltà respiratorie.
Sono stanca persino di piangere.
Altri due veli di carta per asciugarmi gli occhi. L’uno è troppo sottile, gli altri troppo umidi e l’ombretto mi s’impasta di molliche di cellulosa.
Da fuori mi arrivano squilli di telefono e passi concitati.
Mi tiro su. Sistemo i capelli al meglio che posso. Sospiro e col fiato butto fuori particelle d’angoscia che si uniscono ai granelli di polvere nei raggi di sole e innescano una triste danza.
Chiudersi a fare penitenza per un’ora nel bagno dell’ufficio, a volte, mi sembra l’unica soluzione.
Chiudersi a fare penitenza per un’ora nel bagno dell’ufficio, purtroppo, non è una soluzione.
Un po’ d’incertezza per la mano sulla maniglia, poi la spingo giù con forza.
La luce nel corridoio fortunatamente non è troppo forte ed ho la buona sorte di non incrociare nessuno, mentre camminando veloce raggiungo la mia stanza e la mia scrivania.
I pensieri rallentano e cominciano a girare, tracciandomi nella mente volute meno complesse che gradualmente districano i nodi che avevo lasciato vi si generassero.
Nel vaso, le foglie della pianta artificiale artificiosamente mi inducono ad immaginare foreste di plastica e fiumi di gas liquido.
L’orologio segna già l’ora che non molte ore prima non vedevo l’ora arrivasse.
Varco la soglia della mia stanza e dal desktop mi saluta la foto di un mazzo di corolle chissà da quanto sfiorite e marcite.
Le foto sublimano l’anima del mondo, ma la materia fugge.
Mi siedo alla scrivania, come un sacco alloggiato nel suo angolo di cantina.
Il lavoro mi redime dal peccato di non essere abbastanza. Avvicino la tastiera e comincio a digitare.
Il suono cadenzato dei tasti, melodioso, fraseggia nel silenzio.
Giulia non mi rivolge più la parola. A stento mi dice ciao quando c’incontriamo alla macchinetta del caffè.
Ad Andrea, a Carla e ad Emiliano non sono mai andata a genio.
Tutti gli altri a malapena sanno che esisto.
Non è, dunque, un caso se non mi si filano di striscio.
Ma con Giulia era diverso.
Poi l’altro giorno, così, per caso, dal nulla, mi ha chiesto cosa non andasse.
“Perché?”
La sua domanda mi aveva lasciata perplessa e nello stesso tempo mi aveva in qualche modo ferita. Non si può chiedere a qualcuno “Cosa c’è che non va?”, quando non si ha motivo per farlo. Mio padre mi ha sempre detto che se vuoi ammazzare qualcuno ti basta fargli notare che ha una brutta cera. Anche se non è vero, il malcapitato comincerà a preoccuparsi per mille motivi diversi e allora sì che la brutta cera gli verrà davvero.
E Giulia l’altro giorno mi ha cambiato la cera e ha tagliato lo stoppino.
La verità è che a sentire la sua domanda mi sono effettivamente resa conto che, da qualche tempo mi comporto come se tutto andasse male. E quando tutto va male, provare a porre rimedio equivale a spingere sull’acceleratore quando si hanno i pneumatici affondati nella sabbia.
Salvo il documento, lo chiudo e mi rimetto in piedi. Infilo in borsa le poche cose che ho sparso in giro e mi preparo a tornare a casa. In realtà, mancherebbero dieci minuti alla fine del mio turno di lavoro, ma oggi non posso affatto dire di essere stata produttiva e mi auguro che nessuno se ne accorga proprio adesso.
Per fortuna sono sola in stanza. La vita è tutta concentrata altrove.
Riesco di nuovo a non incrociare nessuno nel corridoio. Da qualche parte mi giunge il suono cristallino della risata di Andrea. Sono certa che se lo conoscessi meglio, anch’io apprezzerei la sua simpatia.
A volte, mi spiace davvero non riuscire ad essere più socievole con i colleghi.
Ho quasi raggiunto l’uscita. Mi fermo per timbrare, quando qualcuno mi bussa sulla spalla. Sobbalzo e mi giro di scatto.
“Ehi, ehi! Tranquilla! Non lo dirò a nessuno che te la stai svignando con dieci minuti di anticipo.” E nel dire questo, Giulia mi sorride e mi strizza l’occhiolino.
Mi rilasso e le sorrido a mia volta.
“Che hai fatto, oggi? Non ti ho proprio incrociata.”
Non so cosa dirle, temporeggio, cercando di trattenere sulla faccia, più che posso, un sorriso ebete che possa depistarla. Ma Giulia non ci casca e incalza.
“Non ti chiederò se c’è qualcosa che non va. L’ultima volta mi è bastata per imparare la lezione. Sappi, però, che comincio ad essere preoccupata. Se hai bisogno di parlarne… se hai bisogno di parlare… io ci sono.”
Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Credevo di averle consumate tutte durante l’ora precedente, ma mi accorgo che le mie riserve sono infinite.
Mi porto una mano alla bocca per rosicchiarmi il pollice. Giulia me la prende, e la stringe fra le sue, senza parlare.
Lascio andare ogni difesa e la abbraccio forte, fortissimo. Le lacrime non richieste adesso traboccano dagli occhi e mi scivolano sulle guance.
Giulia si libera dalla mia presa, ma solo per accarezzarmi la testa. Poi mi porge un kleenex che ha preso dalla scatola poggiata sul mobile di ingresso.
Resto a testa bassa, mentre mi asciugo il viso, nel tentativo di raccogliere tutte le lacrime. Sospetto che se continuo così a lungo andare mi rimarranno dei solchi sulle guance.
Lei mi guarda con tenerezza. “Dai, si è fatta l’ora di andare anche per me. Aspettami qui. Vado a prendere la borsa e ti accompagno a casa.”
Nei pochi minuti che impiega a prepararsi per l’uscita, penso a cosa dirle quando mi ritroverò da sola con lei.
Non mi va di raccontarle quello che sto vivendo. Non me la sento. Preferisco che mi consideri scostante, piuttosto che infelice.
Qualche cosa mi inventerò.

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14 thoughts on “Deposizione

  1. così fai piangere pure me…

  2. La bellezza di quello che scrivi, di come lo scrivi, è direttamente proporzionale all’infelicità che ti attanaglia. Mi spiace. 😞

    • Ti ringrazio tantissimo, Sephiroth. Devo rassicurarti in merito al post, poiché è un racconto e non ricalca la situazione attuale. Ma c’è stato un tempo in cui le emozioni descritte le ho provate tutte. Quando erano mature al punto di non farmi più male, ho dato loro forma attraverso le parole. Mi prendo perciò il tuo “mi spiace” e, come fosse mio, lo rivolgo alla me stessa di quel tempo e lo custodisco. Perché so che ne avrà sempre bisogno. Ti abbraccio e grazie ancora 😊

      • Se è un pezzo dedicato ad una situazione passata, sono contento tu possa averla messa alle spalle. Non è mai facile attraversare quei momenti. Spesso e volentieri ne esci cambiato. Diverso. Ma indubbiamente più forte. Ecco immagino e spero tu sia più forte. Una buona serata. 😊

      • Non è facile e, come hai ben detto, certe situazioni ci cambiano profondamente. Mi capita spesso di pensare a com’ero “prima”. I punti di contatto col presente sono pochi. C’è una citazione che mi piace molto e mi ripeto spesso: “io sono una persona danneggiata. Le persone danneggiate sono pericolose, perchè sanno che possono sopravvivere”. Ecco, io non sono pericolosa, ma so che si può sopravvivere. E, credimi, mi è capitato spesso di pensare, senza presunzione o vanto, che sono una delle persone più forti che io conosca. Alla fine, se proprio non si riesce a dare un senso al dolore, gli si può dare uno scopo.
        Buona serata anche a te 😊!

      • Ogni tempesta affrontata e superata, mi ha cambiato. Ogni tempesta ha richiesto più forza di quella che io sospettassi avere. Questa tua presa di coscienza è semplicemente la conferma della tua forza. E non vedo nessuna presunzione nelle tue parole. La tua citazione è davvero significativa. Credo che dovrei ripeterla pure io. Mi calza a pennello. 😊

      • È bello rendersi conto di avere più forza di quanta noi stessi sospettavamo di avere. E avverto da ciò che tu stesso mi scrivi, oltre che da ciò che di te ho letto, che il cambiamento, seppur doloroso e non necessario, anche nel tuo caso si sta dimostrando positivo. E sì, la citazione ci si addice 😉. Ciao!!

      • I cambiamenti bisogna affrontarli sempre con grande forza, per quanto essi possano rivelarsi devastanti. Ma tu lo sai meglio di me, magari. Buona giornata!! 😊

      • Beh, i cambiamenti non me li sono fatti mancare mai 😊. Ma sia quelli volontari che involontari, credo vadano vissuti e accettati con consapevolezza. Tanto, tornare indietro è quasi sempre impossibile, quindi tanto vale guardare avanti con positività e forza 😊! Buona serata a te!!

  3. un bel pezzo, senza ombre di dubbio. Solitudine e infelicità ci fanno sembrare asociali e abbiamo il timore di aprirci con gli altri, perché … così per un vago senso di protezione verso di noi.

  4. Questo ❤ è per la persona che sei ora, che trovo splendidamente unica. Mi stai insegnando molte cose e io sarò sempre grata a chi, un giorno, mi ha consigliato di aprire un blog..

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