Le coccinelle volano

Malgrado l’e-book

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“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.” Diego De Silva

Si matura una certa boria nell’essere felici. Come se il fatto stesso di esserlo, valga come diritto ad esserlo. Ma la felicita non è mai un diritto, né un dono. È un presente in quanto sensazione attuale, il cui impatto si amplifica in base a quanto è stata decisiva in senso contrario, quindi negativa, la sensazione precedente, quella passata. Insomma, la felicità si conquista, si merita, si guadagna. E si preserva. Non è come la fortuna che, invece, coglie a casaccio. 

Me li ricordo quei giorni. Me li ricordo bene. Tutti uguali, tutti freddi. Io mi ricordo di ciascuno di quei giorni infelici. Mi ricordo di me, quando, a sera, buttata come uno straccio su un sedile a caso, fissavo, al di là del vetro, il buio decorato, secondo il caso, da pioggia, vento, alberi spogli e luci di case lontane, che sfilava correndo fuori dal treno. Quando il treno passava. Perché spesso il treno non passava per ore e tutto quel buio, anziché vederlo sfilare, ero costretta a indossarlo.

Ogni tanto, trovavo compagnia, qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, l’amica o l’amico di treno stanco quanto me, lo studente pieno di sogni svegli, in contrasto coi miei sogni ormai tutti addormentati, l’impiegato statale nauseato dal sistema. Insomma, una compagnia che facesse il pari con la mia infelicità a volte la trovavo. Ma il più delle volte, ero sola. 

Ricordo il rumore di fondo di ingranaggi usurati e di voci usurpate ad un chiacchiericcio banale e irritante. Ricordo la fame, il sonno e la voglia di tornare a casa, non importa a che ora, non importa che non ci fosse nessuno ad aspettarmi. La sensazione e la constatazione che niente andasse bene. Niente.

Possibile che fosse tutto così brutto? No, ovviamente. Qualcosa di bello c’era. Ma poco.

In mezzo a quel poco, c’erano i libri e le parole di Diego De Silva. Cominciai a leggere “Sono contrario alle emozioni”, oltre che per il titolo, soprattutto perchè mi ero convinta che l’autore, dato il nome, fosse sudamericano e perciò allegro. Poi, leggendo, scoprii che era delle mie parti. Poi mi piacque così tanto che lessi tutti gli altri suoi libri pubblicati fino a quel momento.

Era l’inverno del 2013. Qualche mese dopo, a pochi giorni dall’inizio della privamera, De Silva presentò “Mancarsi” al festival Libri Come, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Arrivai prestissimo e mi piazzai in prima fila. Insieme a me, tante altre donne, tutte cariche di libri da farsi autografare. Io non ne avevo, io leggo in maggioranza e-book. Ma l’autografo a De Silva lo chiesi lo stesso, sulla mia agenda. E in mezzo ai fogli sporcati con i miei pensieri, lui scrisse: “A Maria Pia, malgrado l’e-book”.

Era il 17 marzo del 2013 e facebook ieri me lo ha ricordato. Mi sarei limitata a sorriderne e a tenermi per me quel ricordo. Ma ieri è stato un giorno altrettanto felice e memorabile. (E ci sta che la felicità non cade a casaccio, ma, come il compleanno, cade sempre nello stesso giorno.)

In questi due anni in Brasile, con visto temporaneo, ho sempre inconsciamente nutrito il terrore di dover o essere costretta a tornare indietro.

Si matura una sorta di presunzione quando si è felici. Ci si sente invincibili, intoccabili. Ma la felicità non è invincibile e non dura in eterno. Lo sa bene chi non è sempre stato felice. E, quindi, la paura di dover tornare indietro, a quel tempo (e a quei luoghi) in cui ero tanto infelice, è sempre stata forte. Ma da ieri, questo adorabile paese mi ha concesso di restare qui permanentemente, per sempre, se lo voglio. E giuro che, se all’epoca in cui leggevo i libri di De Silva, avessi solo immaginato che, di lì a quattro anni, avrei maturato il diritto di vivere illimitatamente in un paese bello, caldo, allegro e senza troppi treni, mi sarei detta che era meglio per me smettere di leggere, perché troppi romanzi potevano farmi male alla salute mentale.

Ma la vita può riservare sorprese migliori di quelle che riserva la letteratura.

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29 thoughts on “Malgrado l’e-book

  1. che bel post che hai scritto 🙂 Fai sentire felici per la tua felicità. Ciao

  2. adoro leggere di come tutto può cambiare in poco tempo, ti auguro il meglio.

    • Grazie infinite, Deserthouse! Ciò che posso aggiungere è che la possibilità del cambiamento, a volte, è casuale, a volte, va cercata. Alla fine, quando lo si vuole, tutto può cambiare, anche ciò che sembra immutevole. Ed è una gran fortuna 😊! Ciao!

  3. Grazie per aver condiviso la tua felicità.
    Buona giornata!!!

  4. Che bello questo post! Condivido tutto quello che scrivi sulla felicità (la cui ricetca continuo a ritenere sopravvalutata…)

  5. Metto De Silva nella lista dei libri da leggere e la felicità, quando arriva, in prima linea per godermela appieno.
    Grazie ❤

  6. intanto felice per te, per aver raggiunto un obiettivo che quattro anni fa pareva lontano, lontanissimo.
    Poi complimenti per quello che hai scritto senza fronzoli e senza nostalgia. Vuol dire che lì in Brasile stai bene.

    • Grazie! A dire il vero, non era un obiettivo. Quattro anni fa, anzi fino a due anni e mezzo fa, il Brasile era solo un paese lontanissimo! Poi la vita è imprevedibile e… Sì, qui mi sono sentita, fin dall’inizio a “casa” 😊

      • il fatto di sentirsi ‘a casa’ è molto importante

      • È ciò che fa la differenza tra lo star bene e l’accontentarsi 😊

      • per uno che ha cambiato otto città il sentirsi sempre a casa è una sensazione meravigliosa.

      • Quindi sai a che tipo di sensazione mi riferisco! Hai notato anche tu quanto le origini o radici, che dir si voglia, contano poco, quando si tratta di eleggere un luogo a propria dimora ideale?

      • diciamo di sì. Però quando tornavo nella mia città natale mi sentivo anche lì a casa.

      • Io non riesco mai a sentirmi pienamente a casa quando sono “a casa”. Per molti aspetti, ovviamente, sì. Ma credo che se mi fossi sentita a casa, non me ne sarei andata.

      • Non dubito. Eppure quando cambiavo casa e città, il nuovo lo sentivo come casa. Nel vero senso della parola. però quando tornavo nella città natale respiravo aria di casa.

      • Io credo esista una sintonia tra i luoghi e le persone. In alcuni dei posti in cui ho vissuto, pur ambientandomi, non mi sono mai sentita a casa. Così come mi è capitato di visitare posti in cui mi sarei trasferita immediatamente.
        Quando mi è capitato di rientrare “a casa” quest’anno, ho provato uno strano senso di ritorno non solo ai luoghi, ma anche ai tempi della mia adolescenza e prima giovinezza e, per quanto sembri romantico, non mi è piaciuto tanto.

      • lo credo anch’io che certi posti attraggono e ti fanno sentire bene, mentre altri no.
        Ricordi della gioventù? Se sono amari, allora si capiscono le tue sensazioni

      • Non amari in senso stretto. E’ qualcosa di indefinibile, legato alle sensazioni e forse dovuto al fatto che sono convinta che l’evoluzione passi necessariamente attraverso il cambiamento, quindi percepisco un eventuale “ritorno a casa” come un’involuzione.
        Se si tratta di un periodo breve, invece, ho un approccio molto più sereno ed entusiasta. Ritrovare i propri luoghi, oltre che le persone care, è sempre positivo e piacevole.

      • ok. Il ritorno a casa di cui parlavo era temporaneo. Un giorno, due giorni. Non definitivo.
        Il cambiamento è sempre positivo e fa crescere, perché si impara a conoscere realtà diverse e differenti da quelle in cui per anni sei vissuto.
        Ecco perché ritengo la mia esperienza positiva. Non solo per me ma anche per tutta la mia famiglia, che ha sopportato 😀 i miei cambiamenti.

      • Allora sì. Sul rientro temporaneo ed estemporaneo siamo perfettamente d’accordo 😊! È positivo che tu abbia una famiglia che accetta i tuoi cambiamenti, come, del resto, ce l’ho anch’io. Non tutti sono in grado di reggere i cambiamenti, né per se stessi, né per gli altri. Penso anche a te sia capitato e tuttora capiti di sentirti dire: “Beato te che te ne sei andato!” “Hai avuto tanto coraggio” “Io però non lo farei mai”.

      • Qualcuno l’ha detto. Altri mi hanno visto come un essere strano. In realtà ho fatto all’inizio un atto di coraggio. Non si lascia un posto sicuro e un’avviata attività professionale per affrontare sei mesi di simil master – leggi una piccola borsa di studio – lontano da casa, senza avere la certezza che al termine di essere assunto. E’ andata bene e poi ho sempre viaggiato con la famiglia al seguito. Certo è stata dura per loro, ricominciare sempre da capo, specialmente per mia figlia lasciare le amicizie e farne delle nuove. Adesso a distanza di tempo siamo felici tutti quanti.

      • Ed è probabile che, se fin dall’inizio, non avessi lasciato qiel posto sicuro, adesso non lo sareste. Quindi, a mio avviso, ben vengano tutti gli atti di coraggio!

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