Le coccinelle volano


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!

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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.


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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.