Le coccinelle volano

Mi piaceva suonare la chitarra

28 commenti

P1010529Io e mio padre non ci parlavamo. Avevo diciassette anni e non saprei dire quando il nostro rapporto era diventato così difficile. Forse lo era sempre stato. Mio padre non era una persona affettuosa. Mia madre sì, mia madre è piena di attenzioni, in ogni momento, ancora adesso. Mio padre, invece…
Mio padre mi ha sempre pressato con le sue aspettative. Voleva diventassi un uomo di successo, pieno di soldi e con un’ottima reputazione. E’ per lui che sono diventato ciò che sono. Ma non so se attribuirgli meriti o colpe. Cioè, so che molte delle mie scelte derivano dal bisogno della sua approvazione. So che molte di queste scelte mi hanno reso infelice. Eppure non riesco a dire che è colpa di mio padre se sono infelice.
Mi piaceva suonare la chitarra. Non sono mai stato bravo, non ci capisco un cacchio di note. Ma suonare, stonare, mi dava piacere.
Mi incontravo ogni sera con un paio di amici. Ancora non avevo una ragazza. A volte rimanevamo in casa, la loro, perché a casa mia, la presenza di mio padre mi impediva di invitarli. E ce ne stavamo lì a bere birra, mangiare pop corn, fumare marijuana e a sperare che qualunque cosa dovesse succederci succedesse in fretta, ché ad aspettarla troppo ci sembrava di avere già cento anni.
Una sera Paolo, dopo essere passato a prendermi- io avevo con me la mia fedele chitarra – mi disse che i piani erano diversi. Non lo vedevo da una decina di giorni, ma non mi ero chiesto che fine avesse fatto. Avevo pensato stesse studiando, un esame, una prova più difficile a cui dedicare maggiore attenzione.
Mi disse che mi avrebbe portato in un posto diverso, che forse non mi sarebbe piaciuto, ma che si aspettava da me che almeno provassi.
E ci andai.
Mi ritrovai in un appartamento pieno di giovani, tipo una comune, una casa di confratelli di quelle che si vedono nei film americani, ma senza alcool che scorreva a fiumi e senza coppiette avvinghiate a baciarsi sui divani. Erano tutti seduti, una ventina almeno tra ragazzi e ragazze, disposti come in cerchio intorno ad uno spazio centrale della sala, occupato da un uomo strano, una specie di sciamano, un santone.
L’uomo vestiva una tunica rossa, indossava un turbante e aveva tutte le dita delle mani gravide di anelli. All’epoca mi sembrò un vecchio, ma è probabile che avesse poco più di quarant’anni. Era seduto sul pavimento, a gambe incrociate, la tunica troppo corta per coprirgli le ginocchia ossute. Teneva gli occhi chiusi e sibilava.
Un suono potente vibrante, che mi procurava disagio.
Pensai di chiedere spiegazioni a Paolo, che anticipò il mio intento e si portò l’indice alle labbra invitandomi al silenzio. Poi con un gesto della mano, mi fece segno di imitarlo e di sedermi con lui sul pavimento. Tutte le sedie e tutti i divani erano già occupati.
Automaticamente, feci quello che avevo visto fare a lui. Mi sedetti a terra e chiusi gli occhi.
Quel suono, quel sibilo, mi si insinuò dentro, con una carica potentissima. Come il verso di un cobra, come un cobra, quel suono si fece spazio attraverso tutti i miei sensi, avviluppandoli in spire ed impedendomi di sentire altro. Non c’era altro rumore, non c’era altro pensiero, né un’altra sensazione.
Solo quel disagio, che, dapprima pesante, a poco a poco, cominciò a dipanarsi, diradarsi, a farsi più lieve.
Non so quanto tempo rimasi, rimanemmo così. So che ad un certo punto, senza alcun segnale convenuto, tutti aprimmo gli occhi.
Senza guardarci, ciascuno per proprio conto, ci tirammo in piedi e ce ne andammo.
In macchina io e Paolo non ci dicemmo nulla. A stento ci salutammo, quando si fermò sotto casa ed io scesi dall’auto. La mia chitarra era rimasta tutta la sera abbandonata sul sedile posteriore. Feci in tempo a recuperarla, prima di dimenticarmene.
Non so dire come mi sentissi. Ero frastornato, come dopo una sbronza, ma senza perdita di equilibrio e lucidità. Mi sentivo leggero, forse vuoto, di quel vuoto che l’aria riempie e prova a spingere verso l’alto.
Aprii la porta di casa. Mio padre era ancora sveglio, non so che ora fosse, e stava guardando la tv. Diversamente dal solito, non imboccai direttamente il corridoio per raggiungere la mia stanza, ma mi bloccai a guardarlo. Anche lui aveva voltato la testa verso di me e mi stava fissando.
Poi si alzò in piedi e mi venne incontro. Mi abbracciò. Senza dire parole, senza aggiungere nulla. Io, dapprima, rimasi immobile, stupito. Poi come se quel sibilo ancora mi stesse strisciando dentro, mi scossi e lo abbracciai a mia volta.
Rimanemmo così alcuni minuti.
Mio padre, la sua testa bianca e il suo pigiama di flanella stretti al mio petto.
Quando ci separammo, la chitarra, che nel frattempo, avevo continuato a tenere in spalla,  mi scivolò.
Mio padre mi aiutò ad afferrarla al volo prima che cadesse.
– Mi suoni qualcosa?- mi chiese.
– Non è troppo tardi?
– Hai ragione.
Gli augurai buona notte e mi avviai verso la mia stanza. Quella fu l’ultima volta, forse l’unica, che l’ho abbracciato.
Non tornai più nell’appartamento del santone. Anche Paolo smisi di vederlo.
Mio padre morì all’incirca un mese dopo.
Nel giorno del suo funerale, buttai via la chitarra.

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28 thoughts on “Mi piaceva suonare la chitarra

  1. Letta in un fiato.
    Mi ha commosso!

  2. Io non l’ho avuto un padre. Ma ho sempre pensato che sarebbe sbagliato, riversare i propri desideri, le proprie ambizioni, le mancanze, i propri fallimenti, sui figli. Spero di essere un padre che cercherà di star loro vicino, senza opprimerli. Spero. 😊

    • Mi spiace tu non abbia avuto un padre. Ma adesso lo sei e soni certa che continuando a sperarlo e a desiderarlo, riuscirai a stare accanto ai tuoi figli nel modo più giusto e sano☺.
      Essere genitori è complicato. Te lo dice una che è ancora soltanto figlia, ma che comincia a riflettere su quali siano state le difficoltà dei propri stessi genitori a tirarla su.
      I miei non hanno mai imposto nulla, né a me, né a mio fratello.
      A volte, parlando tra noi, ci sembrava di interpretare la loro assoluta fede nelle nostre scelte, come una mancanza di coinvolgimento.
      Ho capito che non lo era e non lo è.
      E, col senno di poi, preferisco essermi assunta, fin da subito, la responsabilità di ogni mia scelta. Anche se, in passato, mi sentivo meno forte di tutti quei miei amici orientati e supportati dai genitori.

      • Troppi ragazzi sono telecomandati. Indirizzati “forzatamente” verso una scelta non loro. Che viene imposta tramite “consiglio”.
        Fare i genitori non è per niente semplice. Te lo assicuro. Perché per qualsiasi cosa, ti fai mille pippe mentali. Ti metti in dubbio. Ti chiedi spesso “sto sbagliando qualcosa??”
        Credo che i tuoi genitori abbiano preso la decisione giusta con voi, rimanendo a distanza, quel tanto, da permettervi di scegliere liberamente. Con la vostra testa. Anche di sbagliare. Però consapevoli che la scelta era stata sempre e solo vostra.
        Questo vi avrà sicuramente responsabilizzati.

      • Non so se posso definirmi una persona “responsabile”, ma, per me stessa, sì.
        Non ho nessuno da incolpare, né da ringraziare. E questo, alla fine di ogni giornata, è di sollievo.
        Quindi, anch’io credo abbiano fatto bene. Pure perché non riesco ad immaginarmi diversa da come sono adesso.

      • Si credo tu abbia un grande senso di responsabilità. Ed è un bene. Com’e un bene, il fatto che tu sia, così come sei. Quindi non c’è assolutamente bisogno di immaginarsi diversamente!! 😊

      • Sei un caro amico, una persona che merita davvero tutto il meglio 😊!!
        Io non so se è un bene essere come sono e continuo a cercare di migliorarmi. Con risultati altalenanti 😉
        Grazie davvero, perchè, ancora una volta, hai trovato le parole di cui avevo bisogno, nel momento esatto in cui ne avevo bisogno.

      • Grazie Mariapia!! 🤗
        Tutti dobbiamo tendere al miglioramento, sebbene a questa età sia molto difficile per me!! 😂
        E sono felice che queste parole siano servite nel momento del bisogno. Ma tu sei una ragazza brava e dolce. Dovresti ricordartelo sempre. 😊

      • Se è difficile, può essere che già hai raggiunto un notevole livello di miglioramento 😀!
        Grazie ancora ❤

      • Sono l’essere più lontano da qualsiasi miglioramento!! 😂😂😂🤦🏻‍♂️

      • Il miglioramento, in fondo, è un punto di vista.
        Magari puoi sforzarti di peggiorare e, inconsapevolmente, migliorare 😄!

      • Mi sforzo di pensare che come il vino, più invecchio, più miglioro!! Ma non ci credo poi tanto!! 😂😂😂

      • Come il vino e non solo, di sicuro invecchi 😂😂
        L’inportante è non diventare come l’aceto 😉😂
        Ciao e buon sabato!!

      • Non invecchio maiiiii!! 😂😂😂
        Buon sabato anche a te amica mia!! 😝

      • Allora siamo in due 😉😂😂 Ciao!!😄

  3. Un racconto scritto bene, davvero bello e commovente! Il santone mi ha ricordato quando facevo yoga e, seduti sul pavimento a occhi chiusi, si cantavano i mantra. Penso che tu abbia saputo creare un’atmosfera che mischia la cruda realtà con una sorta di misticismo. L’ho trovata una lettura davvero piacevole. 🙂

    • Grazie ❤!!
      L’intento era proprio quello di scrivere una normalissima storia di incomprensioni familiari, in cui l’introduzione di un elemento mistico offrisse al lettore, ma non ai protagonisti, la speranza di un lieto fine.
      Soni contenta che ti sia piaciuto!

  4. veramente bello questo racconto dal taglio lento ma cadenzato. Un finale veramente interessante. Chissà se è stato il santone a compier il miracolo oppure il destino che si è portato via il padre.

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