Le coccinelle volano


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La copertina di un libro

La guardia a guardia sulla porta, a intervalli irregolari, scandiva un nome. Il mio lo aveva chiamato cinque minuti prima. E adesso me ne stavo lì, in quella stanza dalle pareti bianche, sbarre alle finestre e una decina di donne sedute ad altrettante scrivanie, in spazi tagliati da sottili divisori di plastica grigia,  in attesa che quella trafila burocratica finisse, dopo una precedente attesa, nella sala d’attesa, trascorsa cercando e riuscendo a terminare un libro che mi aveva portato via un mese.
Non bisognerebbe leggere libri brutti. Ma come si fa a sapere se un libro è brutto? Ci si fida della copertina? Si dà credito alle opinioni degli altri?
Le opinioni sono soggettive e, pure se a molti un libro sembra brutto, qualcuno che ha deciso di pubblicarlo, fosse anche solo l’autore, deve averlo considerato bello. Quindi no, l’opinione altrui non è sufficiente.
Ci si accontenta delle prime pagine, dei primi capitoli? E se il finale fosse sorprendente?
Un libro tocca leggerlo necessariamente tutto per capire e scoprire se è brutto davvero. Solo che, a quel punto, è ormai letto, andato, come il tempo sprecato.
La donna che avevo di fronte continuava a picchiettare le dita sulla tastiera. Aveva un viso regolare, un viso normale. Mi chiesi cosa si provasse ad avere un viso come il suo. Forse, qualche volta, specchiandosi, si era desiderata più bella, forse vedeva dei difetti laddove io vedevo una perfetta normalità.
Non mi era difficile intuire cosa quella donna stesse provando in merito al mio viso. Imbarazzo? Pena?
Continuava a picchiettare i tasti, chiedendomi ogni tanto una nuova informazione personale. Ma non mi guardava.
Dopo la prima occhiata, aveva immediatamente distolto lo sguardo. Forse anche lei si stava chiedendo cosa si provasse a portare in giro una faccia come la mia.
Se me lo avesse chiesto, glielo avrei detto.
Le avrei raccontato di come ci si abitua agli sguardi indagatori, alle domande imbarazzanti, alle risatine e al raccapriccio. All’indifferenza.
L’indifferenza è il mio sentimento preferito. Quello che offro e prendo a piene mani.
L’indifferenza ferisce soltanto chi dà importanza alle differenze, ma quando ci si concentra nel vedere tutto uguale, nel sentirsi uguale a tutti, non può far male. E se fa male, è di quel male che riguarda solo l’essere banale.
La donna mi aveva chiesto tutto ciò che aveva da chiedermi.
Picchiò per l’ultima volta sul tasto invio. Le mani rimasero sospese sulla tastiera per alcuni secondi, indecise su come tornare a rendersi utili. Se le passò entrambe tra i capelli. Poi con la destra si sfilò gli occhiali.
Indossava un paio di lenti che nulla aggiungevano, nulla toglievano ai suoi lineamenti. E questo mi sembrò strano. Di solito, gli occhiali stravolgono un viso. Lo rendono più o meno interessante. Lo sfinano, lo allargano, lo coprono, lo svelano.
Il viso della donna che avevo di fronte, anche senza occhiali, ancora di più, rimaneva normale. Lo rimaneva per me.
– Adesso devo scattarti una foto.- mi disse.
Ci guardammo.
Prese la webcam e la sollevò all’altezza del mio naso.
Edna, l’amica che mi aveva accompagnata e che, fino a quel momento, se n’era rimasta, in disparte e in silenzio, alle mie spalle, intervenne.
– E’ proprio necessario?
Rivolta a me- Non hai con te una foto?- E, non senza imbarazzo – Una in cui stai meglio?
Ignorai Edna.
– Può scattare.
Non ci fu un click. Nessun segnale sonoro che l’immagine era stata catturata. Eppure, dopo pochi secondi campeggiava sullo schermo del computer, a schermo pieno.
La guardammo tutte e tre. Io, la donna e Edna.
Mi vidi come mi vedevo. Mi vidi come mi vedevano loro. Mi vidi come non volevo vedermi. Mi vidi come non mi ero mai vista e come mi sarei sempre vista.
– Va bene o preferisci che ne scatti un’altra?
Andava bene.
In fondo, un viso è come la copertina di un libro, la cui bellezza dipende dagli occhi di chi lo guarda e legge. Quella era la mia copertina. In quanti, guardandola, avrebbero intuito il contenuto dietro le forme? Chi si sarebbe arreso di fronte alle sgualciture? Chi l’avrebbe apprezzata? Chi l’avrebbe considerata priva di interesse?
La risposta a ciascuna di queste domande mi lasciava del tutto indifferente.

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