Le coccinelle volano


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.


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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.


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Farid è un mago

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Farid è un mago. Ha un negozio in centro, dove trascorre il giorno, tentando di far credere a tutti che è un fotografo, ma io conosco il suo segreto.
L’ho scoperto l’altro giorno, quando mia madre mi ha portata da lui. A scuola ci avevano chiesto delle foto per i tesserini nuovi.
Non capisco perché non me le abbia scattate lei. Mia mamma dice a tutti che è un avvocato, ma in realtà è più fotografa che avvocato, perché con il telefono scatta foto ovunque, sempre.  Anche mio padre è un fotografo che dice di fare l’avvocato. A differenza di mamma, lui le foto le scatta con una macchinetta che ha pagato tanti soldi. Lo so perché quando gli chiedo il permesso di toccarla, mi dice sempre – Per carità!  Non ti azzardare, ché mi è costata un capitale.
A pensarci, di fotografi ne conosco un sacco. Tutte persone che dichiarano di fare altro, ma io le vedo, scattano sempre foto. Soprattutto di domenica, soprattutto nei ristoranti.
Quando siamo uscite, la mamma mi ha detto che mi portava da Farid perché mi servivano delle foto piccole, quelle per i documenti e lei non sa farle.
Io però penso che non abbia voluto farmele. Da quando ho avuto l’incidente non me ne scatta più.

È successo circa un mese fa. Ero in giardino a giocare con Rosa e Adele, le mie cugine. Sono entrambe più grandi di me e, quando nessuno ci controlla, mi trattano sempre male. Ma a me non importa, perché so che quando crescerò mi vorranno bene anche loro.
Quel giorno, Adele si era messa un anello di zia Marianna. Zia Marianna è la sorella di mamma ed ha un sacco di gioielli. Mamma mi ha detto che sono tutti regali che gli fa zio Vito per farsi perdonare e che lei preferirebbe mille volte comprarsi la bigiotteria da sola, piuttosto che accettare quei doni. Io, però, non ho capito perché. A me tutti quei gioielli piacciono e se mio zio Vito volesse farsi perdonare anche da me, gli chiederei una collana.
Avevo chiesto ad Adele di farmi provare l’anello e lei mi aveva risposto di no. Allora l’avevo minacciata che, se non me lo avesse fatto tenere neanche un pochino, avrei raccontato a tutti di quella volta che l’avevo vista baciarsi di nascosto con Mario, il figlio dei nostri vicini. Zia Marianna non vuole nemmeno che gli parli e sicuramente andrebbe su tutte le furie se lo sapesse. Perciò Adele si è sfilata l’anello e me lo ha lanciato, ma senza avvisarmi.
Era un anello pesante, con una pietra gialla e levigata e mi ha colpita ad un occhio. Ha fatto così male che, se ci penso, mi viene da piangere ancora. Mi hanno già portata in ospedale un sacco di volte.
I dottori dicono che forse perderò l’occhio. I miei genitori sono molto preoccupati e tristi, anche se provo a rassicurarli che non hanno nulla da temere. Ho perso già tre denti e sono tutti ricresciuti. Sicuramente succederà così anche se perderò l’occhio.

Nel frattempo, ce l’ho bendato. Lo avevo bendato anche quando sono andata da Farid.
Prima di farmi sedere sullo sgabello, la mamma gli ha chiesto se poteva togliermi la benda.
– Per favore, mamma, no!- ho detto. E prima che aggiungessi altro, Farid mi ha sorriso e mi ha detto di non preoccuparmi perché mi avrebbe scattato delle foto bellissime.
Poi mi si è avvicinato e, con due tocchi leggeri, mi ha sistemato le spalle ed il viso. Ha preso la macchinetta, molto più bella di quella di papà, ed ha scattato.
Quando ha fatto, se n’è andato in un’altra stanza. Avrei voluto seguirlo, ma mamma me lo ha impedito.
Ed è lì che ha fatto la magia, perché quando è tornato e mi ha dato le foto, erano bellissime. Nelle foto di Farid, non ho la benda e i miei occhi sono perfetti.

Farid è un mago, anche se dice che è solo un fotografo. E la prossima volta che perderò qualcosa, tornerò da lui, perché con le sue magie lui fa riapparire le cose, anche quelle che, da sole, non riappariranno mai più.


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.


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Amiche d’infanzia

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Quando si erano formati i gruppi, Rosanna aveva tenuto le dita incrociate affinché qualcuno la invitasse. Proporsi? Era troppo timida per farlo, per chiedere e affrontare la paura di ricevere in cambio un rifiuto.
Mani nascoste sotto il banco, Rosanna aveva osservato con invidia l’entusiasmo aggregante dei suoi compagni. Quando rimase l’unica esclusa, non si sorprese. Non era carina, non era brillante, non era niente. Era logico che nessuno la volesse.
Dovette intervenire la maestra.
– Rosanna, tu farai parte del gruppo di Giulia, Antonella e Clara.
No, per favore, pensò Rosanna.
No, per favore, pensarono in contemporanea Giulia, Antonella e Clara.
Ma le decisioni della maestra erano insindacabili e nessuna di loro provò ad opporsi. Quel pomeriggio, si sarebbero riunite e avrebbero svolto il lavoro insieme.

Non impiegarono molto per concluderlo. Grazie a Clara, la più brava della classe, dopo poco più di un’ora, avevano già messo il punto al lavoro di ricerca sulle origini ed il significato dello stemma della loro città e, molto probabilmente, si sarebbero aggiudicate anche il voto più alto.
Poterono perciò impiegare le ore avanzate, facendo ciò che preferivano, ossia giocare.
Pioveva, ma la casa di Giulia aveva un porticato sufficientemente grande perché potessero stare all’aperto senza bagnarsi.
Si stavano divertendo. Persino Rosanna, vinta la timidezza,  cominciava a sentirsi a suo agio. Si rese conto che non erano poi così male le sue compagne. Nonostante l’avessero sempre esclusa e presa in giro, durante quel pomeriggio di tregua, si accorse di quanto fosse piacevole far parte di un gruppo, avere delle amiche.
Giulia, la padrona di casa, era la più carina; Antonella, migliore amica di Giulia, era la più vivace e sveglia; Clara, come già detto, era la più brillante e, a soli nove anni, era già convinta che, da grande, sarebbe diventata un chirurgo cardiovascolare di successo, proprio come suo padre.
All’inizio, avevano giocato a nascondino. Rosanna si era accorta che, durante la conta, le altre avevano barato affinché toccasse a lei “stare sotto”, ma non aveva detto nulla. Non voleva si arrabbiassero e, per non dare loro nessun motivo per riprendere a trattarla male, anche se, ad ogni turno, riusciva ad individuare ciascuna nel proprio nascondiglio, continuava a fingere di perdere.
Le altre non sospettarono minimamente che quella di Rosanna fosse solo una strategia per farsi benvolere. Pensarono semplicemente che era stupida e, dopo tre turni, annoiate, decisero di cambiare gioco.
– Che facciamo adesso? – Chiese Antonella.
– Giochiamo ad Amici!- propose Giulia.
– No, dai! È un gioco stupido e io non so ballare, né cantare.- Si oppose Clara.
– Invece è un’idea bellissima! – Disse Antonella. – Dai, dai, giochiamo.
– Ma a me non va!- brontolò Clara.
Rosanna, nel mentre le altre discutevano, non disse una sola parola. Non aveva mai giocato ad Amici, ma immaginava fosse una specie di gara di canto e ballo, come in quel programma che trasmettevano alla tv.
– Facciamo decidere a Rosanna! – Esclamò improvvisamente Giulia.
Rosanna rimase bloccata. Non sapeva ballare, non sapeva cantare ed avrebbe appoggiato Clara, ma… Clara era molto meno popolare di Giulia e Antonella ed era la loro opinione quella che davvero le stava a cuore, perciò, senza più nessuna esitazione, disse- Va bene. Giochiamo ad Amici!
Giulia e Antonella non si trattenero dall’emettere gridolini di gioia. – Brava Rosanna!
Clara, invece, la guardò in cagnesco, poi abbassò lo sguardo e si arrese- Ok, come volete voi. Chi comincia?
– Secondo me, dovrebbe cominciare Rosanna – disse Antonella. – Se avessimo continuato a giocare a nascondino, sicuramente starebbe ancora perdendo. Non trovate?
Tutte, ad eccezione di Rosanna, si scambiarono uno sguardo di intesa e scoppiarono a ridere.
Quando tornarono serie, Rosanna timidamente chiese- Cosa devo fare?
– Vai là- disse Giulia, indicando uno spazio nei pressi delle scale, libero dai vasi e dall’enorme tavolo, che occupava gran parte del porticato.
Rosanna raggiunse il punto indicatole.
– Allora- continuò Giulia – tu sei la concorrente e noi siamo i giudici. Forza, andiamo a sederci al tavolo.- disse rivolgendosi ad Antonella e a Clara.
Quando le tre si furono accomodate tutte sullo stesso lato, Giulia proseguì. – Adesso noi scegliamo una canzone. Tu ti esibisci, cioè canti e balli, e alla fine ognuna di noi ti dà un voto. Hai capito?
Rosanna fece un cenno d’assenso col capo.
– Che le facciamo cantare? – Chiese Antonella, rivolgendosi alle altre sedute al tavolo.
– Che ne dite del Ballo del qua qua?- propose Clara.
– Sì! Sì – esclamarono le altre due, emettendo i loro soliti gridolini di gioia.
Rosanna non disse nulla. Abbassò il capo e cominciò a stropicciarsi le mani, bilanciando il proprio peso prima su una gamba, poi sull’altra.
– Sei pronta? – Le chiesero.
Rosanna rimase ferma ancora un po’, poi trovò il coraggio per alzare la testa. – Per favore, Giulia, posso andare al bagno?
La stava trattenendo già da un tempo. Non aveva detto nulla per non interrompere il gioco, ma ormai non ce la faceva più. – Per favore… – Mormorò.
– No. – rispose a sorpresa Giulia. – Il programma è già cominciato. Potrai andare al bagno solo durante la pubblicità.
A quelle parole, Antonella e Clara applaudirono, ridendo forte.
– Vi prego..
– Facciamo così – propose Clara. – Canti e balli solo un pezzettino e, se ci piaci, ti lasciamo andare al bagno.
– Ma non ci riesco..
– Muoviti! Forza! Questo è il ballo del qua qua! Canta! E di un papero che sa…
Tutte insieme- Fare solo quando qua qua più qua qua qua…
Rosanna cominciò a muoversi piano, l’espressione distorta dallo sforzo di non farsela sotto. – Questo è il ballo del qua qua– canticchiò a stento, accompagnandosi con un goffo movimento di braccia. – Va bene così? Per favore, non ce la faccio più.
– Voi che dite, ragazze?- Antonella chiese, rivolgendosi alle altre.
– No.- disse Clara. – Per me non sei stata neanche accettabile.
– Per favore…- continuava a implorare Rosanna, contorcendosi con le mani premute sulla pancia.
– Guardatela! Sembra una scimmia!
– Balla scimmia!
– Sì, balla! Balla come nella canzone! Muoviti!
Giulia, Antonella e Clara erano in preda al delirio. Ridevano, urlavano cantavano- La scimmia nuda balla- e di nuovo ridevano a crepapelle.
Rosanna non ce la fece più a trattenerla. Il liquido caldo prese a scivolarle lungo le gambe. Ai suoi piedi si formò rapidamente una pozza simile a quelle che la pioggia formava nel giardino poco distante.
Le altre continuavano a ridere senza controllo. Neppure si accorsero che Rosanna,  con gli occhi bagnati quanto i pantaloni, aveva cominciato a cantare e a ballare – La folla grida un mantra, l’ evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla…
Quella canzone le piaceva e intimamente sperava che, se avesse finto di divertirsi, prima o poi l’avrebbero smessa di prenderla in giro.


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Tra vuoti scavati e riempiti

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Le stanze del mio cuore si relazionano alle persone come i miei polsi ai bracciali.  Quelli larghi scivolano, quelli stretti si spezzano e ho ragione di credere che non ha alcuna importanza la premura con cui si sta attenti a non perdere le cose o le persone. Quelle che non vogliono scivolare via semplicemente si attaccano, rimangono, persistono, senza sfasamenti dovuti alla forza di gravità, senza scivoloni, senza sbattimenti. Le altre? Che importanza ha che fine fanno le altre? Che si smarriscano definitivamente o che casualmente le si ritrovi, cambia poco, perché la sensazione innescata dalla perdita è palindroma.
Tra vuoti scavati e riempiti dalla stessa sostanza non c’è differenza e l’interfaccia connotante la perduta e ritrovata adiacenza è sempre negativa.
Ci vuole coraggio a voler bene. Molto di più  a non volerne.
E poiché non ho aspirazioni da eroe, la tonalità baritonale del mio entusiasmo non rallenta il lavorio sincopato delle mie coronarie.