Le coccinelle volano


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La copertina di un libro

La guardia a guardia sulla porta, a intervalli irregolari, scandiva un nome. Il mio lo aveva chiamato cinque minuti prima. E adesso me ne stavo lì, in quella stanza dalle pareti bianche, sbarre alle finestre e una decina di donne sedute ad altrettante scrivanie, in spazi tagliati da sottili divisori di plastica grigia,  in attesa che quella trafila burocratica finisse, dopo una precedente attesa, nella sala d’attesa, trascorsa cercando e riuscendo a terminare un libro che mi aveva portato via un mese.
Non bisognerebbe leggere libri brutti. Ma come si fa a sapere se un libro è brutto? Ci si fida della copertina? Si dà credito alle opinioni degli altri?
Le opinioni sono soggettive e, pure se a molti un libro sembra brutto, qualcuno che ha deciso di pubblicarlo, fosse anche solo l’autore, deve averlo considerato bello. Quindi no, l’opinione altrui non è sufficiente.
Ci si accontenta delle prime pagine, dei primi capitoli? E se il finale fosse sorprendente?
Un libro tocca leggerlo necessariamente tutto per capire e scoprire se è brutto davvero. Solo che, a quel punto, è ormai letto, andato, come il tempo sprecato.
La donna che avevo di fronte continuava a picchiettare le dita sulla tastiera. Aveva un viso regolare, un viso normale. Mi chiesi cosa si provasse ad avere un viso come il suo. Forse, qualche volta, specchiandosi, si era desiderata più bella, forse vedeva dei difetti laddove io vedevo una perfetta normalità.
Non mi era difficile intuire cosa quella donna stesse provando in merito al mio viso. Imbarazzo? Pena?
Continuava a picchiettare i tasti, chiedendomi ogni tanto una nuova informazione personale. Ma non mi guardava.
Dopo la prima occhiata, aveva immediatamente distolto lo sguardo. Forse anche lei si stava chiedendo cosa si provasse a portare in giro una faccia come la mia.
Se me lo avesse chiesto, glielo avrei detto.
Le avrei raccontato di come ci si abitua agli sguardi indagatori, alle domande imbarazzanti, alle risatine e al raccapriccio. All’indifferenza.
L’indifferenza è il mio sentimento preferito. Quello che offro e prendo a piene mani.
L’indifferenza ferisce soltanto chi dà importanza alle differenze, ma quando ci si concentra nel vedere tutto uguale, nel sentirsi uguale a tutti, non può far male. E se fa male, è di quel male che riguarda solo l’essere banale.
La donna mi aveva chiesto tutto ciò che aveva da chiedermi.
Picchiò per l’ultima volta sul tasto invio. Le mani rimasero sospese sulla tastiera per alcuni secondi, indecise su come tornare a rendersi utili. Se le passò entrambe tra i capelli. Poi con la destra si sfilò gli occhiali.
Indossava un paio di lenti che nulla aggiungevano, nulla toglievano ai suoi lineamenti. E questo mi sembrò strano. Di solito, gli occhiali stravolgono un viso. Lo rendono più o meno interessante. Lo sfinano, lo allargano, lo coprono, lo svelano.
Il viso della donna che avevo di fronte, anche senza occhiali, ancora di più, rimaneva normale. Lo rimaneva per me.
– Adesso devo scattarti una foto.- mi disse.
Ci guardammo.
Prese la webcam e la sollevò all’altezza del mio naso.
Edna, l’amica che mi aveva accompagnata e che, fino a quel momento, se n’era rimasta, in disparte e in silenzio, alle mie spalle, intervenne.
– E’ proprio necessario?
Rivolta a me- Non hai con te una foto?- E, non senza imbarazzo – Una in cui stai meglio?
Ignorai Edna.
– Può scattare.
Non ci fu un click. Nessun segnale sonoro che l’immagine era stata catturata. Eppure, dopo pochi secondi campeggiava sullo schermo del computer, a schermo pieno.
La guardammo tutte e tre. Io, la donna e Edna.
Mi vidi come mi vedevo. Mi vidi come mi vedevano loro. Mi vidi come non volevo vedermi. Mi vidi come non mi ero mai vista e come mi sarei sempre vista.
– Va bene o preferisci che ne scatti un’altra?
Andava bene.
In fondo, un viso è come la copertina di un libro, la cui bellezza dipende dagli occhi di chi lo guarda e legge. Quella era la mia copertina. In quanti, guardandola, avrebbero intuito il contenuto dietro le forme? Chi si sarebbe arreso di fronte alle sgualciture? Chi l’avrebbe apprezzata? Chi l’avrebbe considerata priva di interesse?
La risposta a ciascuna di queste domande mi lasciava del tutto indifferente.

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La “paglia” italiana

– Non hai mai mangiato la paglia italiana?
Non capisco perché è tanto sorpresa. Neanche i conigli mangiano la paglia!
Siamo ferme al semaforo, bloccate in fila, nonostante il segnale sia verde. Colpa dell’automobilista che ci precede, intento a mercanteggiare qualcosa con un venditore ambulante.
– Paglia italiana?- chiedo.
Siamo in pieno centro. Non si vedono stalle. Perché, se mi si dice paglia, la prima cosa a cui penso, dopo i miei capelli, è una di quelle enormi balle che, in estate, decorano le dorsali delle collinette riarse lungo le autostrade.
Ma forse quello è fieno. E il fieno i conigli lo mangiano. E pure le tagliatelle paglia e fieno si mangiano. Ma la bustina che il venditore passa all’autista attraverso il finestrino non mi pare contenga fieno e neppure tagliatelle.
– Allora la preparo e, la prossima volta che ci incontriamo, te la porto.
Rivedo la mia amica dopo una settimana. Mi porge un pacchetto rivestito di carta alluminio, all’interno del quale c’è la paglia italiana.
Vorrei riservarmi il diritto di aprire il pacchetto a casa, perché lo so che, se mi viene da fare una faccia brutta, io non riesco a trattenerla. Lei però sembra impaziente di vedere la mia reazione e allora apro.
Avete presente il salame di cioccolato? Quel dolcetto fatto con biscotti tritati, burro e cioccolato? La “palha italiana” ha gli stessi ingredienti, ma montati male. Anzi, malissimo. Praticamente, la palha italiana è un salame di cioccolato a cui è capitato un incidente grave. È un salame distrutto. Un salame in coma irreversibile.

In Brasile, è purtroppo frequente che l’aggettivo “italiano” e molti altri, relativi a città italiane, vengano abbinati impropriamente a pietanze che di italiano non hanno assolutamente nulla.
Gli spaghetti alla bolognese, ad esempio. Che in mancanza di altri formati di pasta potrebbero pure pure passare. Ma il pollo alla bolognese? La pizza palmito alla bolognese? A Bologna lo sanno?
O la salsiccia calabrese, che è un incrocio tra un wurstel, una mortadella e un salame non stagionato. Magari è piccante, pensi. No. Neanche un po’.
E il filetto alla parmigiana? Un pezzettone di manzo alla pizzaiola ricoperto di mozzarella fusa. Provo sempre a spiegare che, in Italia, non esiste. Che le melanzane si fanno alla parmigiana, non il filetto. Ma quella è la lasagna di melanzane, replicano. Amen.

I migliori piatti italiani che un italiano possa mangiare, in Brasile come in ogni altro paese che non sia l’Italia, sono quelli che gli italiani stessi preparano e mangiano a casa propria. Per il resto, viva le churrascarie!


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Che ti sei persa!

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Per anni ho creduto che i lapazi fossero fiori. E in parte ne sono ancora convinta.
Lo so che i fiori, per definirsi tali, devono avere una corolla, petali di un colore che sia diverso dal verde e, possibilmente, un buon profumo.
Ma a me Mimma aveva detto che i lapazi erano fiori. E io a Mimma credevo.
Di persone come Mimma, ne ho incontrate abbastanza.
Sono quelle che, alla prima occasione utile, ti dicono “Non sai cosa ti sei persa!”
E non importa che tu quella cosa te la sia persa per mancanza di volontà o per impossibilità.
Non importa che tu ci stia male già di tuo ad esserti persa quella cosa.
Non importa neppure che quella cosa che ti sei persa in realtà faceva schifo.
Per il semplice fatto che fossero stati loro a proportela, faranno di tutto per convincerti che quella cosa è stata  meravigliosa, straordinaria, irripetibile.
La convinzione che i lapazi fossero fiori, Mimma me la inculcò durante un pomeriggio, in cui mia madre, in maniera del tutto eccezionale, mi aveva concesso di scendere a giocare in strada.
Mimma abitava al piano terra della stessa palazzina in cui io, con la mia famiglia, abitavo al primo piano.
Aveva un paio d’anni più di me, non tantissimi, ma sufficienti a che le attribuissi la stessa autorità e credibilità che, a cinque anni, attribuivo agli adulti e, in generale, a chiunque fosse più grande di me.
Ce ne stavamo sul marciapiedi a bighellonare, quando Mimma, che in mia compagnia sembrava annoiarsi sempre, mi propose di andarcene a giocare in un altro posto, a suo dire, più bello.
Era un prato poco distante da casa, una zona temporaneamente scampata all’edificazione che, di lì a poco, avrebbe cancellato quasi ogni traccia di verde dal quartiere.
Sapevo che mia madre non me lo avrebbe mai permesso. Sapevo anche che tipo di punizione avrei sperimentato, qualora mi fossi allontanata senza il suo permesso.
Perciò, dissi a Mimma che non potevo.
– Ma lì ci sono tanti fiori!
Io adoravo i fiori. Ma davvero non potevo muovermi da lì. Provai pure a chiedere il permesso, ma mia madre fu inamovibile.
E così fui costretta a guardare Mimma volgermi le spalle e andarsene da sola in quel posto bellissimo.
Non stette via a lungo. Dopo una decina di minuti era già di ritorno.
– Hai raccolto tanti fiori?- le chiesi.
No, non ne aveva raccolto nessuno, perché non ce n’erano. Eppure riuscì a convincermi del contrario.
È molto facile convincermi di qualcosa, quando ho bisogno di convincermi di quel qualcosa. È il motivo per cui ho i mobiletti del bagno pieni di creme sui cui tubetti c’è scritto che hanno un reale effetto anticellulite.
E’ come se il mio bisogno di confidare nella veridicità di quanto mi si dice, non tenga in nessun conto la possibilità che quanto mi si dice è una menzogna.
Una volta, ad esempio, chiesi ad un “caro” amico- “In the cold light of morning” l’ha cantata?
E lui mi rispose pieno di puerile entusiasmo- E certo! È stato il momento più toccante di tutto il concerto. O fridd ‘nguoll! Che ti sei persa!
Quel concerto dei Placebo non volevo perdermelo. E se me lo persi, non fu per mancata concessione di mia madre, né per mancanza di volontà, né per qualche altro motivo di futile natura. A quel concerto non ci andai, perché non potevo andarci. Seriamente, non potevo andarci. E lui lo sapeva. Così come sapeva quanto mi dispiacesse non esserci potuta andare.
Poi, a distanza di qualche giorno, successe che un altro amico, un po’ più caro, mi procurò una registrazione di quel live. Lo ascoltai più volte. Ogni tanto, ancora lo ascolto, con la speranza che, da un momento all’altro, Brian Molko attacchi a cantare “In the cold light of morning”, facendomi venire i brividi.
Ma non accade. Perché quella canzone, quella sera, i Placebo non la suonarono. Mi sa che, in assoluto, non l’hanno proprio mai suonata dal vivo.
Eppure, una parte di me, per lungo tempo, è stata convinta che ci fosse un errore nella registrazione, che quel mio “caro” amico non aveva alcun motivo per mentirmi e farmi credere di essermi persa più di quanto sapevo di aver perso.
Allo stesso modo in cui una parte di me ancora pensa che quella sterpaglia con cui Mimma  tornò dal prato fossero fiori. E che tutto quello che mi perdo è eccezionale, fantastico, decisamente meglio di tutto ciò che finora non mi sono persa.

Quale parte di me? Quella che, pur essendo perfettamente consapevole che i “Che ti sei persa!” vanno spesso interpretati come dei “Che mi sono evitata!”, ancora è affascinata da quanto mi sia sufficiente mostrarmi convinta, affinché la frustrazione altrui, esplicitata sotto forma di menzogna, trovi un seppur minimo conforto.


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.


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Pipistrello

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Se si ferma un’altra volta, giuro che stasera la mando a fanculo, pensa Monica, nel mentre, alcuni metri più in là, osserva, stizzita, l’amica Chiara, che a stento si tiene in equilibrio dal non cadere in un cespuglio, tirando forte il guinzaglio a cui tiene preso il cane. E poi scusa, ma che cacchio di nome è Pipistrello?
L’obiettivo di correre per almeno quattro km è sfumato di nuovo. Nelle scorse settimane, ci erano pure riuscite, poi Chiara aveva cominciato a portarsi dietro il cane. E ci sta che, se continua a fermarsi per annusare a cadenza di ogni due secondi, sarà già la quarta volta che Monica tornerà a casa senza aver corso nemmeno cinquecento metri.
Pipistrello è un cane brutto, cattivo e piscione. E a questo pensiero, Monica si morde la lingua, perché pensare male di un cane è ormai considerato politicamente scorretto, quasi quanto pensar male di un bambino. Ma mica tutti i cani e tutti i bambini sono belli e simpatici? La figlia di Gianna, per esempio. Come si fa a dire che quella bambina è bella? O simpatica? Di nuovo, Monica si morde la lingua.

Chiara, nel frattempo, è riuscita a ristabilire una forma di controllo su Pipistrello e riprendono a correre.
– Che hai oggi? Sembri strana?
Monica finge di non aver sentito. Si porta una mano al fianco sinistro, tira via la borraccia dal marsupio e beve. Alza gli occhi al cielo, ma solo per un istante, perché, se non bada a dove mette i piedi, c’è il rischio che inciampi in una di quelle radici enormi che sollevano l’asfalto e rendono l’allenamento una vera corsa a ostacoli. Peraltro, da quel lato della piazza, non ci sono neanche i lampioni e le uniche fonti di luce sono i fari e i riflessi delle auto che sfrecciano, ma abbastanza distanti.

Ha proposto più volte a Chiara di andare a correre da un’altra parte, ma l’amica ha sempre tergiversato. Ci ha provato anche poco prima che Pipistrello quasi non se la trascinasse in un cespuglio.
– Hai sentito di quel ragazzo che la scorsa settimana è stato rapinato mentre correva? Pare sia successo proprio in quell’angolo là.- le ha chiesto, stendendo il braccio per indicarle il punto.
– Tranquilla, noi stiamo sicure. Noi abbiamo Pipistrello.
E allora dillo che ti porti il cane perché ti caghi sotto pure tu!, avrebbe voluto e dovuto risponderle Monica. E, invece, si è limitata ad aggiungere – Sì, ma Piazza Mazzini è più centrale, ci sono più persone ed è più tranquilla.
– Può darsi…- ha detto Chiara, scrollando le spalle.- Ma qui è più bello e suggestivo.
E la faccenda si è di nuovo chiusa. Così. Anche se a Monica sono girate le scatole, perché non ci vuole certo molto intuito per capire che all’amica non importa un cacchio di quanto sia suggestivo il posto, che di fatto non lo è per niente, ma solo di quanto sia comodo e vicino a casa sua. Ed è probabile che non le importi nulla nemmeno di correre, ma che, in realtà, voglia solo qualcuno che le faccia compagnia mentre porta a pisciare il cane.

Nel breve istante in cui ha puntato gli occhi al cielo, Monica ha notato una luna a falce, affilata, a squarciare il nero del cielo. Quel nero che è lo stesso colore che si sente dentro e addosso, quel tanto che basta a renderla e a farla sembrare strana.
Perché, in fondo, a Monica, Chiara sta simpatica e in un’altra circostanza non si sentirebbe usata. E, in fondo, gli sta simpatico pure Pipistrello, anche se, nel suo caso, è molto in fondo.
Continua a correre e, per almeno una decina di metri, non si accorge di essersi persa di nuovo l’amica. Allora rallenta, guarda indietro.
Pipistrello si è piantato seduto e sembra non intenzionato a riprendere la corsa. Chiara, nel disperato tentativo di smuoverlo, a cenni e sguardi sta implorando Monica, che nel frattempo saltella indecisa, di fermarsi ad aspettarla.
E sta per farlo, Monica sta per fermarsi davvero, poi…

Forse è il nero, forse è il buio, forse è stanca, forse è tutto.
Monica alza prima un pugno a gancio, lo guarda, lei stessa sorpresa, e ancora di più resta sorpresa quando, da quello stesso pugno, vede sottrarsi il medio che, in piena autonomia rispetto alle altre dita ancora fermamente chiuse e strette, svetta imperioso e fiero.
Dopodiché, si gira e riprende a correre, ben più veloce. Il nero è un po’ meno nero e sorride.
Lo avevo detto che, se si fermava di nuovo, la mandavo a fanculo.


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Farid è un mago

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Farid è un mago. Ha un negozio in centro, dove trascorre il giorno, tentando di far credere a tutti che è un fotografo, ma io conosco il suo segreto.
L’ho scoperto l’altro giorno, quando mia madre mi ha portata da lui. A scuola ci avevano chiesto delle foto per i tesserini nuovi.
Non capisco perché non me le abbia scattate lei. Mia mamma dice a tutti che è un avvocato, ma in realtà è più fotografa che avvocato, perché con il telefono scatta foto ovunque, sempre.  Anche mio padre è un fotografo che dice di fare l’avvocato. A differenza di mamma, lui le foto le scatta con una macchinetta che ha pagato tanti soldi. Lo so perché quando gli chiedo il permesso di toccarla, mi dice sempre – Per carità!  Non ti azzardare, ché mi è costata un capitale.
A pensarci, di fotografi ne conosco un sacco. Tutte persone che dichiarano di fare altro, ma io le vedo, scattano sempre foto. Soprattutto di domenica, soprattutto nei ristoranti.
Quando siamo uscite, la mamma mi ha detto che mi portava da Farid perché mi servivano delle foto piccole, quelle per i documenti e lei non sa farle.
Io però penso che non abbia voluto farmele. Da quando ho avuto l’incidente non me ne scatta più.

È successo circa un mese fa. Ero in giardino a giocare con Rosa e Adele, le mie cugine. Sono entrambe più grandi di me e, quando nessuno ci controlla, mi trattano sempre male. Ma a me non importa, perché so che quando crescerò mi vorranno bene anche loro.
Quel giorno, Adele si era messa un anello di zia Marianna. Zia Marianna è la sorella di mamma ed ha un sacco di gioielli. Mamma mi ha detto che sono tutti regali che gli fa zio Vito per farsi perdonare e che lei preferirebbe mille volte comprarsi la bigiotteria da sola, piuttosto che accettare quei doni. Io, però, non ho capito perché. A me tutti quei gioielli piacciono e se mio zio Vito volesse farsi perdonare anche da me, gli chiederei una collana.
Avevo chiesto ad Adele di farmi provare l’anello e lei mi aveva risposto di no. Allora l’avevo minacciata che, se non me lo avesse fatto tenere neanche un pochino, avrei raccontato a tutti di quella volta che l’avevo vista baciarsi di nascosto con Mario, il figlio dei nostri vicini. Zia Marianna non vuole nemmeno che gli parli e sicuramente andrebbe su tutte le furie se lo sapesse. Perciò Adele si è sfilata l’anello e me lo ha lanciato, ma senza avvisarmi.
Era un anello pesante, con una pietra gialla e levigata e mi ha colpita ad un occhio. Ha fatto così male che, se ci penso, mi viene da piangere ancora. Mi hanno già portata in ospedale un sacco di volte.
I dottori dicono che forse perderò l’occhio. I miei genitori sono molto preoccupati e tristi, anche se provo a rassicurarli che non hanno nulla da temere. Ho perso già tre denti e sono tutti ricresciuti. Sicuramente succederà così anche se perderò l’occhio.

Nel frattempo, ce l’ho bendato. Lo avevo bendato anche quando sono andata da Farid.
Prima di farmi sedere sullo sgabello, la mamma gli ha chiesto se poteva togliermi la benda.
– Per favore, mamma, no!- ho detto. E prima che aggiungessi altro, Farid mi ha sorriso e mi ha detto di non preoccuparmi perché mi avrebbe scattato delle foto bellissime.
Poi mi si è avvicinato e, con due tocchi leggeri, mi ha sistemato le spalle ed il viso. Ha preso la macchinetta, molto più bella di quella di papà, ed ha scattato.
Quando ha fatto, se n’è andato in un’altra stanza. Avrei voluto seguirlo, ma mamma me lo ha impedito.
Ed è lì che ha fatto la magia, perché quando è tornato e mi ha dato le foto, erano bellissime. Nelle foto di Farid, non ho la benda e i miei occhi sono perfetti.

Farid è un mago, anche se dice che è solo un fotografo. E la prossima volta che perderò qualcosa, tornerò da lui, perché con le sue magie lui fa riapparire le cose, anche quelle che, da sole, non riappariranno mai più.