Le coccinelle volano


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Perdere la faccia

Sareste disposti a rinunciare al vostro nome, al vostro viso o al prodotto del vostro ingegno, pur di diventare famosi?

– Certo che è strano. Tutti scrivono per diventare famosi ed Elena Ferrante, che è riuscita a farsi leggere in tutto il mondo, non vuole che si scopra la sua vera identità.- Commentava una mia amica brasiliana, dopo aver concluso la lettura della tetralogia de “L’amica geniale”.
Difficile contraddirla.
In una società in cui ciascuno è votato e devoto al culto della propria persona, nonché tanti sono schiavi del desiderio di fama e affermazione- non importa attraverso quali mezzi, purché se ne parli, purché si faccia il mio nome- la scelta della Ferrante appare quantomeno anacronistica e singolare. Non entro nel merito. Se l’autrice vuole trincerarsi dietro uno pseudonimo, è un suo diritto, che nulla toglie e, a mio avviso, neanche nulla aggiunge al valore di quanto finora ha scritto.

Ma se è emblematico il caso di Elena Ferrante, che, con o per il successo, ha perso il proprio nome, altrettanto emblematico è quello di Maria Firmina Dos Reis, che, con  il successo, perse letteralmente la faccia.

Credo che in Italia in pochi la conoscano. Io stessa, fino a qualche settimana fa, non l’avevo mai sentita nominare.
Maria Firmina nacque nel 1825 in uno stato del nord-est brasiliano. A quel tempo, in Brasile, c’erano schiavi e signori; a quel tempo, le donne potevano leggere soltanto la bibbia; a quel tempo le donne non potevano né scrivere né pubblicare un libro. Ancor meno una donna come Maria Firmina che fu schiava, bastarda e negra (i due ultimi aggettivi, terrificanti in italiano, sono quelli che si leggono sulle pagine in portoghese dedicate alla scrittrice. Peraltro, in Brasile, riferirsi a qualcuno chiamandolo “negro” non costituisce un crimine razzista. Al contrario, ed è un paradosso rispetto alla consuetudine italiana, è considerato altamente disdicevole e razzista usare all’indirizzo di qualcuno l’aggettivo “preto”, che traduce in maniera letterale il colore “nero”).
Ma Maria Firmina, in quel tempo e a quelle condizioni, riuscì a cambiare le regole, a scrivere, a farsi pubblicare e ad imporsi nella memoria dei posteri come la prima romanziera brasiliana.
Una storia indubbiamente straordinaria la sua. Se non fosse per un dettaglio. Un dettaglio neppure poco considerevole.

Maria Firmina, come ho già scritto, era una schiava, era di colore. Eppure l’immagine che di lei è stata tramandata è completamente diversa.
Il volto che per oltre un secolo è stato associato al suo nome e alle sue opere e che ancora oggi, persino le riviste legate a gruppi attivisti e femministi continuano ad usare, non era affatto il suo, bensì quello di una certa Maria Benedita Borman, scrittrice gaucha, di origini tedesche, quindi bianca, nata e cresciuta in una famiglia di grande prestigio sociale e politico. Una donna che con Maria Firmina non aveva in comune assolutamente nulla, né per aspetto, né per origini e stile di vita.

Insomma, Maria Firmina riuscì a far valere il proprio talento, ma finì per essere ricordata con il viso di un’altra. Nello stesso tempo, il viso di Maria Benedita divenne senz’altro celebre, in quanto legato al nome di un’altra, ma le sue opere furono quasi completamente ignorate.
Ed è veramente difficile stabilire a chi delle due andò peggio.

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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Il vincitore

– Signore, abbiamo perso tutto al gioco.
– Tutto?
– Tutto tranne una cosa.
– Cosa?
– La voglia di tornare a giocare.
Questo quadro, esposto in una mostra visitata alcuni giorni fa (Los Carpinteros,  CCBB, Belo Horizonte), mi ha fatto tornare in mente quando, l’anno scorso, durante un corso di scrittura creativa, uno degli esercizi proposti fu il seguente: Scrivi una storia partendo dall’aneddoto di Checov, «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». Soltanto in quattro (eravamo una decina di partecipanti) provammo a cimentarci. Fu particolare che, di quei quattro, ben tre persone scrissero storie d’amore. L’uomo, al rientro dal Casinò, si suicidava, nonostante avesse vinto un milione, perché scopriva di aver perso l’amore della sua vita (in un caso lei era morta, nell’altro l’aveva lasciato per il suo migliore amico, in un altro ancora lui semplicemente non aveva un amore con cui condividere il denaro e decideva di farla finita). Strano, eh?
A me venne in mente qualcosa di completamente differente. Cosa poteva aver spinto un uomo che aveva appena vinto un milione a suicidarsi? Immaginai un individuo totalmente pazzo, fuori controllo. Insomma, l’idea che si fosse suicidato per amore, proprio non mi sfiorò, anche se, rileggendola, mi rendo conto che anche la mia, in fondo, è una storia d’amore. Una storia d’estremo amor proprio.

Il vincitore

Che stronzi! Fintanto che me ne sono stato seduto a quel tavolo, quanto mi sono divertito a vederli rodere. Un manipolo di perdenti invidiosi, che avrebbero venduto l’anima pur di avere un po’ della mia sorte. Me lo sentivo addosso tutto il calore della rabbia che i loro occhi mi sputavano addosso. Una mossa dopo l’altra, ho distrutto la loro autostima, rendendomi la persona che più odiano al mondo e, nello stesso tempo, quella che più vorrebbero essere.
Anche voi siete invidiosi di me, giusto? Che idioti! Credete che la felicità stia in questo sacco di denaro? A me non fotte un cacchio di questi soldi. Posso strapparli, bruciarli e poi pisciarci sopra.
Perché io non sono un idiota. Per me l’importante è sempre stato vincere. Io sono un vincitore ed ho vinto anche stavolta. Nessuno è mai riuscito a battermi. E sapete perché? Perché ho sempre pensato di non aver nulla da perdere, eccetto la vita. Solo la morte potrebbe sconfiggerimi. Ma io sono furbo. Io non me ne starò qui ad aspettare, implorando una goccia in più di vita, quando lei mi coglierà di sorpresa. E’ il motivo per cui non esiterò oltre a premere il grilletto di questa fottuta pistola.
Io non sono come loro. Io non sono come voi. Io sono un vincitore. E in qualità di autentico vincitore, sono io che decido come e quando perdere.


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Facce

 

Di facce ne aveva tante, una per ogni angolo da cui scegliessi di guardarlo.
Possibilità molteplici, per me, di giocare con i suoi lineamenti, disponendoli sui piani che meglio si adattavano alla mia voglia di vederlo, ogni volta, come avrei voluto fosse.
Eppure, mi capitava, non di rado, di chiedermi come sarebbe stato il suo viso, se lo avessi osservato libera dai miei stessi condizionamenti, salvo poi rinviare la risposta ad un tempo in cui sarei stata più lucida o, solo, meno innamorata, come per esempio adesso che, se provo a pensarci, di tutte quelle facce non ne ricordo neanche una.