Le coccinelle volano


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Furti moderni

Abitavamo in piazza, in un palazzo molto antico, di quelli con pochi appartamenti, ma dai soffitti altissimi, dove stare al secondo piano senza ascensore equivaleva a farsi, ogni giorno, la stessa porzione di scale di chi invece abitava al quarto piano di un edificio moderno.
C’era un portoncino in alluminio anodizzato che apriva su un balcone veranda, sul quale si affacciavano, in ordine, la finestra di un soggiorno che era poi diventato la camera di mio fratello, una porta che dava sul corridoio (praticamente inutilizzata) e, alla fine del tunnel, la porta della cucina che era l’accesso da cui, normalmente, entravamo in casa.
Lasciavano spesso il portocino aperto. Dico lasciavano, perché era un’abitudine esclusiva dei miei genitori e di mio fratello. Io no, io già da bambina ero paranoica e chiudevo sempre.
Quel giorno, erano venuti a trovarci i miei zii. Era un sabato mattina, all’incirca mezzogiorno, ed io ero nella mia stanza, con la porta aperta, ma seduta alla scrivania, studiando faccia al muro, quindi non mi accorsi di niente. Mi resi conto che qualcosa non andava quando sentii mia madre urlare.
Avevano lasciato il portoncino aperto e una donna era entrata. Era passata dal corridoio, senza farsi vedere da nessuno, si era infilata nella camera da letto dei miei e aveva provato a rubare.
Mio padre e mio zio riuscirono a fermarla in tempo. Non aveva preso molte cose, solo qualche  piccolo oggetto d’oro di mia madre lasciato sul comò.
Di furti, negli anni, ne abbiamo subiti parecchi. Questo non fu certo il primo, né purtroppo l’ultimo.
Eppure, è notevole quanto persino la natura dei furti e del loro impatto sulle vittime si sia evoluta nel corso degli ultimi due decenni.

Anni fa, i ladri cercavano principalmente denaro, oro, auto, oggetti. Le cose da rubare erano appunto cose, per lo più anonime, che quasi nulla avevano da raccontare circa l’identità della vittima del furto.
Anche i televisori e le macchine fotografiche. Erano meri oggetti d’uso che poco avevano da dire ai ladri, se non quanto avrebbero potuto rendere al mercato nero. Del resto, che tipo di informazioni sul suo proprietario un televisore poteva fornire a chi lo rubava? Nessuna, tranne forse rivelare se  Italia 1 era sintonizzato sul tasto 6 o 7 del telecomando. E anche le macchine fotografiche. Ammesso che contenessero un rullino in uso, non credo che i ladri si prendessero la briga di sviluppare foto altrui.
I ladri contemporanei scardinano, invece, serrature che consentono accessi ben più privati nelle vite di chi viene colpito. Il furto di un computer o di un telefono cellulare non è una mera sottrazione di un oggetto, è bensì la sottrazione e appropriazione di un oggetto con una memoria che rappresenta e svela dettagli segretissimi circa l’identità della vittima.

Nelle ultime tre settimane, abbiamo subito ben due furti. Circostanza notevole considerato che, sebbene fossimo consapevoli che il Brasile è un paese con un tasso di criminalità e microcriminalità molto alto, finora non avevamo dovuto farci i conti.
In entrambe le circostanze, si è trattato di furti in auto, il che significa non solo che fortunatamente noi non siamo stati in nessun modo coinvolti, ma anche che non sono riusciti a rubare l’auto e si sono limitati ad aprirla e a portare via ciò che hanno trovato all’interno.
È successo la prima volta all’inizio di marzo, una domenica che, come d’abitudine, la strada in cui abitiamo era chiusa al traffico. Non potendo accedere al garage, Luca aveva parcheggiato l’auto nella strada immediatamente parallela, nei pressi di una birreria tedesca da cui, ogni sera, mi arrivano le note de “Il ballo del qua qua” e sulla cui insegna hanno orgogliosamente scritto “dal 2015”, il che vale a non farmela frequentare troppo, per paura che, essendo io risalente al secolo scorso, i proprietari mi prendano e mi espongano come pezzo di antiquariato europeo.
Recuperammo l’auto nel pomeriggio e non ci accorgemmo di nulla. Soltanto il giorno dopo, aprendo il bagagliaio per metterci la borsa da lavoro, Luca si accorse che mancava la ruota di scorta. Controllò e notò che la serratura dal lato di guida era stata forzata.
Ad ogni modo, ci era andata bene. Il giorno del furto, Luca rientrava da una trasferta in Italia da cui mi aveva portato una valigia piena di cose buone: un salame, i formaggini, un chilo di nutella, un pezzettone di prosciutto di Parma e altre ghiottonerie varie ed eventuali, tra cui merita sicuramente menzione un cotechino (che, avendo trascorso il capodanno in Brasile, mi era mancato tanto). Avevamo sensatamente tirato subito via dall’auto le valigie, altrimenti sarebbe stato un danno irreparabile. In fondo, una ruota di scorta si rimpiazza, ma il cotechino come lo avrei rimpiazzato?
Un’altra delle riflessioni a margine del furto era stata relativa all’assenza di oggetti tecnologici. “Sai che danno se fosse successo in un altro giorno e avessero trovato la borsa da lavoro col computer dentro?”
Purtroppo, lunedì sera, la domanda precedente ha ottenuto risposta. I ladri hanno di nuovo aperto l’auto, stavolta parcheggiata, per una rapida commissione, in un quartiere poco distante dal centro e, oltre alla nuova ruota di scorta, si sono portati via la borsa da lavoro e un paio di rayban pezzottati e senza una stecchetta.
Nella borsa da lavoro, c’erano appunto il computer ed un hard disk esterno, entrambi pieni di informazioni e di dati personali.
I ladri hanno portato via, dunque, non solo dei meri oggetti, ma tanti pezzetti delle nostre vite. E-mail, contatti, scansioni di documenti, annotazioni, foto.
Un sacco di mie foto.
E, per fortuna, che non ne ho mai fatte di compromettenti. Almeno il terrore di finire su youporn me lo sono risparmiato.

PS: Se vi capitasse di trovarvi in Brasile e di aver bisogno di un’auto, evitate di prendervi una Ka. Sono facilissime da scassinare.


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Emerson

Lo incrocio durante il primo giro del lago. Ha un sorriso aperto, bello. Due cagnolini gli saltellano intorno. Gli sorrido anch’io. Mi saluta, lo saluto e riprendiamo a passeggiare, ciascuno nella propria direzione. Lo rivedo alla fine del giro. È inginocchiato, stringe al petto uno dei suoi cagnolini.

– Che è successo?- gli chiedo.

– Si è ferito. Guarda. Dev’essersi graffiato, grattandosi. Ha le unghie lunghe. Io vorrei tagliargliele, ma non so come si fa.

Mi inginocchio accanto a lui per guardare. Il cucciolo ha una macchia di sangue fresco sulla testa. Lui lo accarezza, lo abbraccia, spera forse così di tirargli via il dolore. L’altro cagnetto resta in disparte, intimorito dalla mia presenza.

– Vieni.- lo esorto- Vieni, piccolo.- E allargo le braccia affinché si convinca.

Si avvicina. È una femminuccia. Quando comincio ad accarezzarla, gli occhi le si riempiono di lacrime.

– Chiquinha, lei è Chiquinha.

La cagnetta scondinzola felice sotto le mie carezze.

– Sono belli, eh? Non c’è nessuno che se ne prenda cura. Solo io. Ma io sono in libertà condizionale. 

Ignoro l’ultima frase. Non voglio che si senta a disagio. – Non hai una famiglia a cui lasciarli quando non ci sei?

– No. Non ho mai avuto una famiglia. Mia madre rimase incinta che era ancora una bambina. Quando nacqui, se ne andò e mi lasciò con mio nonno. Poi mi abbandonò anche mio nonno. Sono un figlio bastardo. 

– Non dire così- gli dico. 

– Ma è quello che sono.

– Ma di sicuro non sei solo questo.

– È vero. A me piace l’arte, mi piace la natura, mi piacciono i cani e mi piace suonare . Mi piace tanto suonare, sai? Adoro la musica, a volte provo a fare qualcosa, ma nessuno mi appoggia. Tutti mi prendono in giro, ridono di me, dicono che sono un pazzo.

– Perché?- gli chiedo.- Perché dicono questo di te?

– Perché non voglio più commettere crimini. Non voglio più saperne. È per questo che, nella favela, sono tutti contro di me. La mia comunità mi odia. Ma io non ci riesco, io sono una persona buona. 

– Come ti chiami?

– Emerson.

– Piacere di conoscerti, Emerson.- E gli allungo la mano.

Lui me la stringe, è commosso. Poi a sorpresa, come un gentiluomo d’altri tempi, me la bacia.

– Andrà tutto bene, Emerson.- Gli dico. 

E accarezzando Chiquinha, in silenzio, le chiedo di continuare a prendersi cura di lui.


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Amiche d’infanzia

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Quando si erano formati i gruppi, Rosanna aveva tenuto le dita incrociate affinché qualcuno la invitasse. Proporsi? Era troppo timida per farlo, per chiedere e affrontare la paura di ricevere in cambio un rifiuto.
Mani nascoste sotto il banco, Rosanna aveva osservato con invidia l’entusiasmo aggregante dei suoi compagni. Quando rimase l’unica esclusa, non si sorprese. Non era carina, non era brillante, non era niente. Era logico che nessuno la volesse.
Dovette intervenire la maestra.
– Rosanna, tu farai parte del gruppo di Giulia, Antonella e Clara.
No, per favore, pensò Rosanna.
No, per favore, pensarono in contemporanea Giulia, Antonella e Clara.
Ma le decisioni della maestra erano insindacabili e nessuna di loro provò ad opporsi. Quel pomeriggio, si sarebbero riunite e avrebbero svolto il lavoro insieme.

Non impiegarono molto per concluderlo. Grazie a Clara, la più brava della classe, dopo poco più di un’ora, avevano già messo il punto al lavoro di ricerca sulle origini ed il significato dello stemma della loro città e, molto probabilmente, si sarebbero aggiudicate anche il voto più alto.
Poterono perciò impiegare le ore avanzate, facendo ciò che preferivano, ossia giocare.
Pioveva, ma la casa di Giulia aveva un porticato sufficientemente grande perché potessero stare all’aperto senza bagnarsi.
Si stavano divertendo. Persino Rosanna, vinta la timidezza,  cominciava a sentirsi a suo agio. Si rese conto che non erano poi così male le sue compagne. Nonostante l’avessero sempre esclusa e presa in giro, durante quel pomeriggio di tregua, si accorse di quanto fosse piacevole far parte di un gruppo, avere delle amiche.
Giulia, la padrona di casa, era la più carina; Antonella, migliore amica di Giulia, era la più vivace e sveglia; Clara, come già detto, era la più brillante e, a soli nove anni, era già convinta che, da grande, sarebbe diventata un chirurgo cardiovascolare di successo, proprio come suo padre.
All’inizio, avevano giocato a nascondino. Rosanna si era accorta che, durante la conta, le altre avevano barato affinché toccasse a lei “stare sotto”, ma non aveva detto nulla. Non voleva si arrabbiassero e, per non dare loro nessun motivo per riprendere a trattarla male, anche se, ad ogni turno, riusciva ad individuare ciascuna nel proprio nascondiglio, continuava a fingere di perdere.
Le altre non sospettarono minimamente che quella di Rosanna fosse solo una strategia per farsi benvolere. Pensarono semplicemente che era stupida e, dopo tre turni, annoiate, decisero di cambiare gioco.
– Che facciamo adesso? – Chiese Antonella.
– Giochiamo ad Amici!- propose Giulia.
– No, dai! È un gioco stupido e io non so ballare, né cantare.- Si oppose Clara.
– Invece è un’idea bellissima! – Disse Antonella. – Dai, dai, giochiamo.
– Ma a me non va!- brontolò Clara.
Rosanna, nel mentre le altre discutevano, non disse una sola parola. Non aveva mai giocato ad Amici, ma immaginava fosse una specie di gara di canto e ballo, come in quel programma che trasmettevano alla tv.
– Facciamo decidere a Rosanna! – Esclamò improvvisamente Giulia.
Rosanna rimase bloccata. Non sapeva ballare, non sapeva cantare ed avrebbe appoggiato Clara, ma… Clara era molto meno popolare di Giulia e Antonella ed era la loro opinione quella che davvero le stava a cuore, perciò, senza più nessuna esitazione, disse- Va bene. Giochiamo ad Amici!
Giulia e Antonella non si trattenero dall’emettere gridolini di gioia. – Brava Rosanna!
Clara, invece, la guardò in cagnesco, poi abbassò lo sguardo e si arrese- Ok, come volete voi. Chi comincia?
– Secondo me, dovrebbe cominciare Rosanna – disse Antonella. – Se avessimo continuato a giocare a nascondino, sicuramente starebbe ancora perdendo. Non trovate?
Tutte, ad eccezione di Rosanna, si scambiarono uno sguardo di intesa e scoppiarono a ridere.
Quando tornarono serie, Rosanna timidamente chiese- Cosa devo fare?
– Vai là- disse Giulia, indicando uno spazio nei pressi delle scale, libero dai vasi e dall’enorme tavolo, che occupava gran parte del porticato.
Rosanna raggiunse il punto indicatole.
– Allora- continuò Giulia – tu sei la concorrente e noi siamo i giudici. Forza, andiamo a sederci al tavolo.- disse rivolgendosi ad Antonella e a Clara.
Quando le tre si furono accomodate tutte sullo stesso lato, Giulia proseguì. – Adesso noi scegliamo una canzone. Tu ti esibisci, cioè canti e balli, e alla fine ognuna di noi ti dà un voto. Hai capito?
Rosanna fece un cenno d’assenso col capo.
– Che le facciamo cantare? – Chiese Antonella, rivolgendosi alle altre sedute al tavolo.
– Che ne dite del Ballo del qua qua?- propose Clara.
– Sì! Sì – esclamarono le altre due, emettendo i loro soliti gridolini di gioia.
Rosanna non disse nulla. Abbassò il capo e cominciò a stropicciarsi le mani, bilanciando il proprio peso prima su una gamba, poi sull’altra.
– Sei pronta? – Le chiesero.
Rosanna rimase ferma ancora un po’, poi trovò il coraggio per alzare la testa. – Per favore, Giulia, posso andare al bagno?
La stava trattenendo già da un tempo. Non aveva detto nulla per non interrompere il gioco, ma ormai non ce la faceva più. – Per favore… – Mormorò.
– No. – rispose a sorpresa Giulia. – Il programma è già cominciato. Potrai andare al bagno solo durante la pubblicità.
A quelle parole, Antonella e Clara applaudirono, ridendo forte.
– Vi prego..
– Facciamo così – propose Clara. – Canti e balli solo un pezzettino e, se ci piaci, ti lasciamo andare al bagno.
– Ma non ci riesco..
– Muoviti! Forza! Questo è il ballo del qua qua! Canta! E di un papero che sa…
Tutte insieme- Fare solo quando qua qua più qua qua qua…
Rosanna cominciò a muoversi piano, l’espressione distorta dallo sforzo di non farsela sotto. – Questo è il ballo del qua qua– canticchiò a stento, accompagnandosi con un goffo movimento di braccia. – Va bene così? Per favore, non ce la faccio più.
– Voi che dite, ragazze?- Antonella chiese, rivolgendosi alle altre.
– No.- disse Clara. – Per me non sei stata neanche accettabile.
– Per favore…- continuava a implorare Rosanna, contorcendosi con le mani premute sulla pancia.
– Guardatela! Sembra una scimmia!
– Balla scimmia!
– Sì, balla! Balla come nella canzone! Muoviti!
Giulia, Antonella e Clara erano in preda al delirio. Ridevano, urlavano cantavano- La scimmia nuda balla- e di nuovo ridevano a crepapelle.
Rosanna non ce la fece più a trattenerla. Il liquido caldo prese a scivolarle lungo le gambe. Ai suoi piedi si formò rapidamente una pozza simile a quelle che la pioggia formava nel giardino poco distante.
Le altre continuavano a ridere senza controllo. Neppure si accorsero che Rosanna,  con gli occhi bagnati quanto i pantaloni, aveva cominciato a cantare e a ballare – La folla grida un mantra, l’ evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla…
Quella canzone le piaceva e intimamente sperava che, se avesse finto di divertirsi, prima o poi l’avrebbero smessa di prenderla in giro.


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Il blocco delle interruzioni

Era brava a non farsi prendere dall’ansia. Che senso avrebbe fasciarmi la testa prima di rompermela? Pensava spesso. E se poi non me la rompo? Se anziché una botta mi arriva una carezza? Finirei col rimpiangere tutta quella garza e cerotto sprecati invano. 

Eppure, Olga si rese conto che, quel giorno, sarebbe stato davvero difficile prendere con filosofia il trascorrere del tempo, in attesa che le arrivasse la risposta. Perché quel giorno, appunto, era il giorno che da settimane aveva cerchiato di rosso sul calendario appeso in cucina. Il giorno in cui la segretaria le aveva assicurato la comunicazione dei risultati. 

Sarebbero arrivati tramite e-mail. Per questo, fin dal risveglio- aveva aperto gli occhi all’alba- non aveva mollato neppure per un attimo la presa sul cellulare. Qualunque notifica poteva significare l’arrivo del messaggio che stava aspettando.

Il primo messaggio le arrivò alle 7.28. Troppo presto, rifletté ed, in effetti era la solita immaginetta di buongiorno da parte di Cristina, che a tutte le ore, si sentiva in dovere di augurarle qualcosa. Buongiorno, buonasera, buonanotte, buon appetito alternati ad una serie di contenuti di poco contenuto, sintetizzati in catene di testo, immagini, video e file audio, di nessuna utilità e che Olga eliminava ogni volta con solerzia, perché non le si intasassero la memoria del telefono. 

Un nuovo trillo alle 7.42. Ancora troppo presto, ma controllò. La solita immaginetta di buongiorno da parte, stavolta, di Giovanna, che, proprio come Cristina, a tutte le ore, si sentiva in dovere di inviarle messaggi totalmente inutili. Ma, cacchio, qualche volta potreste anche chiedermi come stai.

Fino alle 9 fu un continuo squillare. Olga si apprestava a controllare e, nulla, solo stronzate. 

Verso mezzogiorno, le arrivarono quattro notifiche successive. Cristina, Giovanna, Giovanna, Cristina. Non l’e-mail che stava aspettando. Eccheppalle!

Quando il telefono squillò di nuovo, intorno alle dodici e mezza, il cuore le perse un battito. L’orario è ragionevole, sarà l’e-mail con i risultati. Di nuovo Cristina e i suoi messaggi spam. In questo, si raccontava della recente invenzione di un vaccino anticancro. Sì, perché il cancro è come l’influenza. Ma ‘sta ignorante! 

Di puro istinto, cliccò sulla rubrica, fece scorrere tutti i contatti e, dopo un breve istante nel quale si chiese se non era una decisione troppo avventata, fugò ogni dubbio. Le avrebbe bloccate entrambe. Niente più stronzate da parte di Cristina, niente più stronzate da parte di Giovanna.

Il cellulare tornò muto per un buon tempo che impiegò facendo biscotti. L’e-mail che aspettava le arrivò alle quattro del pomeriggio. Lamentiamo comunicarle che purtroppo gli esami hanno dato un esito negativo. Maggiori dettagli nel documento in allegato.

Pianse senza interruzione nessuna e di nessuno. Quando si sentì pronta per asciugarsi gli occhi, riprese il cellulare, aprì di nuovo la rubrica, fece scorrere tutti i contatti e sbloccò sia Cristina che Giovanna. Una stronzata qualunque era ciò di cui adesso aveva bisogno per tirarsi un po’ su.


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La storia di Teresa

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In paese, ne parlarono a lungo. Un sacco di chiacchiere, pettegolezzi, malelingue.
Di lei dissero che era una puttana, una poco di buono. Fu uno dei dettagli che più mi colpì. Perché Teresa era e resta una delle migliori persone che abbia mai conosciuto.

Cominciò a raccontarmi la sua storia, in capitoli della durata di mezz’ora, durante le pause pranzo che trascorrevamo insieme.
Lavoravamo nello stesso ufficio.
Lavorare, lavoro…Che parole grosse! Ci facevamo sfruttare fino al midollo da due manigoldi che avevano messo su una società di eventi, ben consapevoli che, prima o poi, senza neanche un grazie, ci avrebbero cacciate con un calcio in culo. Quella società, come avemmo poi modo di scoprire funzionava così: selezionava giovani “in prova”, li faceva lavorare per almeno un mese e scaduta la prova, li mandava a casa. Teresa ed altre due persone che facevano parte del mio gruppo di selezione, dopo il “mese di prova”, ricevettero, tramite e-mail una comunicazione secca, nella quale li si informava di non aver superato la prova. Io sola fui scelta per restare, ma perché ho sempre avuto un gran talento a sopportare senza mai protestare. Ho sempre pensato che i sacrifici alla lunga paghino. Quel sacrificio mi valse settecento euro in quattro mesi, dopodichè me ne andai. Sono brava a sopportare, non a vivere d’aria.

Si poteva uscire in pausa pranzo,  insieme ad un’altra persona, dall’una all’una e mezza o dall’una e mezza alle due. Io e Teresa decidemmo per caso di fare pausa insieme il primo giorno e da quel momento diventò un’abitudine.
Ciascuna con il proprio pranzo al sacco (io coi miei crackers, lei con i suoi profumatissimi panini con la frittata), andavamo a sederci su una panchina di piazza Scotti, quella da cui lo sguardo mi andava diretto alla farmacia del dr. Focaccia. Mi ricordo di questo dettaglio, perché focaccia era il soprannome che mi aveva affibiato un tizio con cui mi sentivo in quel periodo. Io lo chiamavo dolcetto.

Per me e Teresa, raccontarsi fu naturale e spontaneo. Eravamo entrambe piene di cicatrici invisibili. Eppure, non ci fu mai nulla di melodrammatico nei nostri racconti. Al di là del passato, ci piaceva raccontarci il futuro, i sogni. Teresa aveva una gran voglia di andarsene dall’Italia e, in seguito, se n’è andata davvero. Anch’io me ne sono andata. Ma sono certa che,  all’epoca, nessuna di noi due ci avrebbe scommesso.

Come dicevo, dopo un mese, Teresa venne mandata a casa. Finirono le nostre pause, finirono i nostri racconti. Della sua storia conoscevo ormai abbastanza, ma mi mancavano dei pezzi importanti.
Riuscì a raccontarmeli un anno dopo. Per un sacco di tempo, prese ciascuna dalla propria vita, non avevamo avuto modo di sentirci.

Mi contattò una sera di febbraio. Mi ricordo bene perché, da lì a pochi giorni, avrei compiuto trent’anni e mi sentivo parecchio depressa. L’avevo pensata spesso, spesso mi chiedevo cosa stesse facendo, come andava la sua vita.
Dopo quel messaggio, di quella sera di febbraio, ci incontrammo varie volte. Ci davamo appuntamento alla stazione termini, durante la settimana o, la domenica, ci organizzavamo per un giro a Porta Portese, una volta persino per una gita al mare.
Fu proprio durante quella gita che finì di raccontarmi la sua storia. Scoprii che Teresa aveva un tatuaggio sulla schiena, una scritta in un alfabeto strano. -È il nome di mio fratello in arabo.- mi disse.- Io e il suo migliore amico ce lo siamo tatuati per portarlo sempre addosso con noi.
E da lì, mi raccontò proprio tutto.

Passammo un’ottima giornata. Al rientro, al momento di salutarci, ci abbracciammo forte.
– Allora che farai?- mi chiese.- Scriverai la mia storia?
– Lo farò – le dissi. E le allungai la mano in segno di patto e promessa.