Le coccinelle volano


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Il freddo è freddo

lavrasfb24

Dicono che non faceva così freddo da più di quarant’anni.  Un freddo che, per me, in fin dei conti, sarebbe perfettamente tollerabile, una decina di gradi all’incirca, ma senza umidità e senza pioggia. Insomma, nulla di paragonabile ai gelidi inverni europei.
Ma il freddo è come la fame: se li hai sofferti una volta, li soffrirai sempre.
La suocera di una mia amica, ad esempio, ad ogni pasto, mangiava in maniera impressionante. – Io ho vissuto la guerra- diceva. E non importava quanti decenni fossero trascorsi da allora; non importava neppure che la guerra, in realtà, fosse finita quando lei aveva troppi pochi anni per riuscire a ricordarsene. Lei aveva maturato e continuava a provare una disperata paura di morire di fame.

Dicono che sia l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. Eppure, non nevica, non grandina, di notte non si ghiacciano le strade. Con un po’ di ardire e di coraggio (o forse solo con tanta povertà), qualcuno va persino in giro con i sandali e la magliettina a maniche corte.
A me, invece, è bastato provare un brivido, l’altro giorno, una leggera morsa al petto,  quella sensazione accantonata e ormai, esclusivamente, riservata ai rientri in italia, per convincermi a tirare giù dall’armadio il giubbottone imbottito.
– Amica, ma che devi andare a sciare?
Perché il mio giubbotto è decisamente eccessivo, appariscente, fuori luogo. Ma io ho vissuto e conosco gli inverni italiani. E non importa, né fa molta differenza, che io viva in Brasile da due anni; non m’importa neppure che non faccia così tanto freddo.
Il freddo è freddo e se ne hai sofferto una volta, se lo hai sofferto davvero, non te lo dimentichi.

 


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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Perdere la faccia

Sareste disposti a rinunciare al vostro nome, al vostro viso o al prodotto del vostro ingegno, pur di diventare famosi?

– Certo che è strano. Tutti scrivono per diventare famosi ed Elena Ferrante, che è riuscita a farsi leggere in tutto il mondo, non vuole che si scopra la sua vera identità.- Commentava una mia amica brasiliana, dopo aver concluso la lettura della tetralogia de “L’amica geniale”.
Difficile contraddirla.
In una società in cui ciascuno è votato e devoto al culto della propria persona, nonché tanti sono schiavi del desiderio di fama e affermazione- non importa attraverso quali mezzi, purché se ne parli, purché si faccia il mio nome- la scelta della Ferrante appare quantomeno anacronistica e singolare. Non entro nel merito. Se l’autrice vuole trincerarsi dietro uno pseudonimo, è un suo diritto, che nulla toglie e, a mio avviso, neanche nulla aggiunge al valore di quanto finora ha scritto.

Ma se è emblematico il caso di Elena Ferrante, che, con o per il successo, ha perso il proprio nome, altrettanto emblematico è quello di Maria Firmina Dos Reis, che, con  il successo, perse letteralmente la faccia.

Credo che in Italia in pochi la conoscano. Io stessa, fino a qualche settimana fa, non l’avevo mai sentita nominare.
Maria Firmina nacque nel 1825 in uno stato del nord-est brasiliano. A quel tempo, in Brasile, c’erano schiavi e signori; a quel tempo, le donne potevano leggere soltanto la bibbia; a quel tempo le donne non potevano né scrivere né pubblicare un libro. Ancor meno una donna come Maria Firmina che fu schiava, bastarda e negra (i due ultimi aggettivi, terrificanti in italiano, sono quelli che si leggono sulle pagine in portoghese dedicate alla scrittrice. Peraltro, in Brasile, riferirsi a qualcuno chiamandolo “negro” non costituisce un crimine razzista. Al contrario, ed è un paradosso rispetto alla consuetudine italiana, è considerato altamente disdicevole e razzista usare all’indirizzo di qualcuno l’aggettivo “preto”, che traduce in maniera letterale il colore “nero”).
Ma Maria Firmina, in quel tempo e a quelle condizioni, riuscì a cambiare le regole, a scrivere, a farsi pubblicare e ad imporsi nella memoria dei posteri come la prima romanziera brasiliana.
Una storia indubbiamente straordinaria la sua. Se non fosse per un dettaglio. Un dettaglio neppure poco considerevole.

Maria Firmina, come ho già scritto, era una schiava, era di colore. Eppure l’immagine che di lei è stata tramandata è completamente diversa.
Il volto che per oltre un secolo è stato associato al suo nome e alle sue opere e che ancora oggi, persino le riviste legate a gruppi attivisti e femministi continuano ad usare, non era affatto il suo, bensì quello di una certa Maria Benedita Borman, scrittrice gaucha, di origini tedesche, quindi bianca, nata e cresciuta in una famiglia di grande prestigio sociale e politico. Una donna che con Maria Firmina non aveva in comune assolutamente nulla, né per aspetto, né per origini e stile di vita.

Insomma, Maria Firmina riuscì a far valere il proprio talento, ma finì per essere ricordata con il viso di un’altra. Nello stesso tempo, il viso di Maria Benedita divenne senz’altro celebre, in quanto legato al nome di un’altra, ma le sue opere furono quasi completamente ignorate.
Ed è veramente difficile stabilire a chi delle due andò peggio.


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Cittadini del mondo

Li incontriamo nei pressi del banchetto dove si vendono le pizze fritte.
Adoro la pizza fritta. Mi ricorda la mia terra, la mia infanzia, le domeniche in cui si andava al mercato delle pulci ad Arzano, la puzza di olio bruciato che impestava l’aria nei pressi del furgoncino del venditore ambulante e mio padre che mi consigliava di aspettare a mordere, perché, se era troppo calda, il ripieno di pomodoro, misto a ricotta e mozzarella filante e incandescente, mi avrebbe ustionato il palato. E così era.
Ne ho avvistata una, appena arrivati, in mano ad una signora, bella, cicciotta, avvolta in una carta per alimenti marrone tutta ‘nzivat. La pizza, non la signora.
Loro sono proprio lì. Vocianti, festanti, che è impossibile non riconoscerli.
Altri italiani finora non ne ho notati. Anche se è la “Festa Italiana” e di sicuro in giro ce ne saranno tantissimi.
Luca si mette in fila per comprare due pizze, io mi avvicino.- Scusate, siete napoletani?
– Sì, perché?
– Pure io sono napoletana.
– Uà!- esclama Alberto.
Giovanni mi guarda. Ha un’espressione beffarda e sorniona -Però ce lo devi dire nella nostra lingua.
Sorrido. – Pur ij song e Napul’.
Alberto esulta di nuovo, Giovanni mi fa – Aspetta. Mi devi dare un’altra dimostrazione. Cantiamo insieme “Che bella cosa…
– …È na jurnata ‘e sol!
– Uè, paisà!
E ci abbracciamo.

Ci si abitua alla distanza, ai paesaggi diversi, alla natura e alle architetture che si stampano negli occhi, imprimendo allo sguardo una maniera diversa di concepire gli spazi; ci si abitua ad ingredienti e ricette mai pensati, al coraggio di sperimentare sapori di frutti dai nomi e dalle forme strane; e ci si abitua ad un nuovo modo di dire buongiorno e buona notte, ai baci sulle guance partendo da sinistra, e non da destra, che, se non fai attenzione, ti scappa un bacio sulle labbra.
Ma quando ti capita di incrociare qualcuno le cui parole fanno eco al suono dei tuoi pensieri (perché è inutile sforzarsi: il pensiero rimane in italiano), la naturalezza con cui ci si sente parte di qualcosa che va oltre un confine disegnato su una cartina, si stempera nell’entusiasmo di sentirsi altrettanto appartenente ad un luogo specifico e più delimitato, a quella porzione di mondo dove sai di aver lasciato le tue vere radici, perché quelle nuove, quelle che ogni giorno senti più sicure e forti, in fondo non sono altro che talee, generatesi dai rami che, con volontà e con forza, affondi nella nuova terra, per ricostituirti, per rinascere o semplicemente per rigenerare quelle parti di te che hai lasciato indietro e di cui sai che manchi.

“Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo”, diceva Socrate e potrei far mie le sue parole (pure perché non sono nata ad Atene, né ci sono mai stata). Ma forse Socrate non aveva viaggiato molto, poiché, se è sano e giusto, in ogni circostanza e luogo,  sentirsi cittadini del mondo, è altrettanto giusto avere ben presenti le proprie origini.
Più ci si allontana e più si ha bisogno di un luogo da ricordare, da rispettare, da amare. Di un luogo a cui poter e voler tornare.
A patto di non trascendere, dal senso di appartenenza, verso il campanilismo, atteggiamento che mi capitò di verificare l’anno scorso in una donna.
– Ah, sei napoletana?- mi aveva chiesto, dopo che ci eravamo riconosciute come italiane e fatte domande sulla reciproca provenienza.-  Ma di Napoli Napoli? Perché io, in realtà, non sono proprio napoletana, io sono della provincia di Salerno.
– Io sono di un paesino che dista trenta chilometri da Napoli- avevo precisato.
– Ah, e allora anche tu non sei napoletana originale!-aveva aggiunto, manco io avessi dei manici al posto delle braccia e Luigi Vuittone scritto in fronte.

Luca, nel frattempo, ha preso le pizze e mi raggiunge. Le note di Torna a Surriento, rimbalzano sui rami delle mangueiras che incorniciano la strada.
Giovanni è di Pollena, Alberto di Bagnoli e io sono di Cicciano. Ma qui a Belo Horizonte, siamo napoletani, siamo campani, siamo italiani, siamo europei.
Insomma, siamo cittadini del mondo.


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?