Le coccinelle volano


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Fetentoni

Continua a ridere, stringendo i fogli che le ho dato.
– Sai che potresti scriverci un racconto?

Capitolo primo- Quei fetentoni della loja Saraiva. 

Sono circondata da una distesa infinita di libri e dischi. A sinistra, c’è un tavolo su cui sono esposti modelli avanzatissimi di telefoni cellulari ed uno strano cliente gioca a farsi  selfie buffi con ognuno di essi. Non mancano computer, zainetti ed accessori vari.
Sto cercando tre cartucce per la mia stampante che, alle sette del mattino (e aveva pure un po’ ragione), quando i documenti erano tutti belli e pronti, ha deciso di non funzionare. Magenta, giallo e nero. Il ciano no. C’ho tanto di quel ciano che potrei stamparci l’oceano Atlantico.
I negozi brasiliani abbondano di commessi. Non fai in tempo ad avvicinarti ad una vetrina, che ti tirano dentro e ti scippano le scarpe dai piedi, pur di fartene provare e comprare delle nuove. Anche qui, di commessi, ce ne sono almeno venticinque, ma nessuno si degna di guardarmi e, quando si degna, ha uno sguardo eloquente che dice “non chiedere a me, perché stamattina mi sono svegliato scazzato.”
E allora non chiedo. Me ne resto lì impalata al centro del locale, tentando di imparare a memoria la sequenza di nomi di scrittori tatuata sul soffitto. E ogni tanto canticchio, soprattutto quando Florence Welch, in filodiffusione, comincia a lamentarsi che “Oh oh oh oh! I think I’m breaking down again.”
Una ragazza finalmente mi si avvicina.
– Buongiorno, serve aiuto?
– Sì grazie!- rispondo, rinfrancata dopo tanta indifferenza.- Mi servono delle cartucce per la stampante. Ma i Florence+TheMachine hanno fatto un disco nuovo?
La ragazza ignora totalmente la mia domanda e mi chiede- Hai una HP, vero?
– No, ho una Epson. È un problema?
La ragazza si allontana di poco e, rivolgendosi al commesso, che io avevo scambiato per un cliente, che, nel frattempo, ancora gioca a fare le facce buffe con i cellulari in esposizione- Abbiamo le cartucce di ricambio per le stampanti Epson?
Il commesso che sembra un cliente, senza neppure alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare con cui si sta scattando un altro selfie e puntando il braccio sinistro in una direzione a caso, le fa- Vedi in quello scaffale.
La ragazza si dirige verso uno scaffale. Io le sto alle calcagna. – Qual è il modello?
Le dico il modello.
– Quali colori ti servono?
– Magenta, giallo e nero.
– Ciano, no?
– Ah, no! Ho tanto di quel ciano che potrei stamparci tutto il cielo.
La ragazza prende tre cartucce (a caso, ma in quel momento non ci faccio caso), le libera dalla scatolina protettiva e me le porge.- Puoi pagare direttamente in cassa.
Compro le cartucce e tutta felice me ne torno a casa.

Capitolo due- Quella fetente della mia stampante

-L’inchiostro te l’ho dato. ‘A luce nun te manca. Il coperchio te l’ho messo, ‘o manico d’a spillatrice ca te deva fastidio te l’aggio spustato. ‘O buttone ‘e ll’accensione te l’aggio premmuto. ‘O programma e chitemmuort te l’aggio miso… Che cazz t’manca?!E dice ca nun vuo’ faticà!*
Cartucce non compatibili. Sostituire.
– Ma vafancul!

*Liberamente, ma non troppo, ispirata a “Così parlò Bellavista”- scena della lavastoviglie

Capitolo terzo-  Quei fetentoni dell’Avenida do Contorno. In particolare, l’uccello

Manca poco alla lezione e devo muovermi a stampare i documenti. Li carico su una pen drive e vado diretta alla cartoleria di fronte casa.
– Che ti serve?
– Devo stampare.- porgo la pennetta, il ragazzo la inserisce nel computer. – Eccoli, i due file word. Due copie di ciascuno.
– Ok.
Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. Niente. La stampante non stampa.
– Scusami. Penso si sia rotta la stampante.
– Che cosa?!
– Eh sì. Non funziona più. Puoi ripassare tra un’ora?
Mi riprendo la pen drive e me ne vado. Tanto, di sicuro, sull’Avenida do Contorno lo troverò qualcuno che mi stampa i documenti.
E infatti trovo un negozio di articoli da ufficio.
– Salve, potreste stamparmi due documenti?
– No, non facciamo questo tipo di cose.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo.
Da lontano, vedo un’edicola. Un cartello recita: “FOTOCOPIE E PLASTIFICAZIONE DI DOCUMENTI”. Magari, fanno pure le stampe…
– Scusi, mi può stampare due documenti?
– Ah, no. Non le faccio certe cose. Ma ad un paio di chilometri da qui, più o meno da dove sei venuta, c’è una cartoleria.
– Eh, lo so.- È quella a cui si è rotta la stampante.
Ringrazio, saluto, me ne vado e non mi arrendo. Qualcuno disposto a stamparmi i documenti prima o poi lo troverò.
Ed è proprio quando mi sembra di aver visto l’insegna di un’altra cartoleria che accade.
Potrei scambiarlo per un chicco di grandine, potrei pensare ad un frutto, ad una suggestione. Ma la verità è che capisco subito di cosa si tratta.
Merda!
Un uccello mi ha cacato in testa!
Prendo un fazzoletto e me lo passo tra i capelli. Mamma mia, che schifo! Ma che si era mangiato? Per fortuna che ho un po’ di ricrescita e che l’uccello aveva la diarrea, così almeno non si nota.
O si nota?

Epilogo

Alla fine, ieri i documenti li ho stampati e, seppure con i capelli smerdolati, sono riuscita a fare lezione.
Tra un po’ rivado alla loja Saraiva. Devono sostituirmi le cartucce. Devono. In fondo è tutta colpa loro.

PS: colonna sonora “Breaking down”- Florence+TheMachine


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Cittadini del mondo

Li incontriamo nei pressi del banchetto dove si vendono le pizze fritte.
Adoro la pizza fritta. Mi ricorda la mia terra, la mia infanzia, le domeniche in cui si andava al mercato delle pulci ad Arzano, la puzza di olio bruciato che impestava l’aria nei pressi del furgoncino del venditore ambulante e mio padre che mi consigliava di aspettare a mordere, perché, se era troppo calda, il ripieno di pomodoro, misto a ricotta e mozzarella filante e incandescente, mi avrebbe ustionato il palato. E così era.
Ne ho avvistata una, appena arrivati, in mano ad una signora, bella, cicciotta, avvolta in una carta per alimenti marrone tutta ‘nzivat. La pizza, non la signora.
Loro sono proprio lì. Vocianti, festanti, che è impossibile non riconoscerli.
Altri italiani finora non ne ho notati. Anche se è la “Festa Italiana” e di sicuro in giro ce ne saranno tantissimi.
Luca si mette in fila per comprare due pizze, io mi avvicino.- Scusate, siete napoletani?
– Sì, perché?
– Pure io sono napoletana.
– Uà!- esclama Alberto.
Giovanni mi guarda. Ha un’espressione beffarda e sorniona -Però ce lo devi dire nella nostra lingua.
Sorrido. – Pur ij song e Napul’.
Alberto esulta di nuovo, Giovanni mi fa – Aspetta. Mi devi dare un’altra dimostrazione. Cantiamo insieme “Che bella cosa…
– …È na jurnata ‘e sol!
– Uè, paisà!
E ci abbracciamo.

Ci si abitua alla distanza, ai paesaggi diversi, alla natura e alle architetture che si stampano negli occhi, imprimendo allo sguardo una maniera diversa di concepire gli spazi; ci si abitua ad ingredienti e ricette mai pensati, al coraggio di sperimentare sapori di frutti dai nomi e dalle forme strane; e ci si abitua ad un nuovo modo di dire buongiorno e buona notte, ai baci sulle guance partendo da sinistra, e non da destra, che, se non fai attenzione, ti scappa un bacio sulle labbra.
Ma quando ti capita di incrociare qualcuno le cui parole fanno eco al suono dei tuoi pensieri (perché è inutile sforzarsi: il pensiero rimane in italiano), la naturalezza con cui ci si sente parte di qualcosa che va oltre un confine disegnato su una cartina, si stempera nell’entusiasmo di sentirsi altrettanto appartenente ad un luogo specifico e più delimitato, a quella porzione di mondo dove sai di aver lasciato le tue vere radici, perché quelle nuove, quelle che ogni giorno senti più sicure e forti, in fondo non sono altro che talee, generatesi dai rami che, con volontà e con forza, affondi nella nuova terra, per ricostituirti, per rinascere o semplicemente per rigenerare quelle parti di te che hai lasciato indietro e di cui sai che manchi.

“Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo”, diceva Socrate e potrei far mie le sue parole (pure perché non sono nata ad Atene, né ci sono mai stata). Ma forse Socrate non aveva viaggiato molto, poiché, se è sano e giusto, in ogni circostanza e luogo,  sentirsi cittadini del mondo, è altrettanto giusto avere ben presenti le proprie origini.
Più ci si allontana e più si ha bisogno di un luogo da ricordare, da rispettare, da amare. Di un luogo a cui poter e voler tornare.
A patto di non trascendere, dal senso di appartenenza, verso il campanilismo, atteggiamento che mi capitò di verificare l’anno scorso in una donna.
– Ah, sei napoletana?- mi aveva chiesto, dopo che ci eravamo riconosciute come italiane e fatte domande sulla reciproca provenienza.-  Ma di Napoli Napoli? Perché io, in realtà, non sono proprio napoletana, io sono della provincia di Salerno.
– Io sono di un paesino che dista trenta chilometri da Napoli- avevo precisato.
– Ah, e allora anche tu non sei napoletana originale!-aveva aggiunto, manco io avessi dei manici al posto delle braccia e Luigi Vuittone scritto in fronte.

Luca, nel frattempo, ha preso le pizze e mi raggiunge. Le note di Torna a Surriento, rimbalzano sui rami delle mangueiras che incorniciano la strada.
Giovanni è di Pollena, Alberto di Bagnoli e io sono di Cicciano. Ma qui a Belo Horizonte, siamo napoletani, siamo campani, siamo italiani, siamo europei.
Insomma, siamo cittadini del mondo.


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Hilda e Freud

Hilda non riusciva più a scrivere.
Le parole, a cui sempre aveva affidato il senso dei propri pensieri e di se stessa, le facevano brutti scherzi. Si nascondevano, mancavano e, quando tornavano, lo facevano in sequele prive di logica o conseguenza. Le restavano soltanto quelle più semplici, appena in grado di esprimere concetti funzionali e banali. Nient’altro.
E questo la rendeva infelice.
Ma l’incapacità di scrivere era davvero da intendersi come causa della sua infelicità? O non era forse, a sua volta, un effetto, un sintomo, di un turbamento e di un malessere ben maggiore?
Hilda riempie il palco, muovendosi da un canto all’altro in preda alle sue nevrosi. Sullo sfondo uno schermo proietta immagini di fondali marini e meduse. Le note di una musica dolce si mescolano al buio e mi accarezzano le palpebre, nel mentre la poltrona mi solletica la schiena.
No, non adesso, penso.
Perché il meglio arriva e passa sempre quando si tengono gli occhi chiusi ed io lo so, perché mi addormento sempre sul più bello.
Mi riscuoto e mi concentro. Quanto tempo è passato? Adesso c’è un uomo sul palco. Dev’essere Freud. Ma sullo schermo, sullo sfondo, ancora passano quelle immagini di meduse e la musica…
Com’è rilassante, penso, soffocando uno sbadiglio. Ma non devo dormire. Il meglio arriva e passa sempre quando tengo gli occhi chiusi.
Mi riscuoto e mi riconcentro. La platea è scossa da un risolino. Sul palco adesso ci sono entrambi, Hilda e Freud.
Ecco, questa dev’essere la parte più importante. Non posso più addormentarmi!
Ma è un pensiero cosciente che dura giusto il tempo di prendermi un colpo, quando le luci si accendono e la folla sbotta in un applauso fragoroso.
– No! Ma è finito? Non può essere! Di già? Ma io non ho capito niente!
– Tranquilla, non ti sei persa granché.
Perché non tutto il meglio arriva e passa quando si tengono gli occhi chiusi. A volte ciò che ci siamo persi era semplicemente noioso o irrilevante. Tanto vale, aver tirato un pisolino.

“Almeno io ho i fiori di me stessa,
e i miei pensieri, nessun dio
me li può prendere;
ho la passione di me stessa come presenza
e il mio spirito per luce;
e il mio spirito con la sua perdita
lo sa;
sebbene sia piccola sullo sfondo nero,
piccola sullo sfondo delle rocce senza forma,
l’inferno si deve spaccare prima che io sia perduta;
prima che io sia perduta,
l’inferno si deve aprire come una rosa rossa” […]
Euridice, Hilda Doolittle (1886-1961)


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Il vincitore

– Signore, abbiamo perso tutto al gioco.
– Tutto?
– Tutto tranne una cosa.
– Cosa?
– La voglia di tornare a giocare.
Questo quadro, esposto in una mostra visitata alcuni giorni fa (Los Carpinteros,  CCBB, Belo Horizonte), mi ha fatto tornare in mente quando, l’anno scorso, durante un corso di scrittura creativa, uno degli esercizi proposti fu il seguente: Scrivi una storia partendo dall’aneddoto di Checov, «Un uomo, a Montecarlo, va al Casinò, vince un milione, torna a casa, si suicida». Soltanto in quattro (eravamo una decina di partecipanti) provammo a cimentarci. Fu particolare che, di quei quattro, ben tre persone scrissero storie d’amore. L’uomo, al rientro dal Casinò, si suicidava, nonostante avesse vinto un milione, perché scopriva di aver perso l’amore della sua vita (in un caso lei era morta, nell’altro l’aveva lasciato per il suo migliore amico, in un altro ancora lui semplicemente non aveva un amore con cui condividere il denaro e decideva di farla finita). Strano, eh?
A me venne in mente qualcosa di completamente differente. Cosa poteva aver spinto un uomo che aveva appena vinto un milione a suicidarsi? Immaginai un individuo totalmente pazzo, fuori controllo. Insomma, l’idea che si fosse suicidato per amore, proprio non mi sfiorò, anche se, rileggendola, mi rendo conto che anche la mia, in fondo, è una storia d’amore. Una storia d’estremo amor proprio.

Il vincitore

Che stronzi! Fintanto che me ne sono stato seduto a quel tavolo, quanto mi sono divertito a vederli rodere. Un manipolo di perdenti invidiosi, che avrebbero venduto l’anima pur di avere un po’ della mia sorte. Me lo sentivo addosso tutto il calore della rabbia che i loro occhi mi sputavano addosso. Una mossa dopo l’altra, ho distrutto la loro autostima, rendendomi la persona che più odiano al mondo e, nello stesso tempo, quella che più vorrebbero essere.
Anche voi siete invidiosi di me, giusto? Che idioti! Credete che la felicità stia in questo sacco di denaro? A me non fotte un cacchio di questi soldi. Posso strapparli, bruciarli e poi pisciarci sopra.
Perché io non sono un idiota. Per me l’importante è sempre stato vincere. Io sono un vincitore ed ho vinto anche stavolta. Nessuno è mai riuscito a battermi. E sapete perché? Perché ho sempre pensato di non aver nulla da perdere, eccetto la vita. Solo la morte potrebbe sconfiggerimi. Ma io sono furbo. Io non me ne starò qui ad aspettare, implorando una goccia in più di vita, quando lei mi coglierà di sorpresa. E’ il motivo per cui non esiterò oltre a premere il grilletto di questa fottuta pistola.
Io non sono come loro. Io non sono come voi. Io sono un vincitore. E in qualità di autentico vincitore, sono io che decido come e quando perdere.


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Malgrado l’e-book

“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.” Diego De Silva

Si matura una certa boria nell’essere felici. Come se il fatto stesso di esserlo, valga come diritto ad esserlo. Ma la felicita non è mai un diritto, né un dono. È un presente in quanto sensazione attuale, il cui impatto si amplifica in base a quanto è stata decisiva in senso contrario, quindi negativa, la sensazione precedente, quella passata. Insomma, la felicità si conquista, si merita, si guadagna. E si preserva. Non è come la fortuna che, invece, coglie a casaccio. 

Me li ricordo quei giorni. Me li ricordo bene. Tutti uguali, tutti freddi. Io mi ricordo di ciascuno di quei giorni infelici. Mi ricordo di me, quando, a sera, buttata come uno straccio su un sedile a caso, fissavo, al di là del vetro, il buio decorato, secondo il caso, da pioggia, vento, alberi spogli e luci di case lontane, che sfilava correndo fuori dal treno. Quando il treno passava. Perché spesso il treno non passava per ore e tutto quel buio, anziché vederlo sfilare, ero costretta a indossarlo.

Ogni tanto, trovavo compagnia, qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, l’amica o l’amico di treno stanco quanto me, lo studente pieno di sogni svegli, in contrasto coi miei sogni ormai tutti addormentati, l’impiegato statale nauseato dal sistema. Insomma, una compagnia che facesse il pari con la mia infelicità a volte la trovavo. Ma il più delle volte, ero sola. 

Ricordo il rumore di fondo di ingranaggi usurati e di voci usurpate ad un chiacchiericcio banale e irritante. Ricordo la fame, il sonno e la voglia di tornare a casa, non importa a che ora, non importa che non ci fosse nessuno ad aspettarmi. La sensazione e la constatazione che niente andasse bene. Niente.

Possibile che fosse tutto così brutto? No, ovviamente. Qualcosa di bello c’era. Ma poco.

In mezzo a quel poco, c’erano i libri e le parole di Diego De Silva. Cominciai a leggere “Sono contrario alle emozioni”, oltre che per il titolo, soprattutto perchè mi ero convinta che l’autore, dato il nome, fosse sudamericano e perciò allegro. Poi, leggendo, scoprii che era delle mie parti. Poi mi piacque così tanto che lessi tutti gli altri suoi libri pubblicati fino a quel momento.

Era l’inverno del 2013. Qualche mese dopo, a pochi giorni dall’inizio della privamera, De Silva presentò “Mancarsi” al festival Libri Come, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Arrivai prestissimo e mi piazzai in prima fila. Insieme a me, tante altre donne, tutte cariche di libri da farsi autografare. Io non ne avevo, io leggo in maggioranza e-book. Ma l’autografo a De Silva lo chiesi lo stesso, sulla mia agenda. E in mezzo ai fogli sporcati con i miei pensieri, lui scrisse: “A Maria Pia, malgrado l’e-book”.

Era il 17 marzo del 2013 e facebook ieri me lo ha ricordato. Mi sarei limitata a sorriderne e a tenermi per me quel ricordo. Ma ieri è stato un giorno altrettanto felice e memorabile. (E ci sta che la felicità non cade a casaccio, ma, come il compleanno, cade sempre nello stesso giorno.)

In questi due anni in Brasile, con visto temporaneo, ho sempre inconsciamente nutrito il terrore di dover o essere costretta a tornare indietro.

Si matura una sorta di presunzione quando si è felici. Ci si sente invincibili, intoccabili. Ma la felicità non è invincibile e non dura in eterno. Lo sa bene chi non è sempre stato felice. E, quindi, la paura di dover tornare indietro, a quel tempo (e a quei luoghi) in cui ero tanto infelice, è sempre stata forte. Ma da ieri, questo adorabile paese mi ha concesso di restare qui permanentemente, per sempre, se lo voglio. E giuro che, se all’epoca in cui leggevo i libri di De Silva, avessi solo immaginato che, di lì a quattro anni, avrei maturato il diritto di vivere illimitatamente in un paese bello, caldo, allegro e senza troppi treni, mi sarei detta che era meglio per me smettere di leggere, perché troppi romanzi potevano farmi male alla salute mentale.

Ma la vita può riservare sorprese migliori di quelle che riserva la letteratura.


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Bestsellers

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Incoraggiata dal successo di romanzi nel cui titolo figura il nome comune di un parente- cito ad esempio “Mia sorella è una foca monaca”, “Mia madre non mi ha mai spazzolato i capelli”, “Mia suocera beve” etc.- ho deciso di avvalermi delle mirabolanti avventure della mia famiglia per elaborare altrettanti titoli di altrettante storie di altrettanto impatto.

MIA MADRE POTEVA ESSERE LA CANTANTE DEI ROXETTE
Trama: La  madre della protagonista è nata il 30/05/1958 esattamente come la cantante dei Roxette. La protagonista, invidiosa, un giorno si mette a spulciare su Wikipedia, alla ricerca  di un’eventuale celebrity con cui condividere i natali. Quando scopre che, in effetti, ha il compleanno in comune con una persona nota e che quella persona è Paris Hilton, la protagonista rimane così impressionata, da cadere in uno stato di profonda deficienza. Si salverà grazie all’intervento di un impiegato dell’anagrafe che, mosso a pietà, manometterà il certificato di nascita, cambiando l’anno e riducendole l’età di un decennio.

MIO FRATELLO NON SA CANTARE
Trama: All’età di 14 anni, durante una sera d’estate, la protagonista decise di chiudere suo fratello fuori al balcone,  minacciandolo di non farlo rientrare, finché non avesse cantato ad alta voce il ritornello di Don’t look back in anger degli Oasis (quello che fa: soooo seellliiiiii kiiiiiiiid vuueeeeiiiiii!!!!!!!!). I balconi di casa della protagonista, però, affacciavano sulla piazza del paese, che a quell’ora era affollatissima. Tra le tante persone, seduto su una panchina, c’era pure un ragazzo che le piaceva, il quale per tutto il tempo tenne lo sguardo puntato in alto, a guardare il fratello della protagonista in ginocchio che strepitava, mentre lei, da dietro ai vetri, si atteggiava a direttore d’orchestra. Il ragazzo che le piaceva si mise con un’altra e la protagonista rimase single per molti, molti altri anni ancora.

MIA ZIA CONTRABBANDAVA MUTANDE COL BUCO
Trama: La protagonista ha una zia che ha vissuto parte della giovinezza in America e che, in virtù di questo, ha un armadio pieno di vestiti megagalattici. Infatti, per il Carnevale del 1996, si rivolge alla zia, affinché le presti quella tutina aderente color argento, che le aveva visto addosso durante l’ultima edizione della festa del paese e che faceva tanto effetto apollo 13. La zia, però, nasconde un atroce segreto. Stipate in uno scatolone in soffitta, conserva un mucchio di mutande. Quando la protagonista lo scopre, la invita ad usarle o, almeno, a regalarle. “Non posso. Hanno il buco!” rivela la zia. Riuscirà la nostra protagonista a capire il motivo che aveva spinto la zia a sottrarre un mucchio di inutili mutande americane dalla fabbrica in cui aveva lavorato da giovane?

MIO CUGINO ODIA I CUCUZZIELLI, MA VA PAZZO PER LE ZUCCHINE
Trama: Un giorno che gli zii della protagonista avevano da fare, accompagnano il cuginetto  a casa sua, affinché vi trascorra la giornata e si trattenga anche a pranzo. La mamma della protagonista  prepara, per secondo, la frittata di zucchine. “Peppi’, a zia, ti piacciono le zucchine?” E il cuginetto Peppino, dopo averle assaggiate, proclama che adora le zucchine. Rientrato a casa, gli zii della protagonista chiedono al cuginetto Peppino cosa avesse mangiato e Peppino estaticamente descrive la bontà della frittata di zucchine. Lo zio della protagonista rimane decisamente perplesso. “Peppi’, ma lo sai che cosa sono le zucchine? Le zucchine sono i cucuzzielli! E a te i cucuzzielli non ti sono mai piaciuti!” Sarà compito della protagonista capire gli effetti che questa rivelazione ha avuto sull’alimentazione del cugino Peppino che, a onor di cronaca, da allora non si è mai più trattenuto a pranzo a casa della protagonista, se non accompagnato dai genitori.


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L’occhio di vetro di mio nonno 

Mi è sempre piaciuto il sapore delle lacrime. I miei dolori duravano fintanto che una lacrima raggiungesse la mia bocca. Quando passavo la lingua e sentivo il sale, dimenticavo il dolore.  Le lacrime salavano la mia sofferenza con il loro mistero.

Credo che le lacrime siano piene di cose da dire. Abitano dentro di noi e alleviano i dolori che pure abitano dentro di noi. Non so perché non riescono a curare il male prima che il male faccia male. Ma basta parlare di lacrime. Piangere stanca! Dopo molte lacrime è necessario dormire un lungo sonno. 

Io adesso non voglio dormire. Le mie tristezze sono mature. Solo le tristezze acerbe, verdi, hanno bisogno di acqua per crescere. Non so di che colore siano le tristezze mature. Devono essere trasparenti.

Bartolomeu Campos De Queirós, O olho de vidro do meu avô 


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Desafio

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– Come hai fatto?
Ho tentato. L’unica risposta valida è questa.
Del resto, anch’io ancora mi chiedo come ho fatto, esattamente come me lo sono chiesta il primo giorno, quando la responsabile mi ha aperto le porte,  consentendomi di accedere a quel patrimonio meraviglioso di storia, letteratura e magia dell’Academia Mineira de Letras.
– Mi ricordo il tuo nome. Sei stata l’ultima ad essere selezionata.
Un paio di mesi fa, mi capitò di imbattermi casualmente in un bando di partecipazione ad un’officina di creazione letteraria, amministrata dalla scrittrice Branca Maria De Paula.
Premessa. Ho imparato e continuo ogni giorno ad imparare il portoghese da sola. È un processo lento, sicuramente più difficile di quanto lo sarebbe prendere lezioni da qualcuno che il portoghese lo conosce davvero. Ma è di gran lunga più divertente e poi è una soddisfazione immensa sentirsi dire: “Solo un anno? Ma tu parli benissimo!”. Come tutte quelle cose che, conquistate esclusivamente per meriti propri, hanno un valore ben più alto.
Scrivere il portoghese, però, non è come parlarlo. Ci sono un sacco di accenti in più e un sacco di letterine strane e, in fondo, a parte alcuni scambi di convenevoli tramite messaggio, con provvidenziale supporto del correttore automatico, non è che mi fossero capitate grandi occasioni di scrivere in portoghese. Un’officina di creazione letteraria sarebbe stata l’incentivo giusto per superare l’empasse e cominciare seriamente a cimentarmi.
Compilai il modulo di iscrizione (nome, cognome, data di nascita, indirizzo, perché vuoi partecipare, indica tre libri di tua preferenza) e aspettai a dita incrociate l’esito della selezione. Ah, ovviamente, non essendo richiesto, mi ero guardata bene dal menzionare il fatto di essere straniera e di non aver mai scritto nulla in portoghese. Perché autosabotarmi?
Tra le circa cento domande di partecipazione ricevute, la mia è stata accolta. Per ultima, come non è stato mancato di notificarmi, ma che differenza fa? Entrare in una rosa di quindici persone, su un centinaio di candidati, è comunque motivo d’orgoglio.
Venti ore di corso, suddivise in dieci martedì, dalle sedici alle diciotto.
Ieri, l’ultimo incontro.
Tante nuove idee,  tanto entusiasmo e, soprattutto, tanti nuovi e cari amici.
Ho imparato a scrivere in portoghese nel frattempo? Ovviamente ancora no o, almeno, non ai livelli di Paulo Coelho.
Di errori ne ho fatti tanti, l’uso dei verbi e dei pronomi ancora è improntato sul metodo a casaccio, ma, anche nei momenti in cui mi chiedevo se stavo rubando il posto a qualcuno che sarebbe stato più meritevole o qualificato di me, non ho mai dato spazio ai non posso, ai non lo so fare, ai non ne sono capace.
“Nella lotta tra te stesso e il mondo, appoggia il mondo.” diceva Kafka. E sono d’accordo, ma è un pensiero la cui validità dipende dal tipo di lotta, perché, a prescindere, io sono dell’idea che è sempre meglio appoggiare e credere prima di tutto in se stessi.


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Tag senza regole

Il primo a farlo fu mio fratello che, per l’occasione, scelse una foto in cui stavo brutta che più brutta non si può. Poi cominciò mia madre, con i pellegrinaggi alle madonne, con le le patate al forno e qualche foto in cui si sentiva molto fashion. L’ultima fu un’amica di mia madre che invece mi riempiva la bacheca con un giochino per il quale io le trovavo la soluzione e lei, che grazie a me vinceva, si scroccava le pizze dalle persone con cui aveva scommesso. Per disperazione, inserii il controllo dei tag, il blocco della bacheca e buonanotte.
Tutto questo per dire che con i tag non ho un rapporto proprio felice.
L’eccezione di questo post è dovuta a Giulia autrice di un blog davvero molto carino e pieno di creatività, la quale gentilmente, mi ha menzionata, invitata e taggata a partecipare a questo tag.
Spero non ci rimanga male se non seguirò alla lettera tutte le regole. Lo so, posso sembrare una puzzona e probabilmente lo sono, ma di ultimo ho troppe regole con cui fare i conti e la possibilità di infrangerne alcune, soprattutto in uno spazio autarchico quale può essere un blog, mi offre una personale possibilità di rivincita.
Detto ciò, di seguito le mie risposte alle domande che mi sono state poste.

Qual è la cosa (oggetto, libro, colore, canzone ecc…) che più ti rappresenta? Non credo ci sia qualcosa in grado di rappresentarmi, ma se fossi un oggetto, sarei sicuramente un paio di occhiali da sole, se fossi un colore, sarei il turchese, se fossi una canzone sarei Black eyed dei Placebo e se fossi un disco sarei Different Class dei Pulp.
Se la tua vita fosse un film quale sarebbe o quale vuoi che sia? La mia vita sotto molti aspetti E’ un film. Spero solo che, alla fine, non si qualifichi come horror.
Meglio una serie tv o un film? Fino ad un anno fa, l’unica serie che avevo seguito per intero era Dawson’s creek, poi ho cominciato a guardarne un sacco doppiate e sottotitolate in portoghese per riuscire ad imparare la lingua. Comunque sia, continuo a preferire i film.
La situazione più strana in cui ti sei trovata quale è stata? L’anno scorso, quando ero in Brasile da poco più di un mese e quindi ancora non capivo niente, pensando di partecipare ad un evento molto esclusivo in biblioteca, mi sono ritrovata alla proiezione di un film sulla dittatura brasiliana, per ciechi, quindi con descrizione audiovisiva e della durata di tre ore e mezza. Roba che manco Fantozzi!
E la situazione più divertente? Mi viene in mente l’ultima. Appesa su un sentiero di montagna, nel mentre il gruppo tentava ardimentosamente di tornare a valle camminando in fila indiana, in prossimità di un dislivello piuttosto alto, il ragazzo che mi precedeva molto gentilmente si è offerto di darmi una mano per non farmi scivolare. Non brillo certo per doti atletiche, ma non mi va di ammetterlo perciò, per fare la splendida, ho declinato l’invito, pure con un certo orgoglio. E giustamente non solo sono caduta, ma mi sono letteralmente incastrata in un fosso e, prima di uscirne, ho dovuto aspettare che tutti, me compresa, smettessero di ridere per aiutarmi.
Cosa porteresti con te su un’isola deserta? Gli occhiali da sole.
Qual è la citazione che più ti rispecchia? “Lo so io sono così….sono impossibile da dimenticare, ma difficile da ricordare ” Kirsten Dunst -Elizabethtown
Il tuo genere letterario preferito? Non ho un genere preferito. Sono una lettrice schizofrenica e incoerente.
Se dovessi partire per un viaggio molto lungo senza sapere se e quando tornerai e potessi salutare solo 5 persone, chi sceglieresti? Nessuno in particolare. Manderei un bacione circolare a tutti, tipo Concetta Mobili.
Dimmi cinque cose che vorresti cambiare nel mondo. Me ne basterebbe una. Mi piacerebbe se non esistessero più le stagioni, non solo le mezze, ma pure quelle intere, cioè io farei a meno volentieri dell’autunno, dell’inverno e della primavera e vivrei in un’estate perenne.
Dimmi cinque cose che odi. Odio le urla, perdere le cose, che fai di bello?, gli aghi nelle vene e i pregiudizi di ogni tipo.
Undici cose a piacere su di me
– A vent’anni ho cambiato nome;
– Il mio piatto preferito è la pastina col formaggino;
– Sono sette anni che ho ventotto anni;
– Vorrei poter adottare un cane della prateria;
– Ho toccato un braccio a Brian Molto;
– Riesco a tirarmi su di morale autoraccontandomi storie stupide;
– In una gara di io ballo da sola potrei concorrere per il primo premio;
– Ho sempre sognato di vivere in una città il cui nome cominciasse per B. Le opzioni preferite erano Berlino e Bologna, poi sono finita a Belo Horizonte;
– Nella mia prossima vita sarò una rockstar;
– Sono nata nello stesso giorno e nello stesso anno di Paris Hilton. Praticamente siamo state separate alla nascita;
Penso che praticamente sia bella la gente insana di mente.

Ora, se avessi seguito le regole, dovrei taggare undici blogger che abbiano meno di duecento followers. Ma io non ho seguito le regole, sebbene una decina di blogger/blog che mi piacciono tanto e che quindi taggherei ci sono eccome. In realtà, anche di più. E spero che i diretti interessati lo sappiamo anche se non li menziono e non li taggo esplicitamente.
Settimana scorsa, ben due persone mi hanno fatto notare che sono troppo discreta, che dovrei chiedere di più e smetterla di temere di dare fastidio, perché gli altri, in realtà, non vedono l’ora di essermi di aiuto. Mi sto impegnando a farlo, nel privato, ma con il blog, con persone che conosco solo di nick e di lettura, per il momento non ci riesco.
Ciononostante, se avessi seguito le regole e avessi taggato undici blogger/blog, sono queste le undici domande che mi sarebbe piaciuto rivolgere loro.

1) Sei felice?
2) Se dovessi rinascere supereroe, quale saresti?
3) Vivi più di testa o di cuore?
4) Di quale scrittore vorresti possedere il genio?
5) Hai già realizzato uno dei tuoi sogni nel cassetto?
6) Se la tua vita fosse un libro, come la intitoleresti?
7) Quando ti succede qualcosa di speciale, a chi non vedi l’ora di raccontarla?
8) Se avessi potuto scegliere il tuo nome, quale sarebbe stato?
9) Quale canzone sembra scritta apposta per te?
10) Da piccolo, cosa sognavi di diventare?
11) Hai già incontrato l’amore della tua vita?