Le coccinelle volano


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18 anni fa avevo 17 anni

“Quello che le viveva dentro era diverso. Si era sempre guardata intorno con la superficialità di chi coglie negli altri una realtà che le è estranea e di cui non ha bisogno. Ma per quanto avrebbe potuto continuare così? A volte il peso dei suoi silenzi le bloccava il respiro, come se nemmeno tutta l’aria del mondo riuscisse a colmare il suo vuoto.”

Scrivevo con la kappa. Scrivevo di kakka.

Ho ritrovato uno scatolone pieno di agende e diari. Pagine nelle quali fortunatamente mi è difficile riconoscermi. Davvero ero così triste? E perché? 

Rimetto tutto a posto e penso che non mi sono mai sentita tanto felice di esser diventata adulta.

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Il bianco e il nero 

​- Adesso tu ti aspetti una risposta, una soluzione. Ma non credo di potertela dare, non subito almeno. E ti spiego perché. 

Nel nostro mondo, esistono solo il bianco e il nero. Non c’è posto per altri colori. Non c’è posto per le sfumature. 

Sai com’è  il tuo problema? Il tuo problema non è bianco, ma non è nemmeno nero. Il tuo problema si pone nel mezzo, al limitare tra bianco e nero. Solo che, come ti ho spiegato, in questo mondo, non esistono vie di mezzo. È per questo che per alcuni il tuo problema è bianco e per altri è nero. Ma nessuno di loro ha ragione e nessuno ha torto. 

Hai idea di quanto tutto questo sia difficile? 

Di che colore è questo portapenne? Questo portapenne è come il tuo problema. Questo portapenne è grigio. Prova a uscire in strada, a fermare le persone e a imporre loro di dirti se per loro è bianco o è nero, escludendo l’opzione del grigio. I più scuoteranno la testa e si rifiuteranno di darti una risposta. 

Ma il tuo problema resta, a prescindere da quello che è il suo colore. E bisogna risolverlo. Chi lo vede bianco, ti consiglierà una soluzione. Chi lo vede nero, te ne consiglierà altre. Ma saranno soluzioni bianche per un problema grigio e soluzioni nere per un problema grigio. Quindi tutte soluzioni inadeguate, in alcuni casi futili e, in altri, troppo drastiche.

Il punto è: tu come lo vedi il tuo problema? Bianco o nero?

– Io? Io non ho nessun problema.


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Terapia

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È proprio come l’ho sempre immaginato e visto alla TV. Un ufficio confortevole, un divano bellissimo, una scrivania, due sedie, una poltrona a dondolo, una chaise longue, un panorama pazzesco e una signora ben vestita, che mi accoglie con un incredibile sorriso.
Accomodati dove vuoi.
Mi piacerebbe stendermi sulla chaise longue, farmi ipnotizzare e cominciare a delirare su paure infantili e sogni infranti, ma non è il momento, né la situazione più adatta, e opto semplicemente per il divano.
Hai già pensato a come vorresti organizzare il nostro lavoro?
No, in verità proprio no, ma è un mio limite. Mi piace improvvisare, adeguarmi alle situazioni, fare le cose istintivamente, a modo mio. Che senso ha fare dei programmi, quando è tutto così soggettivo e imprevedibile?
Allora parlami di te, della tua terra, del perché ti sei trasferita in Brasile. Voglio sentirti parlare.
Comincio a chiacchierare e mi è difficile fermarmi. È uno di quei giorni in cui ho tanto da raccontare. Lei sorride, ogni tanto persino ride di gusto. E mi è di conforto, perché ci tengo davvero tanto a piacerle.
Ci incontriamo ogni martedì? Per te va bene?
Per me potremmo vederci pure tutti i giorni, ma ho delle cose da fare, cose non proprio piacevoli e, al pensiero, lo sguardo mi diventa un po’ triste. Eppure, sono perfettamente consapevole di quanto, facendo un bilancio,le cose positive superino di gran lunga quelle negative. Del resto, se fossi rimasta in Italia, non avrei dovuto affrontarla comunque questa situazione? Solo che mi sarei persa i tramonti di Beagà, la fioritura degli ypes cor de rosa, il conforto delle coxinhas e l’entusiasmo per le olimpiadi, così vicine, di Rio.
È la vita, mia cara. A tutti i miei pazienti dico sempre che bisogna vivere e affrontare le situazioni come fanno i surfisti, che non hanno alcuna idea delle dimensioni della prossima onda. L’unica cosa importante è saper stare in equilibrio sulla tavola o, alla peggio, saper nuotare.
E pure accettare il rischio di affogare, aggiungerei, ma sto zitta per non rovinare il momento di positiva poesia.
Sono stata davvero bene con te. Ci vediamo la prossima settimana?
Com certeza! In fondo, tante persone, in particolare nell’ultimo periodo, mi hanno consigliato di andare in terapia; alcuni, poco gentilmente, di farmi vedere da uno bravo. Non ho mai pensato di averne bisogno, ma la vita è imprevedibile e, certamente, non avevo previsto che sarei andata a parare proprio nello studio di una psicoanalista, per darle le mie prime lezioni di italiano per stranieri.


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Foto mancate

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Il ragazzo con i capelli rosa
Ha i capelli rosa shocking, come quelli di Jem e le Holograms, ma rasati sulla nuca e sulle tempie e con un cipollone annodato in cima allo scalpo, le sopracciglia platinate, quasi gialle, un anello al naso, che si tocca spesso, forse nel tentativo infruttuoso di scaccolarsi, un bottone infilato in un labbro ed un lungo orecchino a forma di sciabola, che gli pende dal lobo destro e arriva fino a toccargli la spalla. È magro, magrissimo, e nell’orecchio senza sciabola ha infilato un auricolare.
Chissà cosa ascolta, mi chiedo, e vorrei raccontargli di quella volta che anch’io mi feci i capelli rosa, non per scelta, ma per errore, causa mancata valutazione delle conseguenze del repentino passaggio dal biondo platino al rosso tiziano. Era di ottobre e, in memoria della rivoluzione di ottobre, quella russa, io mi ero programmata una rivoluzione rossa. L’incentivo mi era arrivato da una notizia riguardante le sorti di una persona che, tempo addietro, quando appunto portavo i capelli rossi, aveva fatto parte della mia vita. Credevo che rifacendomi i capelli di quel colore, avrei limitato il senso di perdita. Non fu così, anzi rischiai pure di peggiorarlo, aggiungendovi la perdita dei capelli.

Ohhhhh
Prima di lasciarmi entrare, mi chiedono di compilare un modulo. La mia vita in centoventi domande. Non pensavo servissero tutte queste informazioni per farmi controllare i denti. Compilo, metto la firma e busso. La segretaria apre, ritira il modulo e mi chiede di continuare ad aspettare. C’è un banco pieno di riviste e ne prendo una qualunque. È Cosmopolitan,  in spagnolo, che, peraltro, non conosco, ma che, da quando bazzico il portoghese, miracolosamente intendo, e in copertina c’è quella puzzona di Taylor Swift, ma ormai l’ho presa e tanto vale sfogliarla. Ho un modo molto disordinato di leggere i giornali. Li apro a caso più volte e poi procedo sfogliandoli a ritroso. Il caso mi offre un articolo sui rapporti di coppia, in particolare su come relazionarsi con la migliore amica del proprio compagno. Conosco già la risposta, quindi non lo leggo. Non ci si può relazionare in nessun modo, perché i compagni, i fidanzati e i mariti non possono avere amiche, tantomeno migliori. No, non c’è nulla di male nell’amicizia tra una donna e un uomo impegnato. Ma ritengo sia molto rischiosa. Sia per lei che per lui. Statistiche accreditate riportano che, nella maggioranza dei casi, almeno uno dei due finisce con il rompersi qualche osso e non casualmente, ma per incidentale intervento della compagna, della fidanzata o della moglie. A mio avviso, è meglio quindi non rischiare.
Nelle pagine precedenti trovo un test. Mi piacciono i test. Non servono a nulla, ma sono un’ottima occasione per rispondere a domande che non ci si sarebbe mai posti, per giungere a conclusioni cui non si sarebbe mai giunti e a cui si poteva continuare tranquillamente a non giungere. Cerco di capire quale sia l’argomento. C’è una foto di una mutanda femminile in primo piano e la didascalia dice semplicemente “Ohhhhh”. Prima domanda: come ti piace che lui ti tocchi? A) soavemente attraverso i vestiti; B) delicatamente, ma con fermezza; C) sfregando violentemente. Chiudo di colpo il giornale, prima che si riaffacci la segretaria e mi becchi a compilare un test sulla stimolazione del clitoride. Ma veramente c’è qualcuno che considera interessante o utile il risultato di “dimmi come ti piace e ti dirò che clitoride sei”? È talmente inverosimile che mi verrebbe di scattare una foto, solo per essere certa di non averlo immaginato. Riapro la rivista a caso e stavolta mi tocca in sorte un articolo sull’anatomia e la funzionalità del pene. Vabbè, ho capito, niente giornale.

I piccioni
Rientro a casa con l’autobus. È l’ora di punta e si sta tutti stretti. Alla fermata che precede la mia, sale un tipo bello, bello davvero. E sto appunto pensando questo, quando l’autobus frena di colpo, il tipo bello bello, che forse si sentiva troppo figo per rovinarsi la posa aggrappandosi ai sostegni, cade, mi frana addosso e mi manda a sbattere con violenza contro la struttura in ferro di un sediolino, come se ammaccarmi una coscia fosse il degno seguito ad un’ora di torture dalla dentista. Scendo mezza zoppicante, attraverso e, sulla piazza vicino casa, quella che ha la statua di un signore con gli occhiali, incontro uno stormo di piccioni intento a mangiare un mucchio di briciole e semi. Avrei potuto scattare tante foto strane, buffe, sorprendenti. Finisco con lo scattare una banalissima foto ai piccioni. Non è certo interessante come quelle mancate, ma conferisce quel pizzico di normalità che, dopo tante assurdità, talvolta non guasta.


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Buio

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Solo il buio non è cambiato, ma perché il buio è sempre uguale a se stesso, in tutti i posti, a tutte le latitudini, lambito neppure per sbaglio dalle proprietà cangianti che invece la luce possiede.
Non saprei dire se ho ancora un po’ di luce negli occhi; non posso guardarmeli e, anche se mi venisse data la possibilità di specchiarmi, non confiderei nella sincerità dell’immagine di rimando.
Non mi fido mai e non per le opinabili qualità estetiche, ma per la convinzione, che mi porto dietro dall’infanzia, che io e quella di là del vetro abbiamo in comune soltanto la scelta dei tempi per incontrarci, quando in realtà, per tutti i restanti momenti, viviamo vite completamente differenti e, dunque, siamo persone differenti. Insomma, mi piace pensare che quella di là del vetro sia un’altra io, una io che, appena le volto le spalle, se ne torna a vivere le vite che non ho vissuto, frutto delle scelte che non ho fatto, vite non necessariamente migliori, ma comunque altre.
È buio, di quel buio che senti dentro più che percepirlo intorno.
La speranza è come uno di quei lampioni solitari, lasciati accesi nelle mattine d’estate, nei vicoli dimenticati di una periferia qualunque, dove mi nascondevo quando uscivo a rubare scarti di attenzione negli occhi di chi, differentemente da me, li aveva verdi, brillanti e intensi.
Era sufficiente a coltivare l’illusione che, persino la peggiore delle solitudini, potesse essere curata da una persona a caso, qualcuno di cui adesso non ricordo il nome e, tantomeno, il viso. Un’illusione di benessere, la cui validità coincideva con la durata del giorno, perché poi faceva di nuovo buio e il buio è sempre spietato e ostile.
Come adesso. Che non basta la ragionevole consapevolezza delle ore piene di sole, per percepire che l’area di demarcazione tra il tramonto e l’alba è uno spazio di incubi e pensieri scuri, limitato nel tempo di una notte.
La paura crea tenebre e ombre insondabili anche a mezzogiorno, quando tutto dovrebbe essere nitido e chiaro.


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Sampietrini

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Il clangore metallico del palo colpito dal sampietrino interrompe i miei pensieri distratti, riportandomi alla realtà del posto in cui vivo. E non mi riferisco specificamente al Brasile, in merito al quale i luoghi comuni si sprecano, nel bene e nel male.

Samba, tanga, cocco, Copacabana, lambada, churrasco, saudade, pobreza, favelas, meninos de rua.
Un omicidio ogni sei minuti.
Uno stupro ogni 11 minuti.

All’inizio facevo più attenzione. Del resto, durante una delle mie prime uscite in solitaria nel centro di Belo Horizonte, mi ero trovata nel bel mezzo di una protesta ed ero morta di paura. Lanci di bottiglie, sassi, polizia a cavallo, pistole e colpi sparati e tirati alla cieca. Me la cavai rifugiandomi in un negozio, prima che venissero tirate giù le serrande. Una mezz’ora trascorsa in ostaggio dei balordi che, da fuori, battevano sul metallo e provavano ad entrare. Poi tutto era finito, passato, come nulla fosse mai successo.
– Tutto questo è normale? – avevo chiesto impaurita.
– Sì, – mi aveva risposto una delle commesse- da queste parti è assolutamente normale.

Ma fortunatamente non era poi così normale, perché, dopo quell’episodio, non mi era più capitato nulla di così spaventoso o pericoloso. La pericolosità, in fondo, è una caratteristica universale. Non riguarda solo le metropoli, tantomeno solo quelle brasiliane. Di balordi se ne incontrano in ogni dove. Persino nei più piccoli e tranquilli villaggi di campagna (che personalmente temo più delle grandi città, per un retaggio da fanatica dei film horror, che, fateci caso, sono quasi sempre ambientati nei boschetti o in mezzo al nulla).
Insomma, non mi sono mai lasciata condizionare dalle statistiche, né dai luoghi comuni relativi alla violenza delle città brasiliane. Il peggio può capitare in ogni momento e in ogni dove.
È per questo che, ieri, come tutti gli altri giorni, camminavo tranquilla e distratta.
È luglio ed è inverno, ma sembra primavera. Il caldo tiepido del sole, sparato forte addosso, disegna il contorno di questa città il cui orizzonte è bello già nel nome. La fioritura degli ypes solletica l’aria di colore. I marciapiedi sono pieni di petali rosa. È uno spettacolo meraviglioso.
La salita di rua Aleixo è così impervia da lasciarmi senza respiro e quando raggiungo la cima, all’altezza del semaforo per attraversare rua da Bahia, mi ci vogliono sempre un paio di minuti per riprendermi dalla sopraggiunta insufficienza polmonare.
Ed è stato proprio in quel punto che l’ho visto. La scarsa ossigenazione mentale, inizialmente, ha fatto sì che scambiassi i suoi lanci per un nuovo tipo di sport metropolitano, qualcosa come “tiro al cartello”, “pallina avvelenata”, “palla a vuoto”. Ma non erano palline.
E, quando ho sentito la botta sul palo centrato in pieno ed ho poi constatato che, poco distante dai miei piedi, giaceva un sampietrino enorme, ho percepito la reale portata della follia che mi stava capitando. E che le urla, quelle che credevo fossero un normale sottofondo al traffico, erano l’appello di una donna, nascosta dietro un’auto, che disperatamente mi gridava: “Moça, saia daí!” (Ragazza, allontanati da lì).
Solo in quel momento, quando ho cominciato ad avere una paura fottuta che, al prossimo lancio,  quel pazzo, piantato al centro delle strisce pedonali, mi sfracassasse il cranio con un pezzo di marciapiedi volante, sono tornata nella realtà del posto in cui vivo. E non faccio riferimento al Brasile. Bensì ad un mondo, completamente e inguaribilmente, folle.

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Arraià

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Ci invitano ad una festa. In realtà, non è proprio una festa, ma un arraià, cioè una confraternização, cioè una riunione festosa del gruppo di ciclisti di cui mio marito fa parte. Quindi più che un “ci” invitano è un “lo” invitano, perché l’unico punto di contatto tra me e una bicicletta, oltre al marito ciclista, è che la bici funziona con due ruote, mentre io ho due rotelle che mi funzionano. Ad ogni modo, l’invito è esteso anche ai familiari degli appartenenti al gruppo, perciò entusiasticamente mi aggrego.

– Ti hanno detto come dobbiamo vestirci?
– Tranquilla. L’85% delle persone userà una fantasia perciò puoi sbizzarrirti come ti pare.

Se vi invitano ad una festa in cui non conoscete nessuno e vi dicono che l’85 % dei partecipanti indosserà un costume di carnevale, abbiate buon senso, diffidate della statistica e comportatevi come la minoranza, perché, in caso contrario, potete star certi che, finché non arriverà la tizia vestita da sposa cadavere, tutti gli altri, elegantissimi e vestiti, opportunamente, a festa, passeranno il tempo a scrutarvi e scetticamente a chiedersi: “Ma chi cacchio è quella tamarra con gli stivali da cowboy, la gonna di jeans coi volant, le trecce di Pippi Calzelunghe e il capello a fiori balinese?”