Le coccinelle volano


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Ventuno Maggio

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MATTINO

-Cosa ti dà fastidio nel tuo aspetto?
Quando la doc me lo chiese, mettendomi di fronte allo specchio, non seppi risponderle. Credo che la difficoltà nella risposta dipendesse dal termine “fastidio”.
Il fastidio, relazionato all’aspetto, lo associo a cose prive di importanza, alla cellulite, per esempio, alle doppie punte, alle unghie fragili, seppur ben consapevole che molte donne non le considerano un fastidio, bensì una tragedia.
Quello che mi stava chiedendo lei era diverso e riguardava, piuttosto, il come sarei voluta essere, diversamente da quello che sono sempre stata. E come avrei potuto risponderle? Ho sempre avuto qualcosa da nascondere nel mio viso, fin dalla nascita, e, se per tutti questi anni fosse stato un fastidio, avrei avuto problemi di autostima ben più seri di quelli che eventualmente ho. Certo, mi sarebbe piaciuto nascere senza imperfezioni (a chi non sarebbe piaciuto), senza quelle imperfezioni che suscitano sguardi strani, domande idiote e prese in giro alle elementari, ma non mi sono mai concentrata a desiderare connotati diversi, perché sarebbe stato un desiderio inutile, infruttuoso e dannoso.
Poi però la doc ha fatto il suo lavoro, un lavoro magistrale, e anche se è stata solo l’illusione di un mese, stamattina per un attimo mi sono guardata davvero e mi sono trovata normale, addirittura bella. E per commemorare il momento, per la prima volta dopo tantissimi anni, mi sono scattata delle foto a pieno viso. Peraltro, ho scoperto che, difetti a parte, ci vuole un lavoro non da poco per ottenere un selfie che sia decente e, quindi, ora capisco il sottinteso orgoglio di chi ne pubblica a tutte le ore.

POMERIGGIO

Il fine settimana in solitudine mi ha ribaltata nella dimensione beata dei miei trascorsi da single. Sembra nemmeno mi appartengano i ricordi di quel monolocale da dieci metri quadri, col soppalco così basso da colpire con la testa il soffitto e i lunghi weekend trascorsi a riposare, scrivendo e ascoltando indierock, mentre fuori era un continuo frignare di ragazzini capoverdiani e le pareti vibravano di vita propria per l’ardore dei clienti delle mie vicine trans. Ed avrei continuato a crogiolarmi nei ricordi, ascoltando Miles Kane e improvvisando le coreografie più idiote, ma uno degli aspetti migliori dello star soli è che puoi mangiare come vuoi, quando vuoi, cosa vuoi ed io volevo farmi un chilo di picanha e, perciò, sono uscita a comprarla.
Poi però in ascensore ho incontrato il mio vicino V., che non è capoverdiano, nè un trans colombiano, ma è semplicemente brasiliano.
– Ho organizzato una festa in piscina. Dai vieni anche tu!
Come dire di no?
Al supermercato ci sono andata comunque, ma non ho più comprato la picanha, bensì le patatine e un barattolo di cioccolata bigusto. Poi, al rientro, mi sono unita alla festa ed ho conosciuto tante persone, ho bevuto vino argentino, mangiato lombo e pão de alho e ballato le canzoni di Wesley Safadão. E quindi adesso ho un ricordo tutto nuovo e diverso di un fine settimana in solitudine.

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SERA
– Dimmi il titolo di una canzone che ti piace.
Penso me lo stia chiedendo per farmi un test, perciò a mia volta le chiedo – Va bene lo stesso se è in inglese? Perché al momento la mia preferita è Don’t forget who you are di Miles Kane.
– No. Una canzone italiana.
– Allora Una delirante poesia di Samuele Bersani.
-Maria Pì!!! E dai! Una canzone normale, così te la faccio dedicare dal pianobar.
– Ah! Normale?
– Sì
– E che ne so… Aspetta che ci penso… Vabbè, dai, Sere nere di Tiziano Ferro è abbastanza normale?
E il messaggio audio della canzone live si chiude con – Un saluto a Maria Pia che ci ascolta dal Brasile!

NOTTE

Mi addormento serena e orgogliosa per come sono riuscita a rendere speciale un giorno che, altrimenti, sarebbe stato semplicemente normale.