Le coccinelle volano


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Veloce come la pioggia che cade

Quando smise di piovere, l’aria si riempì di un odore di polvere e di elettricità ad alto voltaggio. Probabilmente, di lì a poco, una nuova scarica di acqua si sarebbe precipitata giù dal cielo, intervallata da lampi di luce gettati a caso, dal caso, a trapuntare l’orizzonte. 

Ma a Cecilia non importava affatto cosa sarebbe accaduto in seguito. Ripensandoci, si sarebbe resa conto che in quel momento nessun pensiero sarebbe stato in grado di tenere testa all’impulso che, partito dal cuore, si era irradiato veloce verso la pancia, per scivolare poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Ebbe solo il tempo di abbassare l’ombrello e scrollare via le ultime gocce, perché, nel mentre lo chiudeva, stava già correndo. 

La percezione della realtà circostante è diversa a seconda della velocità con cui la si osserva. Quando si è fermi o si passeggia, la sensazione è quella di essere perfettamente ancorati a ciò che si ha intorno, di esserne parte, anche quando si è in un posto assolutamente estraneo; ma quando si corre, che sia in auto, in bici o sulle proprie gambe, tutto si allontana, tutto fugge via e ci si può sentire stranieri anche semplicemente scendendo di corsa le scale della propria casa.

L’abitudine di uscire tutti i giorni alla stessa ora, era recente e legata ad un desiderio inespresso, ma non per questo meno forte, di appurare quanto fossero poche le persone che condividevano il suo apprezzamento per la solitudine ed il silenzio dei quartieri residenziali nell’ora di punta; l’ora in cui la gente che conta occupa gli uffici, bestemmia contro il traffico o accompagna i figli a fare sport; l’ora in cui le strade vuote sembrano esser state disegnate come mero ornamento di una scenografia fuori dalla quale non si arriva in nessun posto. 

Cecilia correva e ad ogni incrocio diventava più veloce. Le pozzanghere non erano un ostacolo, al contrario, era quasi divertente centrarle e smuovere la staticità dell’acqua, restituendo alla pioggia accumulata nei solchi e nei dislivelli della strada, un ultimo guizzo di vivacità e movimento. 

Il quartiere che aveva scelto quel giorno era tra quelli più ricercati della città, un connubio di palazzi a vetri e aiuole in fiore, portinerie di lusso e citofoni di ottone. Persino gli alberi, piantati a distanza regolare, ogni suoi tre balzi, oltre che alti, sembravano altezzosi e arroganti. La visione laterale, sfuocata dalla corsa, gliene forniva un’immagine approssimativamente paragonabile a quella di severe sentinelle poste al margine della zona di guardia. 

Per nulla intimidita, Cecilia correva. Non era stata una scelta e l’impulso improvviso mal si conciliava con la sua tenuta neanche lontanamente sportiva. I jeans troppo stretti le impedivano di fare passi troppo lunghi, le ballerine poco si adattavano al fondo scivoloso su cui si sforzava di rimanere in equilibrio, la borsa tenuta stretta contro il fianco sinistro la costringeva spesso a rallentare per non sbilanciarsi. Eppure il senso di libertà e incoscienza superavano di gran lunga l’impaccio.

Non si sentiva ridicola e non soltanto perché era certa che nessuno, in quel momento, la stesse osservando. Non lo si sarebbe sentita nemmeno se avesse avuto mille spettatori.

Il fiato corto, lo sforzo, le fitte che cominciavano a farle dolere i fianchi erano un prezzo di poco conto.

Quando finalmente decise di fermarsi, il calore accumulato dal corpo, in contrasto con il fresco lasciato dalla pioggia, la fece rabbrividire. Gocce di sudore le imperlavano le tempie. Si ricordò di aver usato l’ultimo fazzoletto di carta il giorno prima, probabilmente alla stessa ora. 

Fece quanto di meglio poteva, asciugandosi la fronte con il dorso delle mani. Poi si ravvivò i capelli, ma, dentro, il cuore che per dieci minuti le aveva mandato in circolo solo adrenalina, riadattandosi al ritmo naturale, piuttosto che ravvivarla, le ricordò che, per quanto simili siano, per sapore, lacrime e sudore, il sale delle prime lascia tracce che nessun fazzoletto, asciugandole, può cancellare. 

– Cerca di volerti bene.

– Tu te ne vuoi? 

– Non è questo il punto. 

Invece sì che era un punto. Non c’era bisogno che aggiungessero altro. Un punto senza virgola, che non è esclamativo, tanto meno interrogativo. Un punto senza e accapo. Un punto e fine della storia. 

Cecilia lo aveva capito ormai da tempo. 

Non tutte le storie finiscono in un momento esatto. Come i motori, alcune, prima di spegnersi, lanciano vari segnali, cui, per ostinazione e voglia di andare avanti, non si dà mai la giusta importanza. 

Ma quel finale, quel tipo di finale mai lo avrebbe immaginato.

Una goccia cadde a bagnarle il naso. Alzando la testa, constatò che non aveva ripreso a piovere, sebbene il cielo lasciasse indizi che mancava poco ad un altro temporale. Era solo una delle gocce sfuggite alle foglie del platano (o qualunque altro tipo di albero fosse) sotto cui si era fermata.

Col tempo si sarebbe ripresa, sebbene la parola più difficile da digerire fosse proprio quella. 

Tempo. 

Com’è il tempo? Da quanto tempo! Ce l’hai un po’ di tempo? Adesso non ho tempo. Ormai non è più tempo. Chissà se verrà mai il tempo… 

Si parla di tempo quando non si ha nulla da dire o nulla da aggiungere. Si menziona il tempo, per lo più a coloro con cui non vorremmo trascorrere il tempo. 

Un’altra goccia stavolta le scivolò lungo la guancia, ma le bruciavano gli occhi e seppe per certo, anche senza guardare in alto, che non era pioggia, nè dal cielo, nè da un ramo. Era una lacrima. 

Lo stesso impulso partì dal cuore, si irradiò veloce verso la pancia e scivolò poi giù, lungo le gambe fino a raggiungere i piedi. 

Riprese a correre, con più forza, con più tenacia, con più ostinazione. Non c’era tempo, non c’era paesaggio, non c’era legame, non era se stessa. Una ragazza qualunque, veloce, aliena e supersonica, lontana da tutti e irraggiungibile. 

Corse senza guardare, corse con gli occhi chiusi. E quando il suono del clacson la riportò alla realtà, come un allarme lanciato a disattivare l’esplosività dilaniante degli ultimi suoi pensieri, era ormai troppo tardi. 


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Paraclausithyron 

Una sigaretta accesa per distruggermi i polmoni era il chiaroscuro lanciato dalle labbra alle cosce, tramite le mie dita molli, per guardare meglio l’orizzonte. Respiravo a fatica, ma ero così felice che quattro lune e una stella cometa brillavano sullo sfondo della mia prospettiva ubriaca. Dietro, dove le montagne si piegavano ad abbracciare i brandelli di cielo sfuggiti agli squarci delle nuvole, il silenzio dava l’assenso a tutto quanto il mio cuore diceva. Dentro, quando la cicca era abbastanza consumata e corta da intiepidire le falangi, il paesaggio circostante era metaforicamente lo stesso, ma asimmetricamente disposto.

Quelle sere, in cui ogni gesto si inseriva in un rituale insolito, ma ben collaudato e di cui ormai ero esperta, dimenticavo chi ero e su quell’oblio fondavo l’impianto di una personalità diversa. Credo che ciò dipendesse dalla difficoltà a convincermi di andarti bene com’ero.

Non mi appagava pensarmi come una figura qualunque, adagiata nel contesto artefatto di un idillio vagheggiato e creato a forza. Vivevo la tua compagnia contemporaneamente provando a vivere te, tanto per egoismo e sentimento, quanto per cacciare la paura di essere per te davvero una figura qualunque e facilmente rimpiazzabile. Sublimavo, per questo, ogni emozione che mi davi, presagendo quanto poco sublime sarebbe stato farne a meno e, benché sapessi che erano vani tutti i miei tentativi di costringerti (costringerci) a considerare un momento un’eternità e l’eternità solo un momento strappato alla totalità del tempo che avrei voluto ci regalassimo, io stringevo tutti i nodi che mi era possibile stringere, ignara che presto per sciogliere quei nodi io mi sarei arrovellata, mentre tu, con un paio di forbici ben affilate, avresti semplicemente dato un taglio.

Hai mai avuto una spiegazione per tutto questo?

Non te lo chiedevo, perché non volevo parlassi. La riservatezza delle tue sensazioni garantiva quiete alle mie preoccupazioni e poi mi era più facile puntare tutto scommettendo sul silenzio, quando solo le civette potevano gufarmi contro.

Minimamente silenziosa era invece la protesta che la mia volontà montava contro se stessa  nel riconoscerti quale espressione di un desiderio che non avevo espresso. In risposta, la capacità di giudizio mi nutriva fino alla nausea delle conseguenze che tutto ciò comportava. Da qualunque punto di vista ti considerassi, infatti, erano evidenti le stonature, le incongruenze, ma era appetibile il modo in cui mi faceva sentire appoggiarmi al tuo petto e nient’altro contava.

Nascosti o sotto il sole, in solitudine o altrove, ti cercavo quando non mi restava niente da chiedere al giorno e tu ti lasciavi trovare quando non avevi niente di meglio da fare. Diametralmente opposti anche nelle reazioni , a me bastavano tre minuti per provare il morboso desiderio di mangiarti le labbra e tu aspettavi sempre tre ore prima di deciderti a spogliarmi. E’difficile stabilire se nella nostra mancanza di sincronia, fosse più rilevante il fatto che tu mi piacessi troppo o che io ti piacessi troppo poco.

Al confronto con i tuoi, i miei pensieri erano paragonabili a quelli di una playmate in cerca di occupazione e ti avrebbero fatto arrossire anche le punte dei capelli se avessi osato o potuto scavare sotto la superficie sottile del mio apparente contegno. Tu, però, non scavavi e nemmeno provavi  a immaginare le scene dei sogni che, sveglia, lasciavo fraintesi, quasi fossero squarci di inedite esperienze, che da un momento all’altro avrebbero potuto sconvolgermi.

Non c’era, purtroppo, alcunché di inedito in ciò che di seguito si verificava. Mi faceva male fissare  il tuo volto, ma lo fissavo lo stesso, mi faceva male sentire il mio profumo ai fiori di campo, ma lo sentivo lo stesso.

Avrei voluto tu riuscissi a concentrarti sulla fittizia piacevolezza di una situazione che era caduca e irreale quasi quanto reali erano i lividi che ci procuravamo osteggiando la leva del cambio, appagando la mia brama, per versi perversa, per altri infantile, di elevare al rango di mia favola personale la tua storiella da niente. Eppure, in qualche modo, cedevi all’accurato abbindolamento perpetrato ai tuoi danni e diventavano palesi le tue voglie nascoste, la tua pelle felpata, la mia gioia a goderne. Riuscivo a sentirti mio fin dentro le ossa e promettevo a me stessa che quello era amore, nient’altro che amore.

Sapresti trovare un altro nome?

La tua arte di non avere arte, esplicitata dai continui sbadigli, mi faceva sentire un’artista talentuosa,  sprovveduta, ma viva. I tuoi vuoti mi riempivano di contenuti e ti avrei dimostrato il mio valore in mille disegni e mille racconti, se per un solo istante avessi dato credito alla mia fantasia. Ma era una fantasia, cui non credevi, lo stesso ritrovarci con le braccia intrecciate e le pance appiattite, con le schiene stropicciate dalla tappezzeria dei sedili e i piedi scalzi, negli abitacoli che s’improvvisavano alcove dai vetri appannati coi nostri respiri aromatizzati alla birra.

Ricordi ancora quel sapore?

Avevi una strana risata, perciò non facevo battute e rimanevo seria anche quando, con un’espressione falsamente assorta, sorvolavo l’arco preciso dei tuoi denti per osservarti dritto in gola e capire quanto la tua anima mentiva, quando finalmente mi dicevi che ero tutto quello che volevi. Poi accendevo un’altra sigaretta.

Al di là del tabacco da ardere e della nicotina da aspirare, mi sembrava il modo più opportuno per scandire le pause, quando le ombre ci disegnavano addosso nuovi vestiti e la nudità smetteva di essere un pretesto per rotolarci nel buio. Meccanicamente ripristinavo l’ipnotico movimento dalle cosce alle labbra. Nel buio più luminoso rasentavi l’ideale perfetto dell’uomo perfetto, ma la sigaretta si consumava in fretta, la buttavo fuori dal finestrino e, prima che la brace smettesse di brillare, la nudità tornava ad essere  un buon pretesto per rotolarci ancora.

Sarebbe bastato poco per dare un senso a quel fremito dei sensi, anche solo il coraggio, ma i tuoi peli sullo stomaco non erano abbastanza perché riuscissimo ad andare oltre. L’unico gaudio da percezione immensa scaturiva dalla misurazione delle differenze, non quantificabile in cifra, ma senza dubbio evidente nella distanza tra i nostri corpi, che prima di ogni contatto elettrizzava la mia pelle.

Ma hai mai conosciuto una passione più intensa?

Una ciocca di capelli biondi scivolava sulla mia fronte e rendeva il mio sguardo più sexy, perché mi costringeva a tenere abbassate le palpebre, quando la tua ansia da non prestazione mal si distingueva dalle mie smanie di manutenzione per un corpo che sotto le tue mani sembrava incendiarsi.

La pressione saliva e, pur non sopportando stare sotto pressione, col senno di poi mi tocca ammettere che non c’è niente di più pressante del non subire alcuna pressione. La gravità non incide sul peso che assume una storia d’amore, considerando che più del tuo corpo pesava il disamore e più del mio corpo adesso pesa il mio rancore.

Tu adoravi le mie gambe, io annusavo le tue braccia e nel farlo pensavo con rammarico al tempo sufficiente che mai avrei avuto per analizzare ogni tua singola cellula. E tempo sufficiente non avrei mai avuto, nemmeno perché quelle notti smettessero di sembrarmi tanto corte.

Io per prima mi tiravo su di scatto, fulminea, e raccoglievo i pezzi che avevo sparso nell’abitacolo. L’inventario bislacco, cavato a forza dalla memoria fallace, includeva anche un paio di calze appallottolate e nascoste sotto il sedile di guida. Era difficile trovarle, ma ci riuscivo e, quando le infilavo, dopo averne prima vagliato l’integrità, mi sentivo come se stessi impacchettando e preservando in vista di futuri e nuovi slanci, l’unica parte di me di cui ti importasse qualcosa. Nel ricompormi mi sentivo a pezzi. Sbrindellava l’integrità della mia coscienza, accorgermi che tu, meglio di me, intuivi che non c’è disaccordo peggiore del non trovare accordo in un’emozione comune. Di questa intuizione, senza farne vanto, avevi fatto forza, relegandomi nell’angolo proprio di una supplice astante, che sa di non avere, ma che comunque chiede.

Non mi chiedevi di restare e ti eclissavi, trascinandoti dietro le stelle più belle. Lo sguardo, più diretto ma ostile, era come di chi volesse costringermi a tornare troppo presto a casa. Io mi aggrappavo ad ogni possibile corrimano per non inciampare o addirittura svenire al pensiero di perderti, per poi realizzare che, se fossi caduta, avresti forse proteso una mano a stringere la mia. Ma nessun’unghia mi ha mai graffiato il palmo. Solo ferro grezzo e polvere raccolta sulla parete sporca. Dopo l’ultimo gradino, un corridoio si snodava a dorso di serpente. La porta, inevitabilmente blindata, era chiusa dal di dentro e non avevo le chiavi. Non aprivi. Non hai mai aperto, per quanto forte io abbia bussato.

Il tuo cuore era un ostello che solo saltuariamente avrebbe potuto alloggiarmi.


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La ragazza coi capelli strani

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Riesco a vederla perfettamente, mentre traballa un po’ sui tacchi, lungo i marciapiedi pieni di crepe, erbacce e foglie di magnolia, alla ricerca di un’ombra introvabile sotto il sole di un pomeriggio di agosto.
Di tutti i momenti vissuti e rivissuti così tante volte nella mente, questo è fra quelli in cui maggiormente stento a riconoscermi. Forse perché è difficile, col senno di poi, rendermi conto che ero davvero io quella ragazza piena di entusiasmo, che scappava di casa senza dire dove andava, assecondando il bisogno di sentirsi libera, felice e viva; forse perché, tra l’avere vent’anni e alcuni più di trenta, la differenza sta nel modo in cui ci si relaziona ai sogni, nel peso che si attribuisce alla realtà, nelle gambe un po’ più ferme, ma che non possono più ripercorrere le stesse strade.

Quel tempo, in cui il sogno era una parentesi da inseguire, per coglierla e incastrarla tra la poca voglia di dormire e il desiderio di trascorrere sveglia la notte, fino all’alba e oltre ancora (mentre adesso è soltanto una serie di immagini sbiadite che segue ad un risveglio di rinnovata malinconia), non ritornerà.

Ma io ancora riesco a vederla quella ragazza coi capelli strani e con il cuore che le batte a mille. E non smetterò mai di incitarla a correre e inciampare, a sorridere e imprecare, a piangere e soprattutto a baciare.
So che non riuscirà a sentirmi e tornerà a casa, con la sensazione che mai più nella vita potrà essere così felice.
Lo sarà ancora, molto spesso e molto più intensamente, così come altrettanto spesso avrà modo di conoscere una tristezza senza confini. Ma, quando non avrà più vent’anni, bensì alcuni più di trenta, scoprirà che nella bugia di quel mai più c’era l’illusione dolce dei tempi migliori e, senza nessun rimpianto o nostalgia, accarezzerà quel ricordo, che come un bel sogno, di nuovo le farà battere forte e a mille il cuore.


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Urano vi accontenta

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Amore sotto ai tacchi e sensibilità al ribasso, ma se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta: finché dura…!

Non esce di casa se prima non legge l’oroscopo. Non tutto, solo la parte relativa all’amore e all’eros. Al lavoro e alla salute getta appena uno sguardo, ma è ovvio che, se Marte minaccia un contagio di febbre gialla, resta a casa, chiama a lavoro e prende un giorno di ferie.
La previsione del giorno non la turba affatto. Amore sotto ai tacchi? Tanto indossa un paio di ballerine. Sensibilità al ribasso? Non è forse un bene? Un calo di sensibilità non ha mai fatto male a nessuno.
E poi quella allettante prospettiva di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea! Ma perché O DI? Una serata trasgressiva CON una conquista temporanea suona decisamente meglio!
La prima parte della giornata trascorre come previsto.
A metà mattinata, quando la sua collega di stanza è stata pesantemente redarguita dal capo, la sensibilità in ribasso le ha permesso di rimanere imperturbabile, di non empatizzare e di quasi gioirne. Il quasi è dovuto solamente al fatto che, un tempo, lei e Katia erano buone amiche. Poi lei aveva conosciuto Mario, un ragazzo davvero adorabile, e lo aveva presentato a Katia, per sapere cosa ne pensasse. E quest’ultima ne aveva pensato così bene da soffiarglielo. Oggi, peraltro, i due festeggiano i primi due mesi insieme e lui le ha fatto arrivare un mazzo di rose in ufficio.
A Katia, la regina del mio cuore.
Quel biglietto le ha dato la nausea. Ha aspettato che la collega si allontanasse un attimo dalla stanza per poterlo leggere. Non si è limitata a dargli un’occhiata. Lo ha tirato via dal mazzo e se l’è rigirato tra le mani, ispezionando la grafia di Mario, quasi come se, nei dettagli delle A, potesse rintracciare il motivo per cui ha preferito Katia a lei. Poi, in un attimo di disattenzione, il biglietto le è sfuggito. Non lo ha raccolto. L’amore sotto ai tacchi? Finalmente la frase più sibillina del suo oroscopo trovava una realizzazione. Soltanto dopo averlo ripetutamente calpestato e insudiciato, ha raccolto il biglietto e lo ha infilato nel tritarifiuti.
Katia stava impazzendo cercando di ritrovarlo. Ed è così che il capo è entrato nella stanza, l’ha sorpresa carponi e con il culo per aria sotto la scrivania e ha tirato giù tutti i santi.
E adesso è pomeriggio inoltrato. Tra un po’ staccherà dal lavoro. Se si ferma al bar per un aperitivo, magari incontra qualcuno da conquistare temporaneamente per trascorrere  una serata trasgressiva. Solo che indossa scarpe basse e con quelle non ha mai conquistato nessuno. Perciò decide che passerà prima a casa a cambiarle.
Spegne il computer, saluta Katia, che nel frattempo ha ritrovato il sorriso (ma non il biglietto, pensa maliziosamente) e si avvia verso il parcheggio.
E Mario è lì, a braccia conserte, seduto sul cofano dell’auto che ha parcheggiato poco distante dalla sua.
Gli va incontro, sorridendo.
– Ciao Mario! Che fai da queste parti?
– Ciao! Sono passato a prendere Katia. Le manca ancora molto che tu sappia?
– No. Vedrai che ti raggiunge a breve. Avete programmi particolari per stasera?
– Sì. Oggi ho staccato prima dal lavoro per prepararle una cena speciale. La porterò a casa mia e festeggeremo il nostro secondo mesiversario.
A quella parola, prova la stessa nausea che ha provato leggendo il biglietto che accompagnava le rose.
– A proposito, non ti ho mai ringraziata. È solo merito tuo se adesso sto vivendo la storia migliore della mia vita.
– Figurati, di niente. Sono tanto contenta per voi- e, mentendo, abbozza un sorriso che viene fuori simile ad una smorfia.
– Tu che programmi hai per stasera?
Ripensa all’oroscopo. Com’è che diceva? Se vi accontentate di una serata trasgressiva o di una conquista temporanea, Urano vi accontenta.
Ma perché accontentarsi?
Nel frattempo, arriva Katia. Lei e Mario se ne vanno e la lasciano lì da sola.
A quanto pare, oggi Urano non le è stato affatto d’aiuto. Deve puntare su Venere. E chissà che domani non sia in assetto favorevole.


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Ci vediamo a mezzogiorno

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Non è certo così stupida da pensare che lui sia in ritardo.
– Ci vediamo a mezzogiorno, così mangiamo qualcosa insieme.
Ma si capiva da come non la stava guardando che era una menzogna.
Forse se avesse messo un po’ di rossetto… Solo una persona molto sicura di sé esce di casa senza trucco.
Lei però non è affatto sicura. Altrimenti sarebbe andata via da un pezzo, piuttosto che continuare ad aspettare qualcuno che, ormai sembra ovvio, non arriverà.
Eppure continua ad aspettarlo, anche se, da un pezzo, sono passate le due.

Sassi, piccioni, gas di scarico e foglie morte. Una solitudine che trasforma in un’ennesima compagnia di se stessa, ma nemmeno tanto, se è vero che si vuole tanto male.
La panchina è scomoda, ma non ricorda se lo fosse già quando si è seduta o lo è diventata perché ci sta seduta da troppo tempo. Ogni tanto un passante le getta uno sguardo o un sorriso, che ogni tanto raccoglie, ma in maggioranza lascia andare, perché è evidente la compassione sottintesa.
Non sarebbe male parlare con il ragazzo che adesso si è seduto accanto a lei. Ma lui la ignora e lei fa altrettanto, rimestando a casaccio nella borsa come se stesse cercando qualcosa di molto importante. Poi prende il telefono. È la milionesima volta che controlla se per caso lui le ha mandato un messaggio. Niente. Nemmeno uno squillo, una scusa, una chiamata persa.

Eppure aveva insistito tanto per incontrarla.
– Passo a prenderti domattina alle dieci. Facciamo un giro in centro e mangiamo qualcosa insieme.
A lei non andava. Ma ancor meno le andava l’idea di trascorrere un altro sabato in casa, da sola. E poi da quanto tempo non lo vedeva? Per questo aveva accettato. E alle nove e mezza era già ad aspettarlo sotto casa.
Forse, se avesse indossato quella maglietta rossa… Si capiva da come le aveva detto buongiorno che non gli piaceva  il modo in cui si era vestita. E crede sia per questo che, dopo il caffè, l’ha mollata su quella panchina con la scusa di un appuntamento imprevisto.
– Non preoccuparti, non ci metterò molto. Ci vediamo a mezzogiorno, così mangiamo qualcosa insieme.
Si rigira il telefono tra le mani. Potrebbe chiamarlo lei, ma non vuole disturbarlo. Potrebbe chiamare un’amica, ma non vuole che il telefono risulti occupato qualora lui la chiami.

Il ragazzo, nel frattempo, si alza e va a sedersi su un’altra panchina. Lei controlla che ore sono. Le due e mezza. Rimette il telefono in borsa, si liscia i vestiti, si alza e decide di tornare a casa.
Non ha soldi. Aveva preso cento euro, prima di uscire, perché voleva offrirgli il pranzo. Poi però, subito dopo essere salita in macchina, non ha resistito alla tentazione di fargli un regalo e glieli ha mollati tutti.
Non lo vede quasi mai. Ed è così giovane! E ai giovani i soldi non bastano mai.
Per fortuna, ha la tessera gratuita. Prenderà un autobus per rientrare.
Si sta recando alla fermata, quando riceve un messaggio.

– Scusami, nonna, se non sono più tornato. Purtroppo la Marty aveva organizzato senza preavviso un pranzo con gli altri e non ho potuto dire di no. Ti dispiace rientrare da sola? Magari ti richiamo settimana prossima. Ti voglio bene.

Mercato

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Lo intravide, un po’ di sguincio, mentre rimestava un banco di mutande.
Non pensarmi, non chiamarmi, non cercarmi.
Non servono milioni di parole se ti stanchi di qualcuno. Basta un semplice messaggio, imperativo e negativo, e tutto quello che sembrava fosse storia in divenire si trasforma in una misera lembranza di promesse e tempo perso, forse inganno, che, soltanto dopo anni, se ci inciampi contro a caso, potrà smuoverti un sorriso.
Un uomo col megafono pubblicizzava jeans di marchi assurdi e inverosimili maglioni a collo alto; un tanfo di frittelle e panzerotti che impregnava l’aria; signore con la messa in piega pronta si accalcavano nei pressi del furgone con la frutta, dove un giovane tamarro che, con grazia neomelodica, fischiava un ritornello di D’Alessio, distribuiva buste a un euro l’una di tarocche, pere williams e mele annurco.
E quel profilo, che appena un mese prima misturava baci al suo, ora di pietra o, meglio, sale, la fissava statuario e mezzo torvo, senza cenno di sorriso.
Lei, arrogante, dopo un apparente sbando, affondò più giù le mani e, dal mucchio colorato, trasse un tanga verde mela, di speranza a primavera. Fiera, lo guardò negli occhi, mentre lui abbassò lo sguardo. Una ruga sulla fronte, linea triste sulle labbra.
Lei, imperterrita, giocava con la lycra, quasi che volesse dirgli: “Guarda quanto sono belle! Che peccato, dovrà essere per te, non potermele annusare.”
Lui, cogliendo l’intenzione, cambiò subito espressione. Sollevò la mano destra e le accennò un saluto. Poi, dopo aver chiuso il pugno, liberò l’indice e il medio e le inviò un segno di pace.
I marmocchi starnazzavano, nei pressi del banchetto con lo zucchero filato, contro madri le cui gonne si stiravano e prostravano ai capricci; un palloncino scintillante di elio era fuggito al gruppo e rapidamente si avviava verso il cielo; le olive di Gaeta e le alici sotto sale attiravano la danza delle mosche.
Lei ignorò il saluto e replicò al gesto di pace agitando il dito medio.


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Tu vivi

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Le sedie e le riviste della sala d’attesa sono le stesse di un negozio di parrucchieri, solo che qui la maggior parte delle persone non ha i capelli. Si porta le mani alla testa per controllare che i suoi ci siano ancora.
C’è qualcosa di profondamente sbagliato nei fatti e pure nelle parole. Perché le parole mica sono tutte buone? Eppure basterebbe poco, perché sono i nomi che fanno le cose e se i tumori si chiamassero tuvivi forse farebbero meno paura.
Dietro la porta c’è un camice bianco e il sorriso le si blocca nella smorfia dell’ultimo tiro e la cenere persa per strada.
Le mappe di Google segnavano quindici minuti a piedi che in realtà sembravano quindici kilometri per cinquantacinque minuti a piedi, scanditi dai tac della busta, in cui ha infilato le due ultime tac e la risonanza, contro la coscia.
È una zona un po’ brutta, una zona di quelle che fanno paura a passarci da sola. Ma tanto oramai la paura è qualcosa che associa a quel tempo in cui ancora ignorava di essere vile e mortale.
Ora il camice bianco le stringe le mani ed appare commosso; lei si ingelosisce per quel dispiacere che proprio non riesce a provare.