Le coccinelle volano


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I muffins verdi

Il malessere fisico si può gestire in molteplici modi e sta alla personalità di ciascuno, oltre al tipo di malessere, trovare il modo migliore per affrontarlo. Le reazioni più estreme sono fondamentalmente due: imbottirsi di analgesici, negare il dolore e condurre, imperturbabili e stoicamente, il giorno oppure abbandonarsi alla disperazione, chiamare amici e parenti e distribuire istruzioni su lasciti e funerale.

Stamani, dopo una notte di riposo tranquillo, mi sono svegliata di nuovo in preda al mal di denti. 

Ho cominciato ad avere male ai denti ieri pomeriggio. Non un normale fastidio, un dolore improvviso e lancinante, che mi ha bloccato il respiro, ma non al punto di ridurmi in apnea e farmi svenire, perché, se fossi svenuta, avrei perso coscienza e pure il dolore, invece io ero cosciente, coscientissima, nel mentre giravo disperata per casa alla ricerca di un rimedio che non fossero le pareti contro cui avrei battuto la testa. 

La mia dentista aveva chiuso lo studio a mezzogiorno, era in partenza per il carnevale e sarebbe stata disponibile solo giovedì prossimo, perciò sono andata al pronto soccorso odontologico. 

Il pronto soccorso odontologico è uno di quei posti dove il tempo si congela, sia perché tocca farsi tre ore di attesa, sia perché la temperatura del condizionatore è tenuta costantemente a zero gradi. Quando finalmente è arrivato il mio turno, la prima cosa che il medico mi ha chiesto, anziché “dove ti fa male?”, è stata “da cosa ti vesti a Carnevale?”. Vuoi per il dolore, vuoi per il congelamento, vuoi per la domanda, mi sono partiti pensieri strani e, a un certo punto, mi sono seriamente convinta che quella non poteva essere la realtà, bensì  una messinscena e che quello che non era un vero dottore, bensì il Fantasma del Carnevale Futuro, al quale mi sarebbe bastato promettere che a carnevale mi sarei vestita da spazzolino o da filo interdentale, per ritrovarmi finalmente sana e tranquilla a casa.

Poi, però, il dentista ha preso il trapano, ha cominciato a scavarmi in bocca, mi ha semidevitalizzato un dente e il dolore è stato talmente tanto più assurdo, che, nonostante continue allucinazioni di sorci verdi, ho dovuto riconoscere che quella era proprio la realtà.

Tornando a stamani, quando mi sono svegliata ed ho avvertito di nuovo la sensazione di dolore (per fortuna non troppo forte) ai denti, avevo fondamentalmente due alternative. Potevo dichiararmi inservibile e trascorrere il giorno ammuffendo sul divano, in preda a spasmi e visioni di morte oppure potevo affidarmi al potere analgesico dell’ibuprofene ed impegnarmi in qualcosa di creativo per non pensare al dolore.

Poiché credo molto nelle scintille creative che scaturiscono dalla sofferenza, mi sono strafatta di analgesanalgesici, ho imbracciato il robot da cucina ed ho inventato una ricetta, che, per dignità, ometterò di trascrivere.

Mi basterà dire che mi sono inventata i muffins verdi. Verdi come i sorci verdi.

A proposito, li vedo ancora.

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Tu non hai fame? 

La brezza del mare di agosto mi stava bruciando la pelle e seccando la gola. E poi avevo fame. Tanta fame.

“Andiamo via?” gli chiesi e Michele non si lasciò pregare, sebbene intuissi che avrebbe avuto piacere a rimanere disteso al sole un altro po’.

Ci infilammo i vestiti sui costumi ancora umidi, raccogliemmo gli asciugamani e ci avviammo mano nella mano verso la strada, ciascuno trascinando a suo modo il passo, nella battaglia contro la sabbia bollente che si infilava nelle ciabatte.L’auto parcheggiata poco distante era un forno già a guardarsi.Ben più appetitose erano le immagini, seppur stilizzate, raffigurate sull’insegna della rosticceria di là della strada.

Avevo fame. Tanta fame.

Al punto che avevo l’impressione di vedere pizze, panini al prosciutto e leccornie ovunque.

Puntai gli occhi sulla porta della rosticceria. Un locale piuttosto scialbo, per nulla invitante, se non nell’insegna, e stranamente desolato.

In spiaggia si era in molti e la città era invasa dai turisti. Eppure nessuno faceva tappa in quel posto.

Michele mi tirò per il braccio. “Cos’hai?”

“Ho fame.” gli dissi. “Ho tanta fame”.

“Bene, perché ne ho anch’io”. E dal modo malizioso in cui mi sorrise ebbi l’impressione che non ci stessimo riferendo esattamente agli stessi appetiti.

“Ti va di entrare in quella rosticceria?”

“Quale?”

“Quella lì”. E con la mano gli indicai il locale sull’altro lato della strada.

“Bah… Non sembra un posto invitante. Su, monta in macchina e cerchiamoci un vero ristorante.”

“No dai! Ho fame davvero, al punto che se non mangio qualcosa svengo. E poi lì fanno i polli allo spiedo. Vedi l’insegna? E se non ricordo male anche tu ieri sera ne avresti mangiato volentieri uno.”

“Ok, ok… Non insistere, ti accontento. Tanto di sicuro non troveremo nulla di nostro gusto.”

“Pessimista!”

“No no, mia cara. Solo realista. E tu sei troppo buongustaia per accontentarti del primo pollo che ti capita a tiro.”

“Ne sei davvero convinto?” replicai, strizzandogli l’occhio ed entrambi ridemmo del nostro umorismo.
Sotto il sole a picco attraversammo la strada in un momento in cui non transitava, né si vedeva in lontananza alcuna automobile.

Sentivo che più mi avvicinavo e più ero attratta da quella rosticceria, proprio come una calamita che non possa fare a meno di accostarsi al metallo.

Quando fui abbastanza vicina, vidi che la porta a vetri dava su un ampio locale illuminato a giorno. Non c’erano ombre, solo luce, eppure nessun bagliore trapelava all’esterno.

E i prodotti esposti  non lasciavano dubbi. Lì dentro c’erano i migliori cibi che avessi mai visto.

Guardai Michele con fare impaziente, invitandolo ad aprire la porta. Non capivo perché non fosse entusiasta quanto me di tutto quel bendidio verso cui ci stavamo fiondando, ma prima che potessi dirgli qualcosa, la porta si aprì come cedendo ad un’invisibile spinta.

“Oh! Mi ha fatto prendere un  colpo!” esclamai rivolgendomi all’uomo che, dal nulla, improvvisamente ci si era parato di fronte.
Ad una prima occhiata, lo si sarebbe scambiato per un signore di circa sessant’anni. Ma solo ad una prima occhiata, perché a guardarlo meglio, ci si sarebbe resi conto che, sotto la sottile ragnatela di rughe che incorniciava i suoi lineamenti, se ne nascondevano altri, ben più giovani. Quasi infantili.

Sarà un effetto imputabile ad un gioco di luci e ombre, pensai, sebbene non molto convinta.

“Prego signorina, entri pure.” Si fece di lato e con un ampio movimento del braccio mi fece mostra del suo negozio, come un sovrano che si vanti del proprio regno.

Avanzai senza alcuna indecisione. Michele, al mio fianco, non appariva altrettanto sicuro.

Si chinò a sussurrarmi nell’orecchio. “Tesoro, per favore, andiamo via”.

“Ma scherzi? Hai visto quelle lasagne? E la porchetta? Oddio! Rimarrei qui dentro in eterno!”

Intanto l’uomo era andato a posizionarsi dietro il banco e ci guardava con uno sguardo ambiguo. L’impressione era che ci stesse valutando… non saprei ben dire. Del resto, in quel momento non avrei certo potuto pensare che di lì a breve avrei guardato le persone al suo stesso modo e con il suo stesso scopo.
La consapevolezza giunse improvvisa. Inizialmente provai terrore, orrore, disgusto puro. Ma fu solo un momento, perché a poco a poco tutto mi fu piacevolmente chiaro. Guardai l’uomo. Gli sorrisi e mi fece un cenno d’assenso.

Avevamo siglato il nostro patto.

Un profumo di spezie mi pizzicò il naso, facendomi starnutire. Allungai la mia mano verso quella di Michele, ma trovai il suo braccio e mi accorsi che aveva la pelle d’oca.

“Tutto bene?” gli chiesi.

Ad essere sincera gli feci quella domanda per pura retorica.  Mi interessava ben poco di come stesse. Provavo un implicito piacere a constatare il suo malessere. Tanto meglio.

Gli strinsi il polso.

“Andiamocene, per favore”. Sudava. Grosse gocce cominciavano ad imperlargli il viso. Forse stava addirittura piangendo. E’ possibile che cominciasse a presagire il suo imminente destino, ma non ne ho certezza.

Lo invitai a stare zitto.

“Non abbiamo ancora preso nulla, tesoruccio. E tu lo sai che ho fame. Non vorrai mica che resti a stomaco vuoto?” Un rumoroso brontolio della pancia convalidò la mia affermazione.

Mossi due passi avvicinandomi al banco, dalla parte in cui erano esposti i contorni. Michele rimase lì dove lo avevo lasciato, immobile sotto il lampadario più luminoso. Il suo sguardo mi seguiva con rassegnazione e tristezza.

Se avessi letto nei suoi occhi un accenno d’accusa probabilmente sarebbe andata in modo diverso. L’incantesimo si sarebbe spezzato o… chissà…

In un certo senso posso dire che se l’è cercata. O, almeno, che non ha fatto nulla per evitare quello che stava per capitargli.
“Posso ordinare?” chiesi all’uomo.

“Se sa già quello che vuole ed è pronta a farlo, certo.” E dicendolo, mi sorrise.

“Sono pronta.”

“Bene. Allora faccia pure.”

“Dunque, voglio un contorno di melanzane alla griglia e patate fritte e… UN POLLO. Il primo pollo che mi capita a tiro.”
Le parole uscirono dalle mie labbra come una nenia. Il sortilegio funzionò e dal pavimento, nel punto in cui era fermo Michele, emerse un enorme spiedo che gli attraversò le viscere, impalandolo e uccidendolo sul colpo. Lo spiedo prese a ruotare in verticale e contemporaneamente la luce ed il calore emessi dal lampadario sospeso su quella che fino a pochi istanti prima era stata la sua testa, si potenziarono cuocendolo in breve tempo al punto giusto.

Mi avventai sulla sua persona, divorandone le carni che a grossi pezzi strappavo via dalle ossa.

Cominciai dagli arti e nelle cosce scoprii il suo sapore migliore. Poi passai all’addome, provando particolare gusto a masticargli il cuore.

Era delizioso, non comparabile ad alcuna pietanza gustata in precedenza. Più mangiavo, più ne volevo. Più mangiavo, più mi sentivo forte, diversa, invincibile.

A malincuore, ingoiai  l’ultimo boccone. Ero sazia, ma non potei fare a meno di pensare che avrei fatto meglio a scegliermi un pollo più grasso.

Mi stavo leccando le dita quando lo scenario improvvisamente mutò.

Non ero più nella rosticceria. Nessuna luce, nessun profumo, nessuna vetrina. Solo squallore e buio.

Mi rivolsi al bambino che finalmente riuscivo a vedere nelle sue reali fattezze. Un bambino con l’espressione tremendamente crudele.
“E’ questo ciò che ha visto Michele ed è così che ti ha visto, vero?”

Assentì con il capo.

“Ed è questo anche quello che ha visto tua sorella quando l’hai trascinata qui, perché credevi che questa fosse una pasticceria e tu avevi voglia di una fetta di torta alle fragole.”

“Esatto” mi rispose. “Ed è anche quello che ha visto la moglie dell’uomo che gestiva il “negozio” prima di me. Lui però aveva voglia di una fiorentina e, guarda caso, lei era nata a Firenze.” Mi fece l’occhiolino e scoppiò a ridere.

Risi insieme a lui.

“Cosa farai adesso?” gli chiesi.

“Non so. Dalla mia ho la vita eterna e la possibilità di fare ed essere tutto ciò che voglio. Non credo che mi annoierò.”

“Ne sono convinta. E… grazie per avermene fatto dono.”

“Prego. L’ho fatto per te, ma l’ho fatto anche per me. La nostra condizione beata ha un prezzo, come tutte le cose. Trova un’altra anima. Un’anima che, come le nostre, non si faccia scrupoli a nutrirsi dei propri vizi per soddisfare la propria felicità. Trovala e potrai lasciare questo posto e goderti l’eternità come vuoi. Sembra facile, ma, credimi, noi cattivi siamo una razza in estinzione. E l’esercito dei demoni rischia di indebolirsi per mancanza di adepti.”

“Quindi adesso sono un demone?”

“Un demone, un demonio, un’entità oscura… in verità non esiste una definizione esatta.”

“Ho una curiosità. Ma le anime di quelli che mangiamo che fine fanno?”

“Non lo so e non me lo sono nemmeno mai chiesto. Forse vanno in paradiso come martiri sacrificati sull’altare della nostra giusta causa. Comunque sia, ti consiglio di non pensarci e di goderti l’immortalità.”

“Puoi scommetterci!” gli dissi.

Lo abbracciai forte e, pian piano, il suo corpo perse consistenza, dileguandosi come un fantasma nel buio.

 

Tutto questo è successo circa un mese fa, anche se, nella mia nuova condizione, mi è difficile dare una giusta dimensione al tempo.

I giorni trascorrono veloci e greggi di anime passano davanti al “negozio”. Un paio di volte mi è sembrato che qualcuna avesse le caratteristiche giuste ad essere “arruolata”, ma prima di scegliere a caso, voglio essere davvero sicura.

A proposito, tu non hai fame?


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Pizzaburger

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Quante volte la possibilità di un’alternativa ci instilla dubbi di natura amletica; quante volte, di fronte all’opportunità di una doppia scelta,  ci paralizziamo, valutando, per un tempo inenarrabile, i pro e i contro dell’una o dell’altra opzione. Bianco o nero, sì o no, lui o l’altro… Succede a tutti.
C’è chi è più audace ed istintivo e sceglie immediatamente una delle due opzioni. C’è chi è cronicamente indeciso e la tira così tanto per le lunghe che alla fine non sceglie. E c’è, infine, chi valuta il compromesso, il giusto accordo, la via di mezzo.
Personalmente, non adoro i compromessi e,  quando si tratta di scegliere da sola e per me stessa, riesco a cavarmela abbastanza bene con una delle due alternative, senza per forza crearmene o cercarne una terza.
Questo nella maggior parte dei casi, perché è ovvio che anch’io ho dei dubbi. In particolare, un dubbio che mi ha sempre angustiata, come credo angusti tanti di quelli che decidono di mangiare qualcosa fuori, era il seguente.
Pizza o hamburger? Questo era il problema. E, nella maggior parte dei casi, risolvevo o rimanendo digiuna o buttandomi, a seconda delle latitudini, o su un piatto di pasta o una chapa di picanha.
Poi ho scoperto la soluzione di ogni male, di ogni indecisione, di ogni paturnia del sabato sera. Il re dei compromessi, delle vie di mezzo, delle grandi fusioni, insomma….il PIZZABURGER!
Il pizzaburger, sintesi perfetta tra una pizza e un hamburger, non è soltanto una soluzione ai problemi di fame. Il pizzaburger è una metafora che prende forma, è la dimostrazione concreta della possibilità di superare una crisi. La sua natura ibrida e,  al contempo, completa, ha fatto sì che, nella mia ottica, assurgesse a compromesso perfetto e applicabile ad ogni tipo di situazione dubbiosa.
Ad esempio, nell’indecisione tra lo scegliere tra il bianco e il nero, si può optare per il compromesso del grigio, che è una fusione dei due, o per il pizzaburger, che non c’entra assolutamente niente, ma sta bene su tutto.
Nel dubbio tra il sì e il no, si può optare per il ni, che è, nuovamente, una fusione dei due o ripiegare sul pizzaburger, che non c’entra un cavolo, ma va bene per tutto.
Nel dubbio tra lui o l’altro, si può optare per una dispersiva, faticosa e dannosa relazione a tre o mollare entrambi e andarsene a mangiare un pizzaburger.
Insomma, se avete un dubbio, se non sapete cosa scegliere, se una decisione importante vi mette in crisi, pensate al pizzaburger. Nella maggioranza dei casi non c’entra nulla, ma, per esperienza, posso dire che davvero va bene per tutto.


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L’ultimo pezzetto

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Realizzi un ulteriore motivo perché ti facciano santa quando, alle quattro di pomeriggio, completamente digiuna e, di conseguenza, morta di fame, hai solo cinque minuti di tempo per recarti da un posto all’altro. Lungo il tragitto, ti mangeresti gli alberi, i marciapiedi e tutti gli specchietti delle auto parcheggiate. Anche il braccio di qualche passante, ovviamente, ma forse ce l’hai scritto in faccia e tutti ti si tengono a distanza di sicurezza. Poi finalmente arriva la visione, un chiosco di dolcetti, e tra i tanti anche quelli alle arachidi che ti piacciono tanto. Ne acquisti due al volo e, al volo, uno lo scarti e l’altro lo infili in borsa. E così, mentre continui a correre per non arrivare in ritardo, ti sollazzi distribuendo morsi a casaccio alla massa ben burrosa del tuo dolcetto. E ti pregusti il finale, che, come in molti casi, è il momento migliore, quando dal nulla percepisci la sua voce.
– Me ne dai un pezzo?
La tua parte irrazionale ti consiglia di non voltarti, di continuare a correre o di infilarti l’ultimo pezzo in bocca, pure a rischio di strozzarti, dato che ancora non hai mandato giù il morso precedente. Ma c’è un’altra parte di te, quella per cui un giorno potrebbero farti santa, che non resiste alla tentazione o alla curiosità e si volta. E no, non è un mendicante, un bambino, un morador de rua. È un normalissimo ragazzo, ben vestito, in forma e visibilmente meno affamato di te. Ma ormai lo hai fatto, ti sei fermata e hai pure perso un casino di tempo a squadrarlo. Lui punta gli occhi dritti su quell’ultimo pezzo di dolcetto che gelosamente stringi. Tu sai che lo meriti più di lui, ma sullo sfondo intercetti un campanile e ti sorge il dubbio che questa davvero potrebbe essere una prova per mettere a dura prova la tua santità. Perciò glielo cedi. Allunghi la mano e, mentre il suo artiglio rapace ti strappa via l’amato dolcetto, anche se non piangi perché non hai tempo e già sei in ritardo, in fondo in fondo, ad essere precisi dalle parti dello stomaco ancora vuoto, sei commossa eccome.
Certo, potresti rifarti con l’altro dolcetto, ma ormai hai così tanta paura che ti sottraggano anche quello, che fingi di dimenticarti di quanto hai fame.
Perciò riaccelleri il passo e ingoi saliva a più non posso, nella speranza di debellare dal palato e dai denti ogni briciola o granello di zucchero che, rimestandosi, ti restituirebbe l’amato e perduto sapore.
E non ti è di nessun conforto il pensiero che, a finale, hai fatto una buona azione.
Privandoti di quell’ultimo pezzo di dolce, non hai mica risolto il problema della fame nel mondo? E di certo nemmeno il problema della fame che hai tu.

* Foto scattata presso Casa FIAT da Cultura (BH), Almanaque- pinturas de Miguel Gontijo