Le coccinelle volano


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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?

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Perdere la faccia

Sareste disposti a rinunciare al vostro nome, al vostro viso o al prodotto del vostro ingegno, pur di diventare famosi?

– Certo che è strano. Tutti scrivono per diventare famosi ed Elena Ferrante, che è riuscita a farsi leggere in tutto il mondo, non vuole che si scopra la sua vera identità.- Commentava una mia amica brasiliana, dopo aver concluso la lettura della tetralogia de “L’amica geniale”.
Difficile contraddirla.
In una società in cui ciascuno è votato e devoto al culto della propria persona, nonché tanti sono schiavi del desiderio di fama e affermazione- non importa attraverso quali mezzi, purché se ne parli, purché si faccia il mio nome- la scelta della Ferrante appare quantomeno anacronistica e singolare. Non entro nel merito. Se l’autrice vuole trincerarsi dietro uno pseudonimo, è un suo diritto, che nulla toglie e, a mio avviso, neanche nulla aggiunge al valore di quanto finora ha scritto.

Ma se è emblematico il caso di Elena Ferrante, che, con o per il successo, ha perso il proprio nome, altrettanto emblematico è quello di Maria Firmina Dos Reis, che, con  il successo, perse letteralmente la faccia.

Credo che in Italia in pochi la conoscano. Io stessa, fino a qualche settimana fa, non l’avevo mai sentita nominare.
Maria Firmina nacque nel 1825 in uno stato del nord-est brasiliano. A quel tempo, in Brasile, c’erano schiavi e signori; a quel tempo, le donne potevano leggere soltanto la bibbia; a quel tempo le donne non potevano né scrivere né pubblicare un libro. Ancor meno una donna come Maria Firmina che fu schiava, bastarda e negra (i due ultimi aggettivi, terrificanti in italiano, sono quelli che si leggono sulle pagine in portoghese dedicate alla scrittrice. Peraltro, in Brasile, riferirsi a qualcuno chiamandolo “negro” non costituisce un crimine razzista. Al contrario, ed è un paradosso rispetto alla consuetudine italiana, è considerato altamente disdicevole e razzista usare all’indirizzo di qualcuno l’aggettivo “preto”, che traduce in maniera letterale il colore “nero”).
Ma Maria Firmina, in quel tempo e a quelle condizioni, riuscì a cambiare le regole, a scrivere, a farsi pubblicare e ad imporsi nella memoria dei posteri come la prima romanziera brasiliana.
Una storia indubbiamente straordinaria la sua. Se non fosse per un dettaglio. Un dettaglio neppure poco considerevole.

Maria Firmina, come ho già scritto, era una schiava, era di colore. Eppure l’immagine che di lei è stata tramandata è completamente diversa.
Il volto che per oltre un secolo è stato associato al suo nome e alle sue opere e che ancora oggi, persino le riviste legate a gruppi attivisti e femministi continuano ad usare, non era affatto il suo, bensì quello di una certa Maria Benedita Borman, scrittrice gaucha, di origini tedesche, quindi bianca, nata e cresciuta in una famiglia di grande prestigio sociale e politico. Una donna che con Maria Firmina non aveva in comune assolutamente nulla, né per aspetto, né per origini e stile di vita.

Insomma, Maria Firmina riuscì a far valere il proprio talento, ma finì per essere ricordata con il viso di un’altra. Nello stesso tempo, il viso di Maria Benedita divenne senz’altro celebre, in quanto legato al nome di un’altra, ma le sue opere furono quasi completamente ignorate.
Ed è veramente difficile stabilire a chi delle due andò peggio.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.


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Ritardo

Nessuna voce metallica gracchia da un interfono che il treno da Paris-Bercy è in ritardo, un ritardo che, stando alla differenza tra l’orario stabilito e quello, invece, previsto, supera le due ore.
Ma, per Matilde, Parigi è solo una città lontana miliardi di passi e di giorni dal giorno in cui, magari, potrà apprezzarla.
Si mordicchia un labbro.
E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
37 minuti volati, quanti ancora da venire è un mistero e, ferma come un impiastro di fronte al tabellone degli arrivi e delle partenze, di fianco all’imbocco delle scale per la metro, Matilde guarda l’orologio, poi muove due passi, poi riguarda l’orologio.
Le parole annotate in stazione sono mobili come un nastro di scale che sembra arrampicarsi su, da un pensiero all’altro, ma che in realtà gira a vuoto. Posa la penna e il blocco in borsa e comincia a fantasticare sugli estranei che le scivolano, indifferenti, accanto.
Un ragazzo, anatomicamente perfetto per ricoprire il ruolo dell’uomo dei suoi sogni, si affretta oltre senza nemmeno degnarla di uno sguardo. Poco distanti, dove si spalanca l’enorme entrata che dà su via Marsala, quattro fumatori consumano le loro sigarette di fianco agli appositi contenitori di cenere. Anche Matilde ha voglia di fumare, ma ha da poco spento l’ultima cicca e soffoca l’istinto di andare a comprare un pacchetto da venti di Winston blu, mangiucchiando quello che le resta delle unghie.
Dall’i-pod, un suono d’archi traslittera in chiave drammatica qualcosa che probabilmente più tardi le sembrerà molto comico. Pensa che dovrebbe ascoltare musica più allegra, tira via gli auricolari, spegne l’apparecchio e decide di tenere il ritmo solo al suo respiro.
– Non è questo il punto. Prendo un taxi e sono da te, così possiamo discuterne…
Di persona. La frase sarebbe stata conclusa così, ne è sicura, malgrado il rumore di fondo e il progressivo allontanamento dell’uomo con il telefono incollato all’orecchio destro e il manico della ventiquattrore stretto nella mano sinistra, le abbiano impedito di ascoltare la chiosa.
Chissà chi era, da dove veniva e verso cosa era diretto, si chiede Matilde, dando spago e seguito ad uno dei suoi passatempi preferiti.
Captare stralci di conversazioni altrui, immaginare le storie che, nascoste come iceberg sotto la superficie dell’estraneità, diventano delineabili, grazie a parole che come punte fendono il ghiaccio della sua disattenzione, è il gioco con cui si diverte a trascorrere il tempo, quando ha l’impressione che il senso di abbandono diventi troppo pesante.
Ma lei non è stata abbandonata.
Tra 37 e 56, ci sono 19 minuti di ritardo in più. E’ giusto aspettare qualcuno che forse non ha alcuna voglia di arrivare?
Farebbe meglio ad andare, ma resta ferma a guardarsi prima la maglietta e poi la gonna, riflettendo su quanto sia breve il passo dal rosa al nero e viceversa.
Quanto sarebbe facile voltarsi altrove e tornare a casa, senza provare alcun rimpianto. Ma andare via è da vigliacchi. Per andare via bisogna solo cogliere l’occasione. La cosa davvero difficile è restare. E Matilde sceglie sempre l’opzione più difficile.
Il vocalizzo che tirerebbe fuori, consonantico per i problemi alla gola, qualora trovasse il coraggio di mettersi a cantare, frena la voglia di fumare, nel frattempo diventata quasi una presenza e per giunta ostile.
Un giorno così non può essere romantico. In un giorno così prima sorridi, poi diventi nervosa e poi puoi solo sperare di tornare a sorridere, ma non è mica certo?
Decide di scrivere di nuovo. L’emozione di una nuova pagina, tutta bianca, è insidiata dalla pienezza della precedente. Ha la penna, ma non ha il calamaio e una vecchia filastrocca le mette in disordine i ricordi.
Scrive due righe e, in un momento, il momento è quello successivo a quello precedente. Sembra non ci sia alcuna differenza, ma la cesura, netta dietro una sommaria cucitura, è un abisso.
Domani, anche solo tra un poco, tutto questo sarà un ricordo.
La cosa peggiore è accettare che quel tra poco sembra già presente.


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Piove da mesi

I pensieri sconfinano il bordo della pozza di caffè che macchia il lavandino e, correndo, raggiungono la parete e salgono fino al davanzale, affacciandosi ai vetri della finestra che dà sul giardino. Un occhio poco attento scaccerebbe la luce con un battito di palpebre, accontentandosi dell’apparenza di un giorno di sole,  ma il suo coglie il dettaglio di un volo di cornacchia su uno sfondo di nubi nere che, se più vicine, starebbero dando pioggia.

È il momento del giorno che più detesta, fuori dal letto, ma non completamente sveglia; il momento in cui solitamente decide se sarà un buon giorno o un cattivo giorno.

Un rumore di passi si aggiunge al ticchettio dell’orologio e al fruscio del vento. Dev’essersi svegliato anche lui.

Richiama velocemente indietro i pensieri, che ubbidienti, dal vetro a cui li aveva incollati, ripercorrono il tragitto inverso, fino al tavolo e poi di nuovo al caffè, girato troppo distrattamente e in fretta. Soltanto uno sfugge al gruppo,  ma non ci fa troppo caso.

Prova a starsene così, immobile, con la tazzina in una mano e una sigaretta nell’altra, e coi pensieri tutti zitti e muti e impilati in ordine nella scatola cranica, come le mutande nel cassetto. 

Il rumore di passi diventa una presenza cui volta le spalle. Una mano le accarezza i capelli. Decide di non voltarsi e prova piuttosto a richiamare o anche solo a scacciare il pensiero ribelle, l’unico, quello  di cui adesso si è accorta e che, rimbalzando da un angolo all’altro della cucina, le fa il solletico ai dotti lacrimali.

La mano scende sulla spalla e le si avvicina al viso, verso le labbra, come a chiederle un bacio che però non vuol dare.

– Buongiorno 

Buongiorno un cazzo. Sposta la sedia, si alza e percorre pochi passi. 

– Che dici…pioverà?

Lo raggiunge con lo sguardo. È in piedi, un angolo della tenda sollevato per guardare fuori. 

– Piove da mesi, non te ne sei accorto? 


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Malgrado l’e-book

“Mi sa che è questo il mio limite: mi mancano le conclusioni, nel senso che ho l’impressione che niente finisca mai veramente. Io vorrei, vorrei davvero che i dispiaceri scaduti, le persone sbagliate, le risposte che non ho dato, i debiti contratti senza bisogno, le piccole meschinità che mi hanno avvelenato il fegato, tutte le cose a cui ancora penso, le storie d’amore soprattutto, sparissero dalla mia testa e non si facessero più vedere, ma sono pieno di strascichi, di fantasmi disoccupati che vengono spesso a trovarmi. Colpa della memoria, che congela e scongela in automatico rallentando la digestione della vita e ti fa sentire solissimo nei momenti più impensati.” Diego De Silva

Si matura una certa boria nell’essere felici. Come se il fatto stesso di esserlo, valga come diritto ad esserlo. Ma la felicita non è mai un diritto, né un dono. È un presente in quanto sensazione attuale, il cui impatto si amplifica in base a quanto è stata decisiva in senso contrario, quindi negativa, la sensazione precedente, quella passata. Insomma, la felicità si conquista, si merita, si guadagna. E si preserva. Non è come la fortuna che, invece, coglie a casaccio. 

Me li ricordo quei giorni. Me li ricordo bene. Tutti uguali, tutti freddi. Io mi ricordo di ciascuno di quei giorni infelici. Mi ricordo di me, quando, a sera, buttata come uno straccio su un sedile a caso, fissavo, al di là del vetro, il buio decorato, secondo il caso, da pioggia, vento, alberi spogli e luci di case lontane, che sfilava correndo fuori dal treno. Quando il treno passava. Perché spesso il treno non passava per ore e tutto quel buio, anziché vederlo sfilare, ero costretta a indossarlo.

Ogni tanto, trovavo compagnia, qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere, l’amica o l’amico di treno stanco quanto me, lo studente pieno di sogni svegli, in contrasto coi miei sogni ormai tutti addormentati, l’impiegato statale nauseato dal sistema. Insomma, una compagnia che facesse il pari con la mia infelicità a volte la trovavo. Ma il più delle volte, ero sola. 

Ricordo il rumore di fondo di ingranaggi usurati e di voci usurpate ad un chiacchiericcio banale e irritante. Ricordo la fame, il sonno e la voglia di tornare a casa, non importa a che ora, non importa che non ci fosse nessuno ad aspettarmi. La sensazione e la constatazione che niente andasse bene. Niente.

Possibile che fosse tutto così brutto? No, ovviamente. Qualcosa di bello c’era. Ma poco.

In mezzo a quel poco, c’erano i libri e le parole di Diego De Silva. Cominciai a leggere “Sono contrario alle emozioni”, oltre che per il titolo, soprattutto perchè mi ero convinta che l’autore, dato il nome, fosse sudamericano e perciò allegro. Poi, leggendo, scoprii che era delle mie parti. Poi mi piacque così tanto che lessi tutti gli altri suoi libri pubblicati fino a quel momento.

Era l’inverno del 2013. Qualche mese dopo, a pochi giorni dall’inizio della privamera, De Silva presentò “Mancarsi” al festival Libri Come, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma. Arrivai prestissimo e mi piazzai in prima fila. Insieme a me, tante altre donne, tutte cariche di libri da farsi autografare. Io non ne avevo, io leggo in maggioranza e-book. Ma l’autografo a De Silva lo chiesi lo stesso, sulla mia agenda. E in mezzo ai fogli sporcati con i miei pensieri, lui scrisse: “A Maria Pia, malgrado l’e-book”.

Era il 17 marzo del 2013 e facebook ieri me lo ha ricordato. Mi sarei limitata a sorriderne e a tenermi per me quel ricordo. Ma ieri è stato un giorno altrettanto felice e memorabile. (E ci sta che la felicità non cade a casaccio, ma, come il compleanno, cade sempre nello stesso giorno.)

In questi due anni in Brasile, con visto temporaneo, ho sempre inconsciamente nutrito il terrore di dover o essere costretta a tornare indietro.

Si matura una sorta di presunzione quando si è felici. Ci si sente invincibili, intoccabili. Ma la felicità non è invincibile e non dura in eterno. Lo sa bene chi non è sempre stato felice. E, quindi, la paura di dover tornare indietro, a quel tempo (e a quei luoghi) in cui ero tanto infelice, è sempre stata forte. Ma da ieri, questo adorabile paese mi ha concesso di restare qui permanentemente, per sempre, se lo voglio. E giuro che, se all’epoca in cui leggevo i libri di De Silva, avessi solo immaginato che, di lì a quattro anni, avrei maturato il diritto di vivere illimitatamente in un paese bello, caldo, allegro e senza troppi treni, mi sarei detta che era meglio per me smettere di leggere, perché troppi romanzi potevano farmi male alla salute mentale.

Ma la vita può riservare sorprese migliori di quelle che riserva la letteratura.