Le coccinelle volano


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La preda

_DSC6278Il terriccio che insudicia il tavolo, accompagnato fin lì da un vento che si diverte a vedermi sudare tra strofinacci e spugnette intrise di acqua e sapone, solo per beffarmi con rapidi e nuovi millimetri di sporco, è il mio schiaffo sul viso. Schiaffo metaforico ma che non brucia meno dei reali impatti di mani violente sulla mia anima inerme, tutte le volte che sbaglio.
L’esattezza di un gesto o di una decisione è un concetto arbitrario e manipolato dal soggetto predatore. Io sono la preda incapace di andare al di là del male.
Riposo gli occhi, ma mi rivedo, non esattamente lì, ma poco oltre, sia nel tempo che nello spazio.
Fuori da questa stanza, il sole innaffia di calore estivo la campagna dormiente. Ma dentro di me è fine inverno, quasi primavera, e buio pesto.
Non c’è nessun tavolo e il cruscotto della Fulvia è lindo e profuma di lavanda.
-Apri il cancello- mi ordina mio marito.
– Non voglio scendere. Aprilo tu!
-Sbrigati!- mi urla.
– Non voglio!- replico, sbadigliando per la stanchezza di un’ennesima giornata vissuta controvoglia. Ho bisogno del mio letto, dei miei spazi, di tutto ciò che mi fa sentire al sicuro. Delle sole cose che riesco a trascurare. Devo dimenticare e dormire, dormire e dimenticare.
– Scendi ad apritelo da solo!- insisto. Poi volto la faccia verso il finestrino, ma sono consapevole di quanto poco valgano le mie proteste.
Il sedile scomodo della Lancia in cui siedo, non è un’arma e nemmeno una buona difesa. Perché in un istante mio marito si è portato fuori dall’abitacolo ed è lì, pronto a spalancare il mio sportello, per dimostrarmi che non ho possibilità né di diniego né di scelta.
Mi afferra per una ciocca di capelli e mi trascina fuori. Mi spinge con forza e prima batto il fianco contro l’auto, poi finisco a terra, carponi. La punta di un sassolino mi affonda nel palmo della mano destra. La sinistra è uno scudo con cui cerco di difendermi la pancia dai suoi calci, ma mi prende a pugni la schiena e allora mi arrendo e affondo in terra entrambi i palmi, cosicché i graffi che mi procuro da sola alle mani mi distraggano dal dolore che mi infligge lui, chino su di me, pronto ad annullarmi.
Finisce com’era iniziata.
Si rimette in auto e mi lascia fuori senza una parola. Mi rimetto in piedi, zoppico qualche passo e gli apro il cancello.
-Richiudilo!
Mette in moto. Sulla sua faccia campeggia un’espressione vuota. Non ne ho la certezza, perché la notte è un mostro che spalanca le sue fauci e mi ingoia in una tenebra orfana di una dentatura di stelle ormai spente. L’unico bagliore certo è quello delle luci di posizione che si arrampicano su per il viale fino all’entrata del garage, che così lontano somiglia a un anfratto di strega.
La mia memoria è poco lontana dai blocchi di partenza e troppo condizionata dalla coscienza del presente. Per questo, non riesco a spiegarmi come io abbia mosso quei passi, da un ciglio di strada, ai gradini di marmo, fino al corridoio e alla mia stanza.
Riapro gli occhi. Intorno a me c’è ancora tanta polvere.
Questa casa sarà sempre sporca.

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La fioritura degli ipês

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Prima fioriscono quelli rossi, poi i rosa, i gialli e, alla fine, i bianchi. I bianchi sono i più rari. C’è un esemplare giovanissimo nella strada in cui abito. E’ recintato e, da un ramo, penzola un cartello che recita “Sono un ipê bianco. Guarda quanto sono bello!”
Gli ipês sono alberi strani. Quando la temperatura scende, un brivido scuote la loro corteccia come un presagio di morte. Temono manchi poco, temono sia la fine. Per questo, fioriscono.

– Ti piacciono gli ipês?
Fu il primo sì che gli dissi. Mi ero incantata con il naso in aria, a seguire la traiettoria di quelle nuvole rosa scosse dal vento. Piccoli petali, come cuori, si staccavano dai rami, spole romantiche tra cielo grigio e asfalto nero, in un pomeriggio d’inverno. Una pagina di quaderno che avrei riempito, senza saperlo.

Gli ipês sono alberi ribelli, fanno le cose al contrario. Sfidano le stagioni e la sorte. Si riempiono di colori, quando tutti gli altri sono vestiti a lutto.

Avrei potuto coprirmi il cuore anch’io, basando, sulla precarietà di quel momento, la scelta di trascurare il tramonto e rimandare ad un’alba successiva, di maggiore certezza, la possibilità di scoprire quello che avevamo da vivere. Come quegli alberi che, per paura di bruciarsi, aspettano il conforto della primavera prima di fiorire.
Ma sullo sfondo c’erano gli ipês.

Gli ipês sono alberi folli. Non aspettano la primavera. Gli ipês fanno l’amore in inverno.

– Voglio fare con te quello che l’inverno fa con gli ipês.


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Mercado Central

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Lo colgo un attimo prima che accada che cada.
Poggia male il piede. La suola della ciabatta slitta come uno snowboard sui bordi degli ultimi due gradini. Prova a tenersi in equilibrio- mi auguro che ci riesca- ma l’altra gamba gli cede. Fa in tempo a lasciar perdere i due sacchetti che stringe in una mano. Cade in ginocchio, i palmi aperti sul marciapiedi. Una donna si scansa. Due uomini si affrettano a soccorrerlo.
Non so se fermarmi. Mi fermo.
E non soltanto perché ha i capelli bianchi. E nemmeno perché a tirare dritto mi sentirei una stronza. In quanti, del resto, ci stanno passando accanto senza nemmeno voltarsi?
L’ho visto quando era ancora in piedi, quando stringeva i sacchetti e guardava avanti; quando mancavano pochi gradini per raggiungere il marciapiedi e tornare a casa; quando non immaginava, di certo, che da lì a pochi secondi, la sua prospettiva ed il suo punto di vista sarebbero letteralmente cambiati.
L’ineluttabilità della gravità attinge in modo greve la certezza breve che, per tenersi in piedi, sia sufficiente volerlo.
Non capita, forse, a tutti di ritrovarci a gambe all’aria o con le ginocchia piantate in terra, quando meno ce lo aspettiamo?
E colpe, di colpo, gravano addosso, insinuando, come i lividi dopo un colpo, il dubbio, in chi cade, che con una maggiore attenzione, si sarebbe potuto evitare.
Ma anche chi assiste non è esente dal dubbio della colpa.
Se mi fossi messa a correre, avrei fatto in tempo ad aiutarlo a mantenersi in equilibrio?
I due uomini, l’uno da un lato, l’altro dall’altro, lo prendono per le spalle e provano a rimetterlo in piedi, ma non riesce a star dritto e allora lo aiutano a sedersi sul gradino, lo stesso, quello infame, su cui ha poggiato male il piede.
– Posso fare qualcosa?
I due soccorritori, ancora piegati sull’uomo, alzano entrambi la testa e mi guardano. Non mi hanno capita. Quando sono in ansia, parlo malissimo.
L’uomo è rintontito. Si guarda le mani, sono graffiate. Si controlla le braccia, sono a posto. Si tasta le gambe, ha una brutta escoriazione sulla destra.
Comincio a frugare in borsa. Cazzo, non li trovo! Eppure ho sempre un pacchetto di fazzoletti. Frugo, impreco ancora e finalmente li trovo. Apro la confezione e gliela tendo.
L’uomo mi guarda spaesato.
– Sono fazzoletti, ne prenda uno. Per tamponare la ferita.
Ma non mi ha capita. Quando sono preoccupata, parlo malissimo.
Allora ne sfilo io uno e glielo porgo. L’uomo lo prende, lo poggia sull’escoriazione e infila un lembo di carta nel calzino, improvvisando una medicazione d’emergenza.
Nel frattempo, uno dei due signori raccoglie i sacchetti dal marciapiedi e glieli adagia di fianco.
Non so cos’altro fare, non c’è nient’altro che io possa fare.
Ha occhi azzurri, profondi, incastonati in un reticolo di rughe che mi raccontano di tante altre cadute da cui è riuscito a rialzarsi. Che mi raccontano di tante altre cadute da cui riuscirò a rialzarmi.
Mi sorride e mi dice qualcosa e so che è qualcosa di bello  e gentile che, però, non comprendo.
Quando provo sollievo, sento malissimo.

 


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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?


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Perdere la faccia

Sareste disposti a rinunciare al vostro nome, al vostro viso o al prodotto del vostro ingegno, pur di diventare famosi?

– Certo che è strano. Tutti scrivono per diventare famosi ed Elena Ferrante, che è riuscita a farsi leggere in tutto il mondo, non vuole che si scopra la sua vera identità.- Commentava una mia amica brasiliana, dopo aver concluso la lettura della tetralogia de “L’amica geniale”.
Difficile contraddirla.
In una società in cui ciascuno è votato e devoto al culto della propria persona, nonché tanti sono schiavi del desiderio di fama e affermazione- non importa attraverso quali mezzi, purché se ne parli, purché si faccia il mio nome- la scelta della Ferrante appare quantomeno anacronistica e singolare. Non entro nel merito. Se l’autrice vuole trincerarsi dietro uno pseudonimo, è un suo diritto, che nulla toglie e, a mio avviso, neanche nulla aggiunge al valore di quanto finora ha scritto.

Ma se è emblematico il caso di Elena Ferrante, che, con o per il successo, ha perso il proprio nome, altrettanto emblematico è quello di Maria Firmina Dos Reis, che, con  il successo, perse letteralmente la faccia.

Credo che in Italia in pochi la conoscano. Io stessa, fino a qualche settimana fa, non l’avevo mai sentita nominare.
Maria Firmina nacque nel 1825 in uno stato del nord-est brasiliano. A quel tempo, in Brasile, c’erano schiavi e signori; a quel tempo, le donne potevano leggere soltanto la bibbia; a quel tempo le donne non potevano né scrivere né pubblicare un libro. Ancor meno una donna come Maria Firmina che fu schiava, bastarda e negra (i due ultimi aggettivi, terrificanti in italiano, sono quelli che si leggono sulle pagine in portoghese dedicate alla scrittrice. Peraltro, in Brasile, riferirsi a qualcuno chiamandolo “negro” non costituisce un crimine razzista. Al contrario, ed è un paradosso rispetto alla consuetudine italiana, è considerato altamente disdicevole e razzista usare all’indirizzo di qualcuno l’aggettivo “preto”, che traduce in maniera letterale il colore “nero”).
Ma Maria Firmina, in quel tempo e a quelle condizioni, riuscì a cambiare le regole, a scrivere, a farsi pubblicare e ad imporsi nella memoria dei posteri come la prima romanziera brasiliana.
Una storia indubbiamente straordinaria la sua. Se non fosse per un dettaglio. Un dettaglio neppure poco considerevole.

Maria Firmina, come ho già scritto, era una schiava, era di colore. Eppure l’immagine che di lei è stata tramandata è completamente diversa.
Il volto che per oltre un secolo è stato associato al suo nome e alle sue opere e che ancora oggi, persino le riviste legate a gruppi attivisti e femministi continuano ad usare, non era affatto il suo, bensì quello di una certa Maria Benedita Borman, scrittrice gaucha, di origini tedesche, quindi bianca, nata e cresciuta in una famiglia di grande prestigio sociale e politico. Una donna che con Maria Firmina non aveva in comune assolutamente nulla, né per aspetto, né per origini e stile di vita.

Insomma, Maria Firmina riuscì a far valere il proprio talento, ma finì per essere ricordata con il viso di un’altra. Nello stesso tempo, il viso di Maria Benedita divenne senz’altro celebre, in quanto legato al nome di un’altra, ma le sue opere furono quasi completamente ignorate.
Ed è veramente difficile stabilire a chi delle due andò peggio.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!


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Il ladro di poesie

Forse si amavano. Il forse è dovuto, dato che non ho mai conosciuto nessuno dei due personalmente per  verificare.
Ad ogni modo, Salvatore e Patrizia davano a intendere di amarsi e credo nel loro caso fosse un amore sincero.

Solitamente, nutro riserve sulle pubbliche dichiarazioni d’amore. La resa tanto esplicita e palese di un sentimento intimo, quanto solo l’amore può essere, me ne invalida la percezione di veridicità. Non che mi importi. In fondo, se due si amano, anche fuori, tanto e quanto mostrano di amarsi in internet, oppure no,  sono affari loro. Ciò su cui invece non nutro quasi alcun dubbio è lo scadimento estetico degli innamorati strilloni. Un paio di settimane fa, ad esempio, ma mi era capitato anche in passato, ho visualizzato le foto di una proposta di matrimonio. Cosa volevano comunicare le persone che le hanno pubblicate? Volevano condividere la loro gioia? Non sarebbero bastate due righe, anziché una fotocronaca completa e dettagliata, dall’arrivo al ristorante, all’ordinazione del vino, all’apertura della scatoletta con l’anello?
Gli innamorati non se ne rendono conto, ma più provano a mostrarsi innamorati, più assumono un’espressione deficiente. Per non parlare dei baci. C’è qualcosa di più triste di un bacio comandato, immortalato e pubblicato?
Certe scene è bello vederle nei film, con le giuste luci e con quel romanticismo estremo che, quanto più è inverosimile e assurdo, tanto più si attacca e resta impresso  nell’immaginario. I tentativi di replica autoprodotti e confezionati con l’iPhone sono brutti, inutili e parecchio patetici.

Non ebbi mai modo di verificare la resa estetica dei sentimenti che legavano Salvatore e Patrizia. Non c’erano foto, né mai le ho cercate. Ma il modo in cui si dichiaravano l’amore fu per me molto singolare.

Vorrei poter dire che capitai sul blog di Salvatore per caso- un po’ fu davvero così- ma in realtà ci capitai per vanità.
In quel periodo, ancora mi interessava sapere che le cose che scrivevo interessassero a qualcuno e spesso perdevo tempo a cercarmi sui motori di ricerca.
Le mie ricerche erano metodiche e mai limitate al solo nome. Io inserivo titoli, incipit, versi. Ovviamente, nella maggior parte dei casi, venivo indirizzata alle mie stesse pagine o alle pagine di scrittura collettiva con cui collaboravo.
Fu, perciò, una bella sorpresa leggere i miei scritti sulle pagine di un altro.
All’inizio pensai si trattasse di un amico, al più di un conoscente, ma no, io quel Salvatore proprio non lo conoscevo.
Lui mi conosceva? Non ne ho idea, eppure un post su tre di quelli pubblicati sul suo blog erano miei. Miei proprio nel senso di miei. Non vagamente simili, non casualmente somiglianti. Erano miei dall’inizio alla fine, in ogni sillaba, parentesi e segno di interpunzione. Un copia-incolla perfetto ad eccezione del genere degli aggettivi riferiti al soggetto, nel mio caso il femminile, nel suo il maschile. Perché Salvatore pubblicava i miei scritti come fossero suoi. E io, in qualità di autrice, non venivo menzionata da nessuna parte.
Mi sentii infastidita? Un pochino, ma per lo più ero curiosa.
Cominciai a spulciare più a fondo il suo blog per capirci qualcosa. Fu così che lessi di Patrizia e di quanto ne fosse innamorato. Era a lei che dedicava le mie poesie. E a lei piacevano. Si capiva dai commenti, da come lei estrapolasse alcuni versi usandoli per successive risposte.
Il fatto è che quelle poesie non poteva averle prese dal mio blog, poiché non le avevo mai pubblicate su quella piattaforma. Salvatore aveva il mio libro? E come era riuscito ad averlo?
C’erano anche scritti in prosa altrettanto miei e altrettanto mai pubblicati in rete. Dove e come li aveva presi?
Decisi di scrivergli e sicuramente lo avrei fatto, finché non scoprii una cosa che mi gelò il sangue.
Salvatore cinque mesi prima era morto. Lo scoprii leggendo il blog di Patrizia, al quale ero arrivata cercando informazioni su come contattarlo privatamente.

Ancora oggi, sui blog di entrambi, ogni tanto viene pubblicato un verso di qualche mia poesia.
E no, non ho mai pensato di scrivere a Patrizia. Perché, in fondo, a quelle poesie loro hanno donato un vero senso e credo anche che le abbiano amate molto più di me.