Le coccinelle volano


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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?

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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Prigioniera 

Devo essermi addormentata. Non ricordo come. Ho la sensazione, non la certezza, che capiti spesso. Soprattutto quando comincio a chiedermi se esiste un modo per vivere per sempre. Perché il fatto che tutti prima o poi si muoia non mi è di alcun conforto. Dev’essere per questo che mi addormento. Forse nei sogni una soluzione c’è. Devo solo riuscire a ricordarmela. 

Purtroppo non ricordo mai cosa ho sognato. Ma ho la sensazione che nei sogni esista una soluzione. L’ho già detto? Vorrei trovare una soluzione per vivere in eterno, quella che non incontro quando, da sveglia, cerco nei cassetti, sul fondo degli armadi, e, se sono brava a fuggire di casa, nelle grate dei tombini e nelle crepe dell’asfalto. Perché io sono prigioniera, l’ho detto? C’è un uomo, un vecchio, che mi impedisce di uscire. Mi dice che è per il mio bene, mi chiede di starmene buona. Se sapessi dove tiene quel… Come si chiama? Boh, non mi ricordo, ma so che ha un oggetto con cui parla e da cui escono voci. Lui le blocca con l’orecchio, ma, se gli sto vicino, riesco a sentirle tutte quelle voci. E allora urlo, chiedo aiuto. Lui mi fa segno di stare buona, di calmarmi, ma io urlo forte lo stesso. Comunque, se riuscissi a sapere dove nasconde quel coso potrei usarlo per chiedere a quelle voci come posso vivere in eterno e, se pure loro non hanno una risposta, posso chiedere loro di venirmi a salvare.

Sono prigioniera e voglio scappare. Perché questo vecchio non mi fa uscire? Cosa vuole da me?

A proposito, da quanto sono sveglia? Dov’è? Tutte le volte che apro gli occhi, la prima cosa che vedo è il suo faccione grinzoso. Sento dei rumori in cucina. Faccio per alzarmi, ma inciampo contro il comodino.

– Amore, sei sveglia?

Rumore di passi, mi metto a sedere. Compare sulla porta, sembra ancora più vecchio. 

– Amore, da quanto tempo sei sveglia? 

Lo fisso. Ho sempre la sensazione che mi ricordi qualcuno di cui non mi ricordo. Perché? Perché è così difficile? 

– Amore, cos’hai? Non ti senti bene? Vuoi che ti accompagni in ospedale? 

– Noooo- urlo con tutto il fiato che ho in gola.- Voglio andarmene da questo posto! Lasciami andare!!! Voglio tornare a casa mia!

– Ma questa è casa…

– Nooooo! Smettila con queste bugie! Io voglio tornare da mio marito, voglio tornare da Lorenzo.

– Ma, amore, sono io. Sono io Lorenzo.

– Bugiardo! Tu sei un vecchio viscido e crudele. Lorenzo, no. Il mio Lorenzo è bello.

Si avvicina, mi abbraccia, mi divincolo, lui stringe più forte. Allora affondo la testa nel suo petto e mi tranquillizzo, ma solo per un attimo, un solo istante.

Mi accarezza i capelli, il petto gli si solleva in singhiozzi.

– Sono Lorenzo, amore, e questa è la nostra casa, la casa che abbiamo comprato insieme. Ti ricordi? Un giorno guarirai e ricorderai tutto. Me lo hai promesso. 

– Qual è la soluzione? – Gli chiedo. – Dimmi la soluzione per non morire mai.

Riesco a divincolarmi dal suo abbraccio e lo fisso in fondo agli occhi. Lui continua a singhiozzare. 

Non so quanto tempo trascorriamo così, non me lo ricordo. So solo che, all’improvviso, l’ho guardato e l’ho riconosciuto. Finalmente so chi è, è lui, è il mio Lorenzo. E, stringendolo, riesco a ricordarmi persino che il mio desiderio di non morire mai è legato alla volontà di non lasciarlo mai.

Dovrei tenerlo a mente tutte le volte che sto per addormentarmi. Ma è impossibile. Non riesco a ricordarmi mai niente.

L’ho già detto che sono prigioniera di un vecchio? 


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Nemmeno altro

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Tu che di me
non puoi neanche parlare,
perché non c’è pace
per chi non vuol sentire;
io che di te
non posso fare a meno,
perché una vita lunga
senza te è come morire.

Non siamo mai noi stessi,
né me, né te, né altro,
sebbene pure altro
sarebbe stato meglio
del divieto a dare spago
al filo che hai spezzato,
della spinta a dare fiato
alla brezza che ho arrestato.
La polvere si è alzata
ed ha occultato l’illusione.
Concreto resta il battito.
Chi mai lo potrà udire?

Tu che obliteri le scene
ed io continuo a farti icone.
Cera attacco al piedistallo
e tra le dita ho zolfanelli.
Non m’importa di bruciare
o se bruciasse chi ti stringe.
Assicurati il domani,
ché io provvedo al tuo passato.

Il presente è un continente
e si allontana sulle onde,
come amore a lungo andato
che ci sfiora solo a lato.


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Io non ho una barca, disse l’albero

 

Lasciati per dopo quello che ormai non hai bisogno di aspettare e tutto quello che non sei riuscita ad aggiustare per colpa del dopo. Non c’è modo, no. Alla fine, ci aspettiamo sempre il peggio, alla fine, smettiamo sempre di prenderci cura di ciò che abbiamo tra le mani. 

Perciò.

Lasciati per dopo quello che ormai non hai più bisogno di lasciare, cambiando posto alle cose di sempre, la certa cosa certa a farsi, e dici che volevi solo riposarti da chi tu stessa scegliesti di essere. Senza volere. È sempre senza volere.

Queste parole, questa canzone, questo tramonto.

Rio.


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I’m killing time on Valentine’s

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Era San Valentino anche l’anno scorso, ma non me lo ricordo.
San Valentino, del resto, è una data di cui cogli il reale potenziale fin tanto che non hai le facoltà di cogliere il potenziale di alcunché. Dopodiché, ti diventa un giorno come un altro o un giorno come per tutti gli altri.
Un po’ come il Natale. Finché credi in Babbo Natale, ti aspetti chissà cosa, ma Babbo Natale non esiste e San Valentino….

Segue l’elenco di una serie di memorabili San Valentino, vissuti quando ancora credevo che San Valentino fosse un giorno pieno di potenziale

14/02/1992–  Decisi di concretizzare il turbamento amoroso in cui versavo, scrivendo la lettera d’amore più brutta di tutti i tempi e destinandola ad un ragazzino per cui, qualche giorno prima, avevo preso la mia prima sbandata pazzesca, osservandolo nel mentre se ne stava seduto sugli spalti di fronte, ad assistere, come me, allo spettacolo circense più infelice di tutti i tempi. Essendo troppo timida, all’uscita di scuola, affidai l’orrida missiva alla compagna di classe più sfacciata di tutti i tempi e la mandai in missione. Le dissi: “Consegnagli la lettera, ma non dirgli da parte di chi è. Digli che una ragazza che neanche conosci te l’ha affidata e ti ha chiesto di recapitargliela”. La compagna di classe, come concordato, gli consegnò la lettera e a domanda rispose che non conosceva l’autrice della lettera, solo che poi si girò verso di me, mi fece il segno ok e gridò: “Tutt’ appost!”
E così la lettera d’amore più brutta di tutti i tempi, nonché la sua autrice, divennero famose in tutto l’istituto.

14/02/1995– “L’amore è passeggiare scalzi tutto il giorno sulla spiaggia e passare la notte a ripulirsi i piedi dal catrame” è la frase che scrissi sul mio diario dopo averla ascoltata in un programma a tema su Radio KissKiss. Quel giorno pioveva, faceva freddo ed io ero chiusa in casa, stanca e reduce dalle fatiche del mio primo concerto da spettatrice pagante. Di chi? Biagio Antonacci. Quando cantava Se io, se lei.
Quando ha cominciato a cantare Iris ti amo davvero e No, signora, no, per fortuna io avevo già smesso di essere una sua fan.

14/02/1996– Ero in fissa per un ragazzo che frequentava un istituto ubicato sulla strada che costeggiava il retro del mio liceo, dove c’era un ingresso in disuso, scavalcato il quale, si poteva raggiungere l’edificio frequentato dal ragazzo per cui ero in fissa, in un tempo decisamente più breve rispetto al tempo che si sarebbe impiegato uscendo dall’ingresso in uso e percorrendo il normale e lecito percorso. Già all’epoca, le mie doti atletiche spiccavano  per latitanza, ciononostante, affrontai l’arrampicata alle sbarre del cancello con discreta spavalderia. Solo che, una volta giunta in cima, nel momento di scavalcare con le gambe, non ebbi l’intelligenza di girarmi verso l’interno, e provai a scendere di faccia. Quando capii che di quel passo mi sarei crocifissa, mi lanciai nel vuoto. Atterrai sullo zaino, a pancia all’aria, come una tartaruga. Fu così raccapricciante, che chi assistette non ebbe nemmeno il coraggio di ridere.

14/02/1997– Erano quasi 40 giorni di ricovero, avevo un aspetto orribile e trascorsi il giorno sperando di ricevere una telefonata, in reparto, che non arrivò. In compenso mi tolsero i primi punti, l’infermiere mi regalò un bacio perugina e, il giorno dopo, convinta dalle parole di Zucchero in “Eppure non t’amo”, quella telefonata la feci io.
Epperò non mi amava.

14/02/1998– Era la seconda volta che andavo al cinema a vedere Titanic. La prima volta eravamo andate io e mia madre, la quale, quando mio padre ed una mia amica vollero accompagnarci a vederlo una seconda volta, nonostante fosse una bella giornata, li convinse a vestirsi da pioggia, perché a suo dire avrei di nuovo allagato il cinema. Al ritorno, nel mentre la gioventù più trendy di Cicciano faceva la fila per entrare al concerto di Ciro Ricci, io ed un gruppo di amici rimanemmo fuori a prendere in giro chi entrava. Intanto, una mia amica aveva litigato con il suo fidanzato e, per smaltire la rabbia, non trovò nulla di meglio da fare che inveire contro il ragazzo di cui ero (secondo me) segretamente innamorata, dicendogli: “Tu sei fortunato, tu sei amato, ma fai finta di non capirlo e nemmeno lo apprezzi!” Poi girandosi verso di me: “Non ho ragione, Maria Pi’?”
Ho sempre avuto amiche pessime a mantenere i segreti.

14/02/1999– Ero uscita nella speranza di incontrarlo, per questo, quando lo avvistai e lo vidi incamminarsi verso di me con un sorriso raggiante, il mio cuore smise di fare bum bum. Quando mi raggiunse, sembrava sinceramente felice di vedermi.
“Cercavo proprio te. Tieni!” ed infilò le mani in tasca per tirarne fuori una cosa di cui, inizialmente colsi solo il dorso, che era rosa. Poi purtroppo mi resi conto di cos’era.
“Oh. E’ la cassetta di Zucchero che stavi cercando”
“Te lo avevo detto che l’avrei trovata. Perché cosa credevi che fosse?”
La risposta nemmeno la sentì. Dovette scappare, perché c’era una ragazza che lo aspettava per andare ad imboscarsi.  E ovviamente non ero io.

14/02/2001– Era il mio primo San Valentino in coppia. Mia madre e mio padre ci dissero: “Potete venire a darci una mano a sistemare la legna?”
Una giornata spesa a caricare ciocchi e una serata passata a medicarmi la schiena.

14/02/2002– Era il mio secondo San Valentino in coppia.
“Andiamo a mangiare una pizza?”
“Andiamo da mio cugino?”
E quando raggiungemmo il locale di mio cugino, l’accoglienza fu  questa.
“Oh, Maria Pi’, per fortuna che sei venuta. Mi serviva una mano nella consegna delle pizze a domicilio!”

14/02/2004– Quel simpaticone del prof. di Letteratura Greca, aveva deciso di fissare la data dell’esame nel giorno di San Valentino, con l’appello alle 8,00. Mi svegliai all’alba, mi infradiciai perché Napoli era sotto diluvio e, dopo due ore di attesa nell’aula dell’università, alle 10.00 mi fu comunicato che il simpatico prof. di Letteratura Greca aveva rimandato l’esame di qualche giorno. Per l’esattezza lo aveva rinviato al giorno del mio compleanno.

14/02/2012– “Ma tu non hai detto che non ci tieni a questo tipo di ricorrenze?” “Vabbè, un pochino sì. No…?” Perché quando una donna dice così, mica lo dice sul serio? Lo dice nella speranza che lui la convinca a cambiare idea. Ma poiché la speranza si era già infranta, riuscii almeno a convincerlo che saremmo usciti a mangiare qualcosa senza alcun intento romantico, solo per stemperare la stanchezza delle reciproche giornate lavorative. Scegliemmo un pub che, in effetti, di romantico non aveva davvero nulla. Ordinammo pietanze che, altrettanto, di romantico non avevano proprio nulla. Non ci fu nulla di romantico nemmeno alla fine della sera. “Sono quaranta euro. Dividiamo a metà?” Per fortuna, ho tanta pazienza, altrimenti a quest’ora sarei ancora single.

14/02/2016– “Ma lo sai che, in Brasile, San Valentino non si festeggia?”

14/02/2017– …


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Punti di contatto

mp-bn

Dover dare un senso o dare un senso al dovere sono necessità proprie di chi non ha fantasia.
Tra due parallele o due perpendicolari, tu cosa scegli? Tra un incrocio caotico o un rettilineo desolato, tu cosa preferisci?
È questo che mi interessa sapere di te. I punti di contatto sono, appunto, punti e, per natura, i punti sono, allo stesso tempo, irrilevanti e pesanti, di snodo o di passaggio, di rottura o di intersezione… ma per lo più segni di interpunzione che indicano un finale.
Fingiamo, perciò, di non averne. Fingiamoci estranei, irriconoscibili, diversi.
Fingiamoci differenti, così da non poter mai essere, al contrario, indifferenti.