Le coccinelle volano


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Fanatica

Guarda, sarò sincero. Ho una voglia dannata di consegnarti tutti i baci che non ti ho dato. Ho una saudade asfissiante di andare a dormire ben stanco e di svegliarmi al tuo fianco, per poterti dire che io ti amo…io ti amo fin troppo.

Sono una fanatica. Lo riconosco e me lo riconoscono in molti. In passato, lo ero decisamente di più, poi ho provato a darmi un contegno. Essere fanatici è faticoso e richiede grandi energie e sforzi. È il motivo per cui se mi accorgo che qualcosa o qualcuno mi piace, cerco di non farmela o non farmelo piacere troppo. Perché per me il passaggio dall’apprezzamento all’idolatria è davvero breve.
Mi resi conto di essere una fanatica già durante l’adolescenza, quando, mentre i miei amici sperimentavano l’ebbrezza dei primi amori, io non mi filavo nessuno per non tradire il mio cantante preferito, convinta com’ero che, se gli fossi stata fedele sempre, il sacrificio mi sarebbe valso la realizzazione del mio sogno, ossia sposarlo. Mi ci volle tantissimo per farmela passare e, senza dubbio, ebbe un’importanza notevole un episodio che si verificò una domenica in cui avevo all’incirca diciassette anni e a Quelli che il calcio lo inquadrarono che era seduto sugli spalti del Dall’Ara, per assistere a Bologna-Napoli. Lui non era da solo, bensì con una donna e già questa cosa mi ferì. Peggio ancora, quando il Bologna segnò e lo mostrarono esultante. Quell’anno, il Napoli retrocesse in serie B. Una tragedia.

Nel frattempo, avevo scoperto che c’erano anche altri cantanti che mi sarebbe piaciuto sposare. Anni fa, trovai un articolo che riportava uno studio secondo cui chi sogna di sposare un personaggio famoso non è del tutto sano di mente. Per fortuna, io ero l’eccezione alla regola.
Insomma, continuai a sognare di sposare cantanti per molti, molti anni, finché mi resi conto che, se avessi continuato a innamorarmi di cantanti irraggiungibili e soltanto di loro, prima o poi mi avrebbero esposta in una teca, tipo Vergine delle rocce.
Perciò cominciai a idolatrare persone un po’ più accessibili, anche se il fanatismo per alcuni cantanti rimaneva quale e tale da spingermi, almeno una volta all’anno, a farmi trasferte assurde ed estenuanti attese attaccata ad una transenna, giusto per avere la possibilità, durante un paio d’ore di concerto, di urlare a squarciagola il nome del mio idolo, scatenarmi come una baccante invasata e tornare a casa felice per aver captato anche solo uno sguardo.

Ecco, tutto questo, da quando vivo in Brasile, mi manca. Perché a Belo Horizonte, finora, purtroppo, non è venuto a cantare nessuno che mi piaccia.
Sì, sono venuti i Duran Duran e una mezza idea di andarci solo per rivivere l’atmosfera elettrizante di un concerto ce l’ho avuta. E non sarebbe stata nemmeno fuori luogo, visto che all’età di tre anni, avevo i loro poster appesi in camera. Ma ce li aveva messi mia madre. E mi è sembrata troppo una mancanza di rispetto provare a rubarle le attenzioni di Simon Le Bon, anche se sono passati trent’anni e forse nemmeno si ricorda o ammetterebbe mai di essere stata una fan dei Duran Duran.

E così, ogni tanto, per non perdere l’allenamento, vado in giro per strada alla ricerca di qualche transenna dietro cui concedermi, possibilmente non vista, un paio di secondi di delirio. Ma non è la stessa cosa. Allo stesso modo in cui non è la stessa cosa catalizzare tutto il mio strabordante fanatismo su mio marito ed accoglierlo, tutte le volte che torna a casa, con saltelli, applausi e gridolini isterici, chiedendogli autografi e selfie insieme (anche se credo sia felice di aver trovato in me una fan così devota, soprattutto tenendo conto che lui non sa cantare).

Insomma, mi manca tanto andare ad un bel concerto e, poiché mi sono resa conto che, prima che a Belo Horizonte venga a suonare qualcuno dei miei idoli, rischio di raggiungere l’età di mia madre, mi sono trovata un cantante preferito brasiliano.
Non è stato facile. Non è bastato certo aprire Youtube e digitare “papabile cantante preferito brasiliano” per riuscirci. Ma, alla fine, dopo aver ascoltato tanta musica, uno che mi piace davvero l’ho trovato. Si chiama Rubel e finalmente, dopo mesi trascorsi ad imparare a memoria le sue canzoni, stasera sarà in concerto a Belo Horizonte. Ed io ci andrò!
In realtà, credo che uscirò di casa già nel pomeriggio, nel tentativo di riuscire a intercettarlo e conoscerlo personalmente.
Altrimenti che fanatica sarei?


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Io non ho una barca, disse l’albero

 

Lasciati per dopo quello che ormai non hai bisogno di aspettare e tutto quello che non sei riuscita ad aggiustare per colpa del dopo. Non c’è modo, no. Alla fine, ci aspettiamo sempre il peggio, alla fine, smettiamo sempre di prenderci cura di ciò che abbiamo tra le mani. 

Perciò.

Lasciati per dopo quello che ormai non hai più bisogno di lasciare, cambiando posto alle cose di sempre, la certa cosa certa a farsi, e dici che volevi solo riposarti da chi tu stessa scegliesti di essere. Senza volere. È sempre senza volere.

Queste parole, questa canzone, questo tramonto.

Rio.


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Two fingers

Comincia a canticchiarla sul finale, quando il buio avvolge la città e le cala addosso, ma come un conforto, simile alla sensazione di sollievo che precede la schermata di chiusura, quando partono i titoli di coda. E allora, proprio come fosse stato un film, sulle note della colonna sonora che non ha scelto, ma non potrebbe essere un’altra, rimanda alla mente le scene salienti.

C’è una storia per ogni angolo di questo posto 

All’inizio, aggrappandosi ai bordi della scrivania, cui è arrivata dopo un’anticamera di luci al neon e giornali svogliati e sfogliati per ingannare l’attesa, crede non ci sia storia. Più avanti, in un angolo completamente diverso, qualcuno le chiederà di accendere, ma quella è un’altra scena e ci vuole un po’ per arrivarci. Sul tavolo, adesso, i fogli e le immagini, attraverso le quali, da fuori, sì può guardare ciò che ha dentro, decideranno il finale. E lei lo sa che può essere crudele, spietato, quasi scontato per il modo in cui le persone che le siedono di fronte maneggiano i fogli e studiano le immagini, vedendo anche loro, da fuori, ciò che tiene dentro.

Non è la prima volta che prego per il silenzio

Si sente nuda, spogliata di sostanza e di speranza. Le resta solo un’illusione, improbabile e misera quanto la possibilità che, con un colpo di scena, tutto cambi.

Qualche cosa di cui essere fiero, alcune cose da rimpiangere

Sono stato giù per qualche vicolo buio nella mia testa

Ma…

Qualcosa sta cambiando, cambiando, cambiando

E il colpo di scena, anche se non è davvero un film, arriva. Perché mica solo nei film accadono le cose belle?

Correndo così ne sono uscito ma con le ginocchia sbucciate

Io sono un vecchio cane ma ho imparato alcuni nuovi trucchi sì

E il trucco è stato credere fino alla fine di essere più forte di ogni paura.

Lascia la scrivania, abbraccia tutti e scende in strada. In attesa dell’autobus che la riporti a casa, qualcuno le si avvicina e le chiede di accendere. Si accende una sigaretta anche lei, aspira, sorride e si gode il finale. 

Così do il bacio d’addio ad ogni piccolo grammo di dolore

Accendo una sigaretta e desidero il mondo lontano

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Cosi alzo due dita verso ieri

Accendo una sigaretta e la fumo tutta

Ne sono uscito, ne sono uscito, sono vivo e sono qui per restare

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

Ehi, ehi va bene

L’ho lasciato alle spalle 


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Das Geschenk

A volte non capisco. Non capisco il bene e, a maggior ragione, non capisco il male.

Ma se c’è una cosa che ho capito è che non sempre è necessario capire. 

Come le canzoni degli Sportfreunde Stiller. Me ne sto qui ad ascoltarle e ci pure provo a tradurre i testi con Google e, magari, riesco persino ad apprezzare il lirismo ermetico degli infiniti italiani abbinati ai soggetti in tedesco. Ma non le capisco. 

Questo però non le rende meno belle, o meno brutte, a seconda dei punti di vista. 

L’utilità del capire, probabilmente, ha il suo limite nelle sensazioni immediate di piacere e dispiacere.

Mi piace ma non so perché. Mi dispiace ma non so che fare. Quand’è così, a cosa serve capire?

Ricordo che una volta un’amica di mia madre, durante un discorso molto serio, tirò fuori una perla che costrinse me e mio fratello a nasconderci sotto il tavolo, per evitarle l’indelicatezza di riderle spudoratamente in faccia. 

“Credetemi, io sono una persona molto capiente!”

E, chissà forse lo sono anch’io, ma non nel senso che erroneamente intendeva lei, ossia capiente perché capisco. L’ho già detto che non capisco quasi mai niente. Io sono capiente nel senso che so contenere, serbare, metabolizzare e archiviare un sacco di cose. E quando non ci riesco, metto su gli Sportfreunde Stiller. 

Questa si intitola “il dono” e, pure se non ho capito molto altro, penso sia una delle canzoni più belle ascoltate di recente. 


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In mezzo al nulla

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La strada si srotola come un nastro e segna un fragile limite alla foresta tropicale, lungo la dorsale di colline di terra rossa, bruciata di argilla e di sole.
Alla radio è un monopolio di sertanejo, bossa nova e forró.
Non mi aspetto certo di trovare radio Virgin, anche se mi manca un sacco. Tanti kilometri macinati al ritmo indie dei gruppi meno conosciuti, canzoni forti a far da colonna sonora speciale anche ai viaggi e ai percorsi più banali. Questo, ovviamente, prima che si commercializzasse e cominciasse a trasmettere, ahimè, persino i Negramaro.
Finalmente, dopo qualche ricerca, trovo una radio che trasmette musica internazionale, un palinsesto carino, che include i Coldplay, James Blunt, gli A-ha.
Ogni tanto riusciamo a scorgere qualche urubu, la cui figura, in controluce, si staglia contro l’azzurro del cielo come uno pterodattilo in miniatura. Non si vedono case, né altre auto. Siamo praticamente in mezzo al nulla, quando attacca a cantare lei.
“Ma cos’hai messo nel caffè che ho bevuto su da te?”
Ecco, di tutta la musica italiana che avrebbero potuto trasmettere, questa proprio no, cacchio! Perché,  un conto è ascoltare Malika Ayane in Italia, dove puoi facilmente cambiare frequenza e passare ad ascoltare altro, ma quando la becchi in mezzo al nulla brasiliano, dopo tutta la fatica che hai fatto a trovare una radio decente, due sono le cose: o cambi comunque frequenza, obnubilandoti di fisarmoniche e tamburelli, o ti stai e te la sorbisci fino alla fine, perché, in fondo, se avessero trasmesso i Negramaro, sarebbe stato anche peggio.


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Ventuno Maggio

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MATTINO

-Cosa ti dà fastidio nel tuo aspetto?
Quando la doc me lo chiese, mettendomi di fronte allo specchio, non seppi risponderle. Credo che la difficoltà nella risposta dipendesse dal termine “fastidio”.
Il fastidio, relazionato all’aspetto, lo associo a cose prive di importanza, alla cellulite, per esempio, alle doppie punte, alle unghie fragili, seppur ben consapevole che molte donne non le considerano un fastidio, bensì una tragedia.
Quello che mi stava chiedendo lei era diverso e riguardava, piuttosto, il come sarei voluta essere, diversamente da quello che sono sempre stata. E come avrei potuto risponderle? Ho sempre avuto qualcosa da nascondere nel mio viso, fin dalla nascita, e, se per tutti questi anni fosse stato un fastidio, avrei avuto problemi di autostima ben più seri di quelli che eventualmente ho. Certo, mi sarebbe piaciuto nascere senza imperfezioni (a chi non sarebbe piaciuto), senza quelle imperfezioni che suscitano sguardi strani, domande idiote e prese in giro alle elementari, ma non mi sono mai concentrata a desiderare connotati diversi, perché sarebbe stato un desiderio inutile, infruttuoso e dannoso.
Poi però la doc ha fatto il suo lavoro, un lavoro magistrale, e anche se è stata solo l’illusione di un mese, stamattina per un attimo mi sono guardata davvero e mi sono trovata normale, addirittura bella. E per commemorare il momento, per la prima volta dopo tantissimi anni, mi sono scattata delle foto a pieno viso. Peraltro, ho scoperto che, difetti a parte, ci vuole un lavoro non da poco per ottenere un selfie che sia decente e, quindi, ora capisco il sottinteso orgoglio di chi ne pubblica a tutte le ore.

POMERIGGIO

Il fine settimana in solitudine mi ha ribaltata nella dimensione beata dei miei trascorsi da single. Sembra nemmeno mi appartengano i ricordi di quel monolocale da dieci metri quadri, col soppalco così basso da colpire con la testa il soffitto e i lunghi weekend trascorsi a riposare, scrivendo e ascoltando indierock, mentre fuori era un continuo frignare di ragazzini capoverdiani e le pareti vibravano di vita propria per l’ardore dei clienti delle mie vicine trans. Ed avrei continuato a crogiolarmi nei ricordi, ascoltando Miles Kane e improvvisando le coreografie più idiote, ma uno degli aspetti migliori dello star soli è che puoi mangiare come vuoi, quando vuoi, cosa vuoi ed io volevo farmi un chilo di picanha e, perciò, sono uscita a comprarla.
Poi però in ascensore ho incontrato il mio vicino V., che non è capoverdiano, nè un trans colombiano, ma è semplicemente brasiliano.
– Ho organizzato una festa in piscina. Dai vieni anche tu!
Come dire di no?
Al supermercato ci sono andata comunque, ma non ho più comprato la picanha, bensì le patatine e un barattolo di cioccolata bigusto. Poi, al rientro, mi sono unita alla festa ed ho conosciuto tante persone, ho bevuto vino argentino, mangiato lombo e pão de alho e ballato le canzoni di Wesley Safadão. E quindi adesso ho un ricordo tutto nuovo e diverso di un fine settimana in solitudine.

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SERA
– Dimmi il titolo di una canzone che ti piace.
Penso me lo stia chiedendo per farmi un test, perciò a mia volta le chiedo – Va bene lo stesso se è in inglese? Perché al momento la mia preferita è Don’t forget who you are di Miles Kane.
– No. Una canzone italiana.
– Allora Una delirante poesia di Samuele Bersani.
-Maria Pì!!! E dai! Una canzone normale, così te la faccio dedicare dal pianobar.
– Ah! Normale?
– Sì
– E che ne so… Aspetta che ci penso… Vabbè, dai, Sere nere di Tiziano Ferro è abbastanza normale?
E il messaggio audio della canzone live si chiude con – Un saluto a Maria Pia che ci ascolta dal Brasile!

NOTTE

Mi addormento serena e orgogliosa per come sono riuscita a rendere speciale un giorno che, altrimenti, sarebbe stato semplicemente normale.


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30/03/2001

È un peccato che io non abbia nemmeno una foto. Ma mica era come adesso che puoi concederti trecento scatti prima di indovinarne uno decente? All’epoca avevi ventiquattro possibilità a pellicola, nel migliore dei casi trentasei, ed io avevo una macchinetta pessima e pure senza flash.
Ciononostante, ricordo perfettamente:
– Mia madre che mi raccomanda fino alla nausea di fare attenzione, terrorizzata dall’eventualità che mi toccasse la stessa sorte dell’amplificatore sanremese spaccato.
– Mio padre che mi chiede: “Ma ti vai a vedere quello che canta nella vasca però mi piaci?”, instillandomi l’atroce dubbio che, per qualche assurdo malinteso sulle date, io davvero potessi ritrovarmi al concerto di Alex Britti.
– Il parcheggio del Palapartenope, assolato e deserto alle due di pomeriggio e, poco più tardi, il suono delle prove e le note di Leni che riempiono l’aria.
– Il manifesto de “Il nemico alle porte” e Jude Law prossimamente al cinema.
– L’arrivo di altra gente e le continue occhiate lanciate, nella fila, ad un ragazzo bellissimo e truccato come Brian.
– La security ai cancelli che prova a fermarmi ed io che mi divincolo rischiando di farmi strappare lo zainetto.
– Le tre ragazze dark con cui innesco una gara a chi per prima raggiunge la transenna, vincendola per smaccata superiorità nello stacco di coscia.
– Gli Sneaker Pimps, il batterista vestito da ragioniere, Six Underground ed ogni successiva canzone tal e qual a chell e primm.
– E poi finalmente i Placebo, con Brian Molko bello bellissimo nel suo tailleurino bordeaux e magliettina nera con striscia diagonale di strass, Stephan altissimo e l’ei fu Steve Hewitt, che dal vivo era decisamente meno imbalsamato e più sexy che in foto.
– L’attacco iperreattivo con Hemoglobine e il finale delirante con Pure Morning, perché all’epoca la suonavano ancora.
– Nel mezzo, Brian che organizza un coro di “Sanrimo uaffanchiulo”, minaccia un ragazzo nel pubblico, fuma come un turco e beve come se non ci fosse un domani.
– Brian che per tutto il tempo mantiene intatta quell’espressione da non me ne frega un cacchio di nessuno di voi ed io che lo stimo, lo ammiro e lo adoro proprio per questo.
Ecco, questo è quello che ricordo del mio primo concerto dei Placebo, esattamente quindici anni fa, quando avevo vent’anni e i festeggiamenti per il ventennale del gruppo, che ricorre quest’anno, erano qualcosa di davvero lontano e, forse, anche imprevedibile.
Per la cronaca, me la cavai senza essere acciaccata in nessun modo. Beh…. In realtà Stephan mi sputazzò pesantemente con una bibita che puzzava di Redbull e, per la gioia, non lavai i capelli per una settimana e, prima di farlo, me ne tagliai una ciocca che ancora gelosamente conservo, insieme al plettro di Brian 💜.