Le coccinelle volano


31 commenti

In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.

Annunci


28 commenti

Il momento dell’impasse

Di ogni storia, c’è un momento in particolare che preferisco e a cui, col senno di poi, la mia memoria torna. Non coincide con l’inizio e neppure con la fine, ma è piantato in un punto qualunque, lì nel mezzo. È quel momento in cui l’entusiasmo impatta col timore, generando un’impasse tra la speranza e la disillusione, la certezza che tutto andrà bene e la paura che tutto sfumerà in un niente, senza che nessuna delle due sensazioni riesca a prendere il sopravvento. Quel momento in cui tutto sembra ancora possibile, ma non al punto da scommetterci come all’inizio e, contemporaneamente, tutto sembra destinato a perdersi, ma senza la sentenza definitiva del finale.

Ieri. Sto rientrando a casa a piedi. Belo Horizonte impazzita di traffico e un tramonto rosa. L’occhio mi cade (in realtà, lo lancio) sullo schermo di una tv  accesa, appesa poco oltre la soglia di un bar. Una decina di uomini occupano i tavolini in ordine sparso. La fascetta in sovrimpressione mi informa che è il settimo minuto del secondo tempo. Il risultato è di uno a uno. Rallento. Penso di scegliere un tavolo, sedermi, ordinare una birra e spiegare, a chi fosse curioso, che sono napoletana e che questa partita è troppo importante. Sto per farlo davvero, ma ci ripenso. Mi mancano dieci minuti per arrivare a casa. Il Napoli dovrebbe segnare almeno tre goal senza prenderne altri. C’è ancora speranza, ma è altrettanto forte il disincanto. Non è ancora finita, ma è comunque appesa a un filo.

Rientro, accendo la tv, il Napoli perde tre a uno. 

Fine della speranza, fine del disincanto. 


35 commenti

Costellazione Familiare

Alcuni anni fa, uno dei miei zii, nel tentativo di essermi di conforto, durante un mio periodo difficile, mi fece il seguente discorso.

– Maria Pi’, tu sei la prima Monda femmina della tua generazione. E questo per te deve essere un privilegio. Tutti i privilegi, però, come si sa, si accompagnano a dei sacrifici. E ci sta che, in qualità di prima erede femmina, tu abbia ereditato e stia scontando tutte le colpe delle nostra stirpe. Ma non ti preoccupare. Quanti anni tieni adesso? Ventotto? Se ti hanno condannato col rito abbreviato ti mancano da scontare altri due anni e poi, a trent’anni, non avrai più nessun problema.

Come si può facilmente immaginare, il discorso di mio zio, oltre a non essermi di conforto alcuno, mi apparve come una cagata pazzesca. Che fossi la prima nata femmina della mia generazione manco ci avevo mai fatto caso, né mi sembrava poi tutto ‘sto privilegio. Vero è che in alcune famiglie le figure dei primogeniti sono importanti, ma si tratta per lo più di primogeniti maschi, che ereditano proprietà, titoli e, in casi eccezionali, regni e corone. Che alle femmine toccasse tutta la sfiga genealogica non lo sapevo e avrei potuto tranquillamente continuare a fare a meno di saperlo.

Alcune settimane fa, nel mentre chiacchieravo di Lars Von Trier con un’amica, lei a un certo punto mi ha interrotta ed ha esclamato- Questo regista avrebbe bisogno di farsi fare una costellazione familiare!

Si parlava di Lars in quanto, durante una camminata precedente, la mia amica mi aveva chiesto se avessi mai sentito parlare di Nibiru, il pianeta che distruggerà la Terra, io le avevo risposto di sì e le avevo consigliato di guardarsi Melancholia. Per questo, quando mi ha detto “ha bisogno di farsi fare una costellazione  familiare”, ho pensato di aver capito male, che stesse ancora riferendosi ai pianeti e ai corpi celesti e ho fatto un vago cenno di assenso.

Lei però ha continuato e mi ha chiesto- Sai cos’è una “Costellazione Familiare”?

No, non lo sapevo.

Stando a Wikipedia, la Costellazione Familiare è una tecnica psico- quantica. E già questo basterebbe a non farmi voler sapere cos’è. Ma la spiegazione della mia amica è stata chiara, esplicativa e pure avvincente.

– Ieri- mi ha raccontato- sono stata ad assistere ad una pratica di Costellazione  Familiare. La persona che se ne occupava era stata ospite nel mio programma- la mia amica è una giornalista radiofonica-, mi aveva invitata e mi era sembrato interessante assistere. Assistere, senza partecipare. Perché chi si limita ad assistere paga cinquanta reais, chi partecipa e si fa fare la costellazione familiare ne paga cinquecento. Dunque, eravamo in un locale ampio, ma molto affollato. La maggior parte delle persone si trovava lì, come me, solo per assistere. Tutte le sedie erano disposte in cerchio e, al centro, c’erano la donna che avrebbe coordinato il tutto, una psicoanalista un po’ medium e un po’ sensitiva, e un cavalletto con un grosso blocco per appunti. Ad un certo punto, la coordinatrice ha invitato una delle persone che erano lì per farsi fare la Costellazione  Familiare, cioè una di quelle che aveva pagato 500 reais, a raggiungerla al centro e ad esporre ad alta voce, di fronte a tutti, il proprio problema. Per esempio, la prima persona chiamata era una signora il cui problema era quello di avere un figlio psicopatico. Nel mentre la signora esponeva questo suo problema, la coordinatrice prendeva appunti, annotando quelli che secondo lei erano i membri della famiglia attraverso i quali si poteva intercedere per risolvere il problema. Dopodiché, la signora è stata invitata a scegliere tra il pubblico le persone che avrebbero rappresentato i membri della sua famiglia. Io, ad esempio, sono stata scelta, non da questa signora, ma da un’altra delle partecipanti, per rappresentare la sua defunta nonna italiana. È stata un’esperienza incredibile! Quando ho raggiunto il centro del locale e mi sono posizionata nello spazio che mi era stato indicato, le mie braccia hanno cominciato a muoversi in maniera inconsulta, non riuscivo a tenerle ferme, avvertivo un’ondata di calore in tutto il corpo, mi sentivo come posseduta.

“A me sembrano i sintomi della dengue. Sei sicura che stai bene?” avrei voluto chiederle, ma il racconto mi stava piacendo e ho accantonato il mio sarcasmo perché arrivasse alla fine della storia.

– In sintesi, funziona così. Esponi il tuo problema, la coordinatrice sulla base della storia che hai raccontato individua i responsabili familiari del problema, tu scegli tra il pubblico le persone che interpreteranno questi familiari e ti confronti con ciascuno di loro, rinfacciandogli colpe, responsabilità, il tuo rancore e perdonandoli.

– E questo risolverebbe il problema?- ho chiesto incredula.

– Sì sì.- Ha affermato la mia amica.

– Quindi adesso il figlio della prima signora non è più psicopatico?!

– No, cioè sì è ancora psicopatico. Ma, dopo aver ripulito la Costellazione Familiare di tutti i sospesi, adesso quella signora è molto più serena e può affrontare il problema del figlio psicopatico in maniera più consapevole.

La tecnica della Costellazione Familiare ed il racconto della mia amica mi hanno inevitabilmente fatto ricordare il discorso di mio zio. E se fosse stato così avanti da avere ragione? Se davvero tutti i miei problemi e le mie sfighe fossero imputabili ad azioni e colpe dei miei antenati?

Poiché sono molto scaltra, mi sono resa conto che, una volta appreso il meccanismo, ci si potrebbe ripulire la Costellazione Familiare anche da soli. Basta scegliere un po’ di persone a casaccio, attribuirgli un ruolo parentale e sfancularle allegramente fino alla pace dei sensi.

Il problema, nel mio caso, è che l’unica persona disponibile, sarebbe mio marito ed ho il timore che se comincio a chiamarlo “bisnonno” e a sfancularlo a gratis, non solo mi ingarbuglio ulterioremente la Costellazione  Familiare, ma rischio pure di privarmi della sua presenza nella mia Costellazione  Familiare. Potrei scendere in strada e puntare a qualche generoso passante che si presti, ma… Non bisognerebbe mai fare agli altri ciò che non vorremmo gli altri ci facessero e, francamente, se mi capitasse di incontrare un estraneo che dal nulla cominciasse a chiamarmi “nonna” e ad urlarmi contro, a me girerebbero e non poco le scatole.

Perciò ho recuperato tutti i miei peluche. Il pipistrello rappresenta uno zio di mia madre che mi è sempre stato antipatico, il lupo è un cugino di mio padre che non ho mai conosciuto, la coniglietta è una defunta zia che non mi ha mai offerto nemmeno una caramella e l’ultimo, quella specie di orsetto verdastro con la coda di topo, essendo già di suo indefinibile, rappresenta un bisavolo anonimo, ma sicuramente malvagio.

Per un paio d’ore li prenderò a parolacce e scappellotti. Non lo so se funzionerà. Ma, in fondo, tentare non nuoce.


17 commenti

Il deterrente della pena 

dscf0006

Da bambina rubavo. Caramelle, penne, una volta persino una bambola ad una mia cugina. La presi, la nascosi sotto la maglietta e me la portai a casa. Non erano gesti premeditati, per quel che posso ricordare. Spesso, nemmeno mi interessavano gli oggetti che prendevo. E neppure lo facevo in maniera seriale. Ricordo però che, a volte, quando mi si offriva l’occasione di sottrarre qualcosa con la certezza di non essere vista e, dunque, di non essere punita, non riuscivo a resistere alla tentazione di appropriarmene.
Carenza di affetto? Bisogno di attenzioni? Non lo so, né ho mai fatto ricerche per comprendere cosa mi spingesse a comportarmi in quel modo. Non mi servirebbe da giustificazione. A dire il vero, non è una di quelle cose di cui vado fiera e, forse, se fossi meno analitica e meno critica con me stessa, nemmeno me ne ricorderei, tantomeno ne scriverei. Anche perché, così come avevo cominciato, improvvisamente smisi. Avevo, forse, quattordici anni l’ultima volta che lo feci. Ero in un negozio di tabacchi con un’amica. Il proprietario si era allontanato a prendere qualcosa nel retro. C’era una scodella di gomme sfuse sul banco ed io, semplicemente, ne presi una e me la infilai in tasca. La mia amica mi guardò come a dire “sei matta?”. Può darsi. Può darsi che quel tipo di comportamento fosse da attribuire ad una parte malsana di me, ad un istinto puro e ancora poco controllato dalla coscienza e dalla ragione.
Non venni mai punita per quel tipo di azione, quindi credo che quando smisi non fu per il timore che, prima o poi, mi avrebbero scoperta e ne avrei pagato le conseguenze. Smisi semplicemente perché, ad un certo punto, quel tipo di comportamento mi apparve per ciò che era, ossia ingiusto e sbagliato. Illecito.

Penso che siano fondamentalmente due i motivi per i quali si evita di compiere un’azione illecita o, comunque, ingiusta: la paura di essere scoperti e puniti oppure la piena consapevolezza che quel gesto è illecito e in quanto tale non va compiuto. La famosa distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male.

Un paio di anni fa, durante una sera di agosto, io e una mia amica andammo al cinema. In estate, non ci sono mai molti titoli interessanti in programma, perciò scegliemmo un film a caso. Il film era “La notte del giudizio” con Ethan Hawke. La trama è semplice: in un futuro diistopico, per arginare la criminalità, viene istituito un periodo annuale di dodici ore, una notte, durante la quale è possibile compiere impunemente ogni tipo di crimine, incluso l’omicidio. Un modo insomma per dare liberamente sfogo ai propri peggiori istinti. Rimanemmo entrambe molto colpite. Ma tanto era solo un film.

Purtroppo, la realtà può essere ben peggiore.

C’è uno stato del Brasile, Espírito Santo, in cui, dal 04 febbraio scorso, la polizia è in sciopero. Solitamente, in caso di proteste degli organi di polizia, motivate per lo più da richieste di aumenti salariali e maggiori diritti, piccoli contingenti restano comunque attivi per garantire la sicurezza della popolazione. Stavolta no e nello stato si è generato il caos. 85 omicidi compiuti in soli cinque giorni, orde di persone che assaltano e svaligiano negozi di ogni genere, scontri per strada. Chi può, cerca di difendersi barricandosi in casa ed evitando il più possibile di uscire. Praticamente un’anarchia totale a cui stanno prendendo parte persone di ogni genere, classe e professione. Ad esempio, è di stamani la notizia di una candidata alle scorse elezioni, sorpresa a trafugare merce da un negozio precedentemente assaltato dai banditi. Ma chi sono i banditi? Penso che l’istinto a delinquere non sia relazionato a caratteristiche particolari e che risieda in ognuno di noi. Non esistono differenze tra ricchi e poveri, analfabeti e laureati, guardie e ladri. L’unica differenza sta nel modo in cui ci si convive, nel modo in cui lo si tiene o meno a bada.

Ma scoprire che davvero è sufficiente, come nel film, eliminare o sospendere il deterrente della pena, perché si scateni immediatamente l’inferno, fa riflettere e fa tanta, tanta paura.


9 commenti

Qui è normale

Qui è normale. Provi a convincertene, provi a non pensarci e chiudi il giornale, lo pieghi e lo abbandoni sul fondo della borsa.
Qui è normale. Ma è una convinzione che non regge e, al confronto con le mille tue altre, si sgretola e lascia aperto un varco attraverso cui i pensieri si infilano dritti nel luogo d’origine dei ma e dei se. Che poi non serve a nulla e lo sai. Eppure…
C’è scritto che l’hanno buttata giù dall’autobus in corsa, che ha battutto la testa e che dopo due giorni di agonia è morta. Aveva ventisei anni. Forse qualche volta vi eravate incrociate. Chissà. Sedute di fianco o in piedi, in procinto di salire o in discesa, sotto la pensilina della fermata, a ripararvi, con l’ombra, da quel sole che lei non potrà mai più vedere. Un sorriso, uno scambio di sguardi come ne scambi tanti.
Lo stesso autobus, lo stesso tratto, la stessa ora. Solo il giorno era diverso. Il giorno dopo. Perché tu quell’autobus lo prendi ogni lunedì e quanto riporta il giornale è successo di martedì.
Ti riprometti di dimenticartene, di non fartene un peso, di non raccontare nulla. Basta un sospiro di sollievo, in fondo. Un sospiro egoista, quel sospiro che non si dovrebbe mai tirare, neppure in casi come questo, perché cos’altro, se non il caso, ha voluto che nel posto sbagliato, al momento sbagliato non ci fossi anche tu?
Dicono che qui è normale che tre uomini armati assaltino un autobus di linea e minaccino, derubino e uccidano persone qualunque, persone come te, che vanno a lavoro, che rientrano a casa, in una strada centrale, in un orario di punta.
Dicono.
Oggi, però, tu riprenderai quello stesso autobus. Perché per te non è normale. Perché per te è più normale pensare che cose del genere non possano e non debbano accadere.


2 commenti

Puoi farmi un favore? 

– Che stai facendo?

– Niente. Piove ancora e io non riesco a fare niente. Sono triste.

Anni fa, la pioggia mi piaceva. Forse mi piace ancora ed è con quella brasiliana che ho problemi di convivenza. Perché per me il Brasile rappresenta ed è rappresentato dal sole e, quando piove, peraltro per venti giorni di fila, tutto diventa grigio, opaco, spento. La pioggia brasiliana è contronatura. Non dovrebbe mai piovere in Brasile. 

– Non esci un po’ nemmeno nel pomeriggio? 

– Non lo so. Penso che…Aspe’, ho un’altra chiamata sotto.

Dopo due minuti.

– Oi, ma ci sei ancora? 

– Sì. Chi era?

– Devo andare a prepararmi. Esco! Era C. e mi ha chiesto se posso farle un favore.

– Che favore? 

– Ah, niente di che. Mi ha detto che a Casa Fiat oggi girano un servizio sulla realizzazione del presepe e, poiché io ho partecipato anche l’anno scorso, mi ha chiesto se posso andare a farmi intervistare.

– Che cosa?! E tu che le hai risposto? 

– Le ho risposto di sì, ovviamente. 

– Ma ha smesso di piovere?

– No.

– E tu non eri triste?

– Sì, ma che c’entra. C. è un’amica. Posso mai negarle il favore di farmi intervistare dalla televisione statale?

https://www.google.com.br/url?sa=t&source=web&rct=j&url=http://globoplay.globo.com/v/5473881/&ved=0ahUKEwiCt_mXpMbQAhVGx5AKHdAbDQUQFggaMAA&usg=AFQjCNFZECl61h2UTn4w_nvHht_2KdWIXw&sig2=PsS2Kuwd-aCZF7Y_9OYRaw


16 commenti

Brasile 3 Argentina 0

Il Mineirão è enorme. Lo sapevo già, avendone ammirato il profilo, tutte le volte che siamo andati a passeggiare intorno al lago di Pampulha. 

Quando però parcheggi a due km di distanza e, arrivata sotto lo stadio, ti rendi conto che il tuo ingresso è da tutt’altra parte, cioè quasi dall’altra parte della città, allora sì che ne apprezzi appieno la grandezza. 

Il tragitto a piedi è un fulgore di maglie verde e oro. Di argentini non se ne vedono. L’unica traccia è il Maradona che, insieme a Pelè, campeggia sullo striscione che avvolge le spalle di due ragazzi. Vorrei fotografarli e cerco il telefono nel marsupio, ma non lo trovo. Porcazozza! Devo averlo dimenticato quando l’ho tirato via per fare spazio ai due pacchetti di biscotti al presunto (che sarebbe il prosciutto o presunto tale), che nemmeno mangerò. 

Troviamo finalmente il nostro ingresso. È previsto il passaggio attraverso vari tornelli, con tanto di perquisizione. 

Una ragazza mi chiede di aprire il marsupio.

– Tie’. Fai pure Tanto ho pure dimenticato il telefono.- le dico, continuando a sbuffare, ma lei nemmeno mi ascolta ed è già passata a controllare la persona successiva.

Dopo l’ingresso, tocca trovare il settore. Questo è più facile e, felice, salgo le scale a due a due.  Stiamo per entrare. Davanti a noi, un gruppo di tifosi improvvisamente si blocca.

– Ronaldinho! Ronaldinho! 

Sì, è proprio lui. Lo riconosco dai dentoni e dai capelli. 

Luca mi guarda e, dopo sei ore di stress e di nervoso da traffico, sia per rientrare a casa a prendermi, sia per raggiungere lo stadio, mi rivolge il suo primo sorriso. 

– Oh, ma era proprio Ronaldinho!!  Ma hai visto che tipo? Con le “ciavatte”! Ma che si stava a mettere la maglia del Barcellona? Ma poi è uscito proprio dal nostro settore, nel momento esatto in cui stavamo arrivando. Roba che, se lo racconti, nessuno ti si crede!

(Soprattutto se non hai il telefono per poterlo fotografare. Grrr)

Entriamo. L’emozione è fortissima, un colpo d’occhio di luci, persone e colori  che non so raccontare. Come quando andavo ai concerti e il cuore mi batteva forte forte al solo pensiero di esserci. 

Sul campo, alcuni calciatori si stanno riscaldando. Sotto di noi, quelli del Brasile, dall’altro lato quelli dell’Argentina. Forse c’è  anche Ezechiele, ma è impossibile sperare di riconoscerlo da dove mi trovo. Gli mando comunque un bacio. Se ci sta, lo raggiungerà. 

Troviamo i posti e ci mettiamo a sedere. Siamo al centro della curva sud, alle spalle di una delle due porte e, anche se la prospettiva è un po’ schiacciata, la visuale è perfetta.

Un ragazzo seduto nella fila davanti alla nostra proclama a gran voce la superiorità del Brasile rispetto all’Argentina. 

– Noi abbiamo vinto più mondiali! Maradona sniffava! Cavolo se sniffava! Se no com’era capace di dribblare sempre tutti? Quel goal con l’Inghilterra. Là stava veramente fatto!

Va avanti così per circa dieci minuti. Ad ogni frase, si gira indietro, verso di noi e sorride sornione.

Capisco l’antifona e, a un certo punto, lo interrompo.

– Senti, bello mio, è inutile che ti applichi. Non siamo argentini, siamo italiani. 

– Oh, italiani! E di dove?

– Io sono di Napoli.

– Napoli??? Napoli! Maradona!! Maradona però sniffava, se no col cavolo che vinceva il mondiale!

E niente. Ormai sta in loop.

Nel frattempo, entrano le due formazioni in campo.

– Quello è Higuain. 

– Quale?

– Quello con le scarpette arancioni. Le tiene solo lui, non ti puoi sbagliare. 

Ecco, vedere Higuain è stato un colpo al cuore. La stessa identica sensazione di quando rivedi un ex, qualcuno a cui hai voluto tanto bene. Ti gira un po’ la testa e, per un attimo, persino dimentichi che è finita, che è finita di merda. E vorresti solo riabbracciarlo e dirgli “Mi sei mancato, forse ti amo ancora, possiamo tornare insieme?” 

Poi, alle mie spalle, qualcuno urla – Higuain vagabundo, Higuain traidor! Sei più chiatto di Adriano quando giocava nel Corinthias!

E così mi riprendo e lo vedo per quello che è. Gli ex inevitabilmente diventano tutti dei gran cessi. Era l’amore a farli risplendere,  a renderli meravigliosi e forti.

E Higuain oggettivamente non è più né meraviglioso, né forte.

La partita comincia e il Brasile è travolgente e segna due goal già nel primo tempo. Io festeggio, salto, partecipo ai cori e trovo anche il coraggio di urlare: “Sei proprio un piecoro!”

– Con chi ce l’hai?- mi chiede Luca 

– Con Higuain. 

– Ma quel passaggio non lo ha sbagliato lui.

– Embè, comunque è un piecoro.

È bella la gioia, l’euforia collettiva e mi lascia ammirata la correttezza del pubblico brasiliano. Al di là degli sfottò e di qualche fischio, è bello sentire gli applausi e le ovazioni quando il pallone finisce sui piedi di Messi. Anche se, quando il pallone finisce a Neymar, le ovazioni sono decisamente più calorose.

Nel secondo tempo, il Brasile segna il terzo goal, proprio nella porta su cui siamo seduti. Lo stadio è in delirio. 

Mi sarebbe piaciuto vedere anche un goal dell’Argentina, ma la partita finisce tre a zero.

Lasciamo lo stadio con la certezza di aver partecipato ad un evento unico. Fortunatamente non c’è lo stesso traffico dell’andata e in un quarto d’ora siamo a casa.

Il telefono mi aspetta sul divano, dove lo avevo lasciato. Trovo il messaggio di un’amica brasiliana. “Com’è andata? Hai visto? Hai portato fortuna al Brasile!”