Le coccinelle volano


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Il freddo è freddo

lavrasfb24

Dicono che non faceva così freddo da più di quarant’anni.  Un freddo che, per me, in fin dei conti, sarebbe perfettamente tollerabile, una decina di gradi all’incirca, ma senza umidità e senza pioggia. Insomma, nulla di paragonabile ai gelidi inverni europei.
Ma il freddo è come la fame: se li hai sofferti una volta, li soffrirai sempre.
La suocera di una mia amica, ad esempio, ad ogni pasto, mangiava in maniera impressionante. – Io ho vissuto la guerra- diceva. E non importava quanti decenni fossero trascorsi da allora; non importava neppure che la guerra, in realtà, fosse finita quando lei aveva troppi pochi anni per riuscire a ricordarsene. Lei aveva maturato e continuava a provare una disperata paura di morire di fame.

Dicono che sia l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. Eppure, non nevica, non grandina, di notte non si ghiacciano le strade. Con un po’ di ardire e di coraggio (o forse solo con tanta povertà), qualcuno va persino in giro con i sandali e la magliettina a maniche corte.
A me, invece, è bastato provare un brivido, l’altro giorno, una leggera morsa al petto,  quella sensazione accantonata e ormai, esclusivamente, riservata ai rientri in italia, per convincermi a tirare giù dall’armadio il giubbottone imbottito.
– Amica, ma che devi andare a sciare?
Perché il mio giubbotto è decisamente eccessivo, appariscente, fuori luogo. Ma io ho vissuto e conosco gli inverni italiani. E non importa, né fa molta differenza, che io viva in Brasile da due anni; non m’importa neppure che non faccia così tanto freddo.
Il freddo è freddo e se ne hai sofferto una volta, se lo hai sofferto davvero, non te lo dimentichi.

 

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Cosa rispondo?

Chiara continua a fissare il telefono, mordicchiandosi, nervosa, le unghie.
La domanda è semplice, una semplice richiesta. E lo sa che sarebbe sufficiente digitare un sì o un no di risposta. Non è mica un quesito che le richiede una dissertazione di tipo scientifico con tanto di ricerche empiriche a supporto?
E non è certo paragonabile a ciò che gli chiese Simone, quella volta che, riaccompagnandola a casa, improvvisamente, cambiò direzione.

– Ti porto a vedere il panorama.
Ah, che salto le aveva fatto il cuore! Ché lo sanno tutti che quando uno ti propone di vedere il panorama, in realtà vuole provarci.  I panorami si guardano in solitudine. Quando si è in due servono solo a far da sfondo ai baci. E se l’avesse baciata? Oh, se finalmente l’avesse baciata!
Non c’erano dirupi, oltre la linea che delimitava la carreggiata. Solo un dolce pendio, fianco di terra verde, fasciato stretto dal nastro d’asfalto che si srotolava da valle fino in cima, i pneumatici piantati come spilli, un finestrino lasciato leggermente aperto e una musica qualunque a mescolarsi col respiro. Il cielo non era dei più belli. Sembrava stesse quasi per piovere e l’aria era così elettrica che, se soltanto Simone l’avesse sfiorata, si sarebbe sentita precipitare fin nel più profondo e remoto angolo di quella cortina grigia, tra marosi di nuvole e fulmini come delfini.
Purtroppo, lui non la sfiorò. E nemmeno la baciò. Guardarono davvero il panorama. In silenzio. Finché lui le chiese- Posso farti una domanda?
– Certo- e per un attimo, fu di nuovo lì, al limite del precipizio, soffici nuvole pronte ad abbracciarla.
Solo che la domanda era stata- Secondo te, la vita ha un senso?
Sì? No?
Poiché non esistono esiti scontati, né per i panorami, né per le domande, Chiara aveva edulcorato il vaffanculo che sentiva montarle dentro in un- Boh… Puoi riportarmi a casa?

E adesso continua a fissare il telefono. Le basterebbe un sì o un no, uno qualunque di questi due monosillabi, per risolvere, chiudere e archiviare la faccenda.
Sì, ok.
No, lascia perdere.
Ma la semplicità della domanda non è certo paragonabile alla complessità delle conseguenze della risposta.
Perché è facile dire di sì, ma poi?
Ed è altrettanto facile dire di no, ma poi?
Smette di mangiarsi le unghie, abbandona il telefono sul divano e si alza per sgranchirsi le gambe. Poi torna a sedersi, recupera il telefono e digita l’unica replica degna alle domande che mettono incertezza.

Perché?


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Perdere la faccia

Sareste disposti a rinunciare al vostro nome, al vostro viso o al prodotto del vostro ingegno, pur di diventare famosi?

– Certo che è strano. Tutti scrivono per diventare famosi ed Elena Ferrante, che è riuscita a farsi leggere in tutto il mondo, non vuole che si scopra la sua vera identità.- Commentava una mia amica brasiliana, dopo aver concluso la lettura della tetralogia de “L’amica geniale”.
Difficile contraddirla.
In una società in cui ciascuno è votato e devoto al culto della propria persona, nonché tanti sono schiavi del desiderio di fama e affermazione- non importa attraverso quali mezzi, purché se ne parli, purché si faccia il mio nome- la scelta della Ferrante appare quantomeno anacronistica e singolare. Non entro nel merito. Se l’autrice vuole trincerarsi dietro uno pseudonimo, è un suo diritto, che nulla toglie e, a mio avviso, neanche nulla aggiunge al valore di quanto finora ha scritto.

Ma se è emblematico il caso di Elena Ferrante, che, con o per il successo, ha perso il proprio nome, altrettanto emblematico è quello di Maria Firmina Dos Reis, che, con  il successo, perse letteralmente la faccia.

Credo che in Italia in pochi la conoscano. Io stessa, fino a qualche settimana fa, non l’avevo mai sentita nominare.
Maria Firmina nacque nel 1825 in uno stato del nord-est brasiliano. A quel tempo, in Brasile, c’erano schiavi e signori; a quel tempo, le donne potevano leggere soltanto la bibbia; a quel tempo le donne non potevano né scrivere né pubblicare un libro. Ancor meno una donna come Maria Firmina che fu schiava, bastarda e negra (i due ultimi aggettivi, terrificanti in italiano, sono quelli che si leggono sulle pagine in portoghese dedicate alla scrittrice. Peraltro, in Brasile, riferirsi a qualcuno chiamandolo “negro” non costituisce un crimine razzista. Al contrario, ed è un paradosso rispetto alla consuetudine italiana, è considerato altamente disdicevole e razzista usare all’indirizzo di qualcuno l’aggettivo “preto”, che traduce in maniera letterale il colore “nero”).
Ma Maria Firmina, in quel tempo e a quelle condizioni, riuscì a cambiare le regole, a scrivere, a farsi pubblicare e ad imporsi nella memoria dei posteri come la prima romanziera brasiliana.
Una storia indubbiamente straordinaria la sua. Se non fosse per un dettaglio. Un dettaglio neppure poco considerevole.

Maria Firmina, come ho già scritto, era una schiava, era di colore. Eppure l’immagine che di lei è stata tramandata è completamente diversa.
Il volto che per oltre un secolo è stato associato al suo nome e alle sue opere e che ancora oggi, persino le riviste legate a gruppi attivisti e femministi continuano ad usare, non era affatto il suo, bensì quello di una certa Maria Benedita Borman, scrittrice gaucha, di origini tedesche, quindi bianca, nata e cresciuta in una famiglia di grande prestigio sociale e politico. Una donna che con Maria Firmina non aveva in comune assolutamente nulla, né per aspetto, né per origini e stile di vita.

Insomma, Maria Firmina riuscì a far valere il proprio talento, ma finì per essere ricordata con il viso di un’altra. Nello stesso tempo, il viso di Maria Benedita divenne senz’altro celebre, in quanto legato al nome di un’altra, ma le sue opere furono quasi completamente ignorate.
Ed è veramente difficile stabilire a chi delle due andò peggio.


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Cittadini del mondo

Li incontriamo nei pressi del banchetto dove si vendono le pizze fritte.
Adoro la pizza fritta. Mi ricorda la mia terra, la mia infanzia, le domeniche in cui si andava al mercato delle pulci ad Arzano, la puzza di olio bruciato che impestava l’aria nei pressi del furgoncino del venditore ambulante e mio padre che mi consigliava di aspettare a mordere, perché, se era troppo calda, il ripieno di pomodoro, misto a ricotta e mozzarella filante e incandescente, mi avrebbe ustionato il palato. E così era.
Ne ho avvistata una, appena arrivati, in mano ad una signora, bella, cicciotta, avvolta in una carta per alimenti marrone tutta ‘nzivat. La pizza, non la signora.
Loro sono proprio lì. Vocianti, festanti, che è impossibile non riconoscerli.
Altri italiani finora non ne ho notati. Anche se è la “Festa Italiana” e di sicuro in giro ce ne saranno tantissimi.
Luca si mette in fila per comprare due pizze, io mi avvicino.- Scusate, siete napoletani?
– Sì, perché?
– Pure io sono napoletana.
– Uà!- esclama Alberto.
Giovanni mi guarda. Ha un’espressione beffarda e sorniona -Però ce lo devi dire nella nostra lingua.
Sorrido. – Pur ij song e Napul’.
Alberto esulta di nuovo, Giovanni mi fa – Aspetta. Mi devi dare un’altra dimostrazione. Cantiamo insieme “Che bella cosa…
– …È na jurnata ‘e sol!
– Uè, paisà!
E ci abbracciamo.

Ci si abitua alla distanza, ai paesaggi diversi, alla natura e alle architetture che si stampano negli occhi, imprimendo allo sguardo una maniera diversa di concepire gli spazi; ci si abitua ad ingredienti e ricette mai pensati, al coraggio di sperimentare sapori di frutti dai nomi e dalle forme strane; e ci si abitua ad un nuovo modo di dire buongiorno e buona notte, ai baci sulle guance partendo da sinistra, e non da destra, che, se non fai attenzione, ti scappa un bacio sulle labbra.
Ma quando ti capita di incrociare qualcuno le cui parole fanno eco al suono dei tuoi pensieri (perché è inutile sforzarsi: il pensiero rimane in italiano), la naturalezza con cui ci si sente parte di qualcosa che va oltre un confine disegnato su una cartina, si stempera nell’entusiasmo di sentirsi altrettanto appartenente ad un luogo specifico e più delimitato, a quella porzione di mondo dove sai di aver lasciato le tue vere radici, perché quelle nuove, quelle che ogni giorno senti più sicure e forti, in fondo non sono altro che talee, generatesi dai rami che, con volontà e con forza, affondi nella nuova terra, per ricostituirti, per rinascere o semplicemente per rigenerare quelle parti di te che hai lasciato indietro e di cui sai che manchi.

“Non sono un ateniese o un greco, ma un cittadino del mondo”, diceva Socrate e potrei far mie le sue parole (pure perché non sono nata ad Atene, né ci sono mai stata). Ma forse Socrate non aveva viaggiato molto, poiché, se è sano e giusto, in ogni circostanza e luogo,  sentirsi cittadini del mondo, è altrettanto giusto avere ben presenti le proprie origini.
Più ci si allontana e più si ha bisogno di un luogo da ricordare, da rispettare, da amare. Di un luogo a cui poter e voler tornare.
A patto di non trascendere, dal senso di appartenenza, verso il campanilismo, atteggiamento che mi capitò di verificare l’anno scorso in una donna.
– Ah, sei napoletana?- mi aveva chiesto, dopo che ci eravamo riconosciute come italiane e fatte domande sulla reciproca provenienza.-  Ma di Napoli Napoli? Perché io, in realtà, non sono proprio napoletana, io sono della provincia di Salerno.
– Io sono di un paesino che dista trenta chilometri da Napoli- avevo precisato.
– Ah, e allora anche tu non sei napoletana originale!-aveva aggiunto, manco io avessi dei manici al posto delle braccia e Luigi Vuittone scritto in fronte.

Luca, nel frattempo, ha preso le pizze e mi raggiunge. Le note di Torna a Surriento, rimbalzano sui rami delle mangueiras che incorniciano la strada.
Giovanni è di Pollena, Alberto di Bagnoli e io sono di Cicciano. Ma qui a Belo Horizonte, siamo napoletani, siamo campani, siamo italiani, siamo europei.
Insomma, siamo cittadini del mondo.


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La tragedia di essere single

DSC03978Rosa andò a fermarsi al solito posto, come ogni pomeriggio feriale, sul marciapiedi di fronte alla stazione, con gli occhi puntati sull’orologio gigante, in attesa che giungesse l’autobus che l’avrebbe riportata a casa.
Gran parte del viaggio era andata. Mancava solo un ultimo tratto che, se avesse avuto la forza, avrebbe potuto percorrere a piedi. Ma la giornata era stata pesante e non aveva alcuna intenzione di mettersi pure a camminare per 23 minuti.
Sì, esattamente ventitré.
Li aveva contati quella volta che c’era stato lo sciopero della Cotral, una circostanza non inedita, ma indimenticabile, date le condizioni del suo piede sinistro, reduce da un inusitato incidente mattutino. Era successo, infatti, che, quando al risveglio aveva spostato le lenzuola e aveva fatto per alzarsi, la gamba destra, forse bisognosa di un altro po’ di sonno, non aveva risposto. E sarebbe andata giù come un sacco di patate, se non avesse avuto la prontezza di stendere le braccia e la gamba sinistra verso il comodino. Solo che, l’ultimo cassetto verso il basso era leggermente aperto e, sebbene i palmi, aggrappandosi ai bordi del mobile, le avevano impedito di cadere, la pianta del piede, purtroppo, le era andata a sbattere proprio contro lo spigolo di quel cassetto, procurandosi una ferita che l’aveva costretta ad imprecare ad ogni successivo passo ed, in particolare, quando aveva saputo dello sciopero.
Perché le sciagure sono come gli avvoltoi. Captano la vittima da lontano e, se ne arriva uno, puoi star certo che dopo un po’ ne arrivano altri a frotte.
Quel giorno, però, non c’era alcuno sciopero e Rosa era certa che non avrebbe dovuto attendere ancora a lungo. Volse lo sguardo alla fine della strada, verso l’incrocio da cui arrivava l’autobus utile, quando notò due fari di un’automobile che lampeggiavano. Giunta alla sua altezza, l’auto rallentò e si fermò.
Rosa si abbassò quel tanto che fosse sufficiente a riconoscere la persona alla guida. Era Luciana, che sporgendosi verso di lei, la stava invitando a salire.
– Sali, ti do un passaggio.
– Ehi, ciao! No, grazie, non preoccuparti.  L’autobus arriverà a breve.
– E dai, sali! Tanto ormai mi sono fermata e quelli dietro sono già nervosi.
Rosa aprì lo sportello e si accomodò sul sedile. Tempo di allacciarsi la cintura e Luciana ripartì sgommando.
– Eri sul treno delle 16e40?
– No, oggi sono riuscita a prendere il diretto e sono arrivata un paio di minuti prima.
– Ah, ecco perché non ci eravamo incontrate!
Luciana guidava con le mani ben strette sul volante. – Allora… Che mi racconti?
– Nulla di nuovo. E tu? Comunque grazie ancora per il passaggio.
– Figurati! Oggi devo passare dalle parti di casa tua. È il mio compleanno e ho pensato di fermarmi alla pasticceria napoletana, quella che sta proprio in piazza, per prendere qualche dolcetto nel caso in cui qualcuno venga a farmi gli auguri.
– È il tuo compleanno?- esclamò Rosa.- Ma allora auguri!
– Eh… Auguri un cavolo. Trentanove anni nella merda e l’anno prossimo sono già quaranta. Non mi ci far pensare.
– Perché dici così? Che ti manca?- Ma la domanda era retorica, perché Rosa, pur conoscendo poco Luciana, aveva già ben chiaro il tipo di risposta che le sarebbe arrivata.
Non l’aveva mai vista sorridere ed ogni volta che si erano incontrate, da parte di Luciana, era sempre stato un soliloquio di lamentele e rimbrotti contro l’universo.
Eppure è carina, pensò Rosa. Eppure ha un buon lavoro.
– Eh, per te è facile.- Replicò Luciana, amara. – Sei tu quella a cui non manca nulla.
– Che cosa?!
– Sei una  bella ragazza, hai un lavoro, hai un fidanzato, che altro vuoi?
Ecco il punto, sospirò Rosa. Il fidanzato.
Luciana era single. Lo era da circa tre anni, cioè da quando il suo fidanzato storico l’aveva lasciata per mettersi con un’altra, che dopo pochi mesi aveva anche sposato. Glielo aveva raccontato quando si erano conosciute. Una sorta di proclama di presentazione, atto, nelle intenzioni di Luciana, a suscitare in Rosa un sentimento di empatia e solidarietà femminile, contro il bieco egoismo maschile.
Un tentativo caduto a vuoto, dal momento che per Rosa, che pur single non era, essere single non avrebbe affatto rappresentato una tragedia.
– A proposito- continuò Luciana- stavo pensando una cosa. Qualche volta che non hai da fare col tuo ragazzo, ti va di uscire insieme, così magari mi porti fortuna?
Rosa ignorò la parte sulla fortuna, concentrandosi sull’invito ad uscire ed interpretandolo come uno strano modo che Luciana aveva scelto per comunicarle che le sarebbe piaciuto diventare sua amica.
– Con piacere! Quando ti va, chiamami. Ce l’hai il mio numero? Aspetta, prendo un foglio di carta e te lo lascio.
Nel mentre Rosa rovistava nella borsa, alla ricerca dell’agenda, Luciana rallentò e accostò.
– Tu abiti in fondo a questa strada, vero?
– Sì, proprio lì, in quel palazzo dove c’è la farmacia.
– Scusami,- disse Luciana- ma devo lasciarti qua.
– Ma figurati, nessun problema. Sei stata già fin troppo gentile.
– Sì, prego. Adesso però devo andare.
– Certo. Immagino. Scendo subito.- Rosa aprì lo sportello e aveva già poggiato un piede sull’asfalto, quando Luciana la tirò per un braccio.
– Aspetta, prima che vai, ti volevo dire una cosa. Oggi ti ho dato un passaggio perché passavo da queste parti. Ma non pensare che diventerà un abitudine, ok?
– No, no, figurati.- Rosa si sforzò di continuare a sorridere. Una mano era ancora infilata in borsa alla ricerca dell’agenda. Ormai l’idea di lasciarle il proprio numero era definitivamente accantonata.
– Allora ci vediamo.- Luciana ripartì e come ulteriore segno di saluto diede un colpo al clacson.
Rosa rimase lì impalata e stordita per alcuni secondi, poi si avviò verso casa, continuando a pensare alle implicazioni di quell’insolito incontro. Perché Luciana era così strana? Possibile che fosse soltanto perché non aveva un ragazzo?
Nel dubbio, tirò fuori il telefono dalla tasca.
– Ehi, ciao! Sì. Ti va di vederci stasera? Lo so, ti avevo detto che non mi andava di uscire, ma ho cambiato idea. Allora, ti aspetto. Ci vediamo alle 9.
Salutò il suo ragazzo con un bacio e sorridendo aprì il portone di casa.
Essere single per lei non sarebbe mai stata una tragedia. Ma, nel dubbio, meglio non rischiare.


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In braccio all’arte


Me ne sto lì a cercare l’angolazione giusta per fotografarla, provandoci quel tanto che basta a farmi sentire un goniometro, quando mi si avvicina un signore.
– Hai toccato la statua?

– No, no, assolutamente no.- Mi affretto a rispondergli.

È vero, avrei voluto toccarla e, nel mentre il signore mi osserva con sguardo inquisitore, mi sento così colpevole che mi verrebbe da confessargli di quella volta che, a dodici anni, non riuscii a resistere alla tentazione e lo toccai, toccai il Cristo Velato. Ma da allora non ho più toccato nessuna statua, sono passati tanti anni e, pure se a qualcuno sembrerà un crimine orrendo, ormai è caduto in prescrizione, giusto?

– Non l’hai toccata?

– No, giuro di no.

E sto per mettermi la mano sul cuore, quando a sorpresa l’uomo me la prende e la poggia sulla statua.

– Devi toccarla- mi dice. – Solo toccandola, riuscirai a percepire ciò che, guardandola, non riuscirà mai a trasmetterti.

La mia mano, guidata da quella dell’uomo, scivola lungo la schiena di marmo della donna. La sensazione è viva e quasi mi aspetto che, da un momento all’altro, un brivido increspi quella pelle bianca e liscia di Carrara.

Mi concedo carezze numerose e lente. L’uomo al mio fianco sorride, compiaciuto.

Vuoi vedere che…

Glielo chiedo – Lei per caso è l’autore?

E sì, è proprio lui.

L’arte di Marco Aurelio R. Guimarães è provocante, inquietante, affronta parametri, sfida il tempo e i tempi. Le sue opere, mai esposte, a lungo nascoste in un atelier alieno e distante, sono ammantate di segreti: cosa ha spinto quest’uomo di ottant’anni a dedicare il resto e i risparmi di una vita a pianificare e scolpire in blocchi di marmo di Carrara questa donna ammaliante e quest’uomo che accarezza la morte? Marco Aurelio non si è guardato intorno, non ha assecondato le tendenze, non ha cercato sintonie. Si è scoperto scultore del marmo ed ha lavorato la materia per sé, con passione,  come un tributo a se stesso e al suo desiderio”.

Questo c’era scritto nella scheda di presentazione dell’esposizione.

– Perché non ha mai esposto le sue opere se sono così belle?- È la prima cosa che voglio sapere.

– Perché io non sono un artista.

Marco Aurelio ha ottant’anni, ma potrebbe averne venti per l’entusiasmo con cui mi descrive le sue sculture, i significati che intendeva comunicare, la passione per la mitologia greca e l’ispirazione derivante dall’insuperabile dualismo di piacere e morte. Ha cominciato a scolpire quando è andato in pensione, dopo una vita spesa a fare l’ingegnere. 

– Avevo paura di annoiarmi e sono caduto in braccio all’arte.- Mi ha detto, nel mentre mi mostrava i bozzetti e i calchi in gesso e in bronzo delle sue opere, continuando a raccontarmi e a raccontarsi. 

Considerazioni

1) Penso che, se per noia, un giorno anch’io decisessi di cadere in braccio all’arte, il massimo che potrei ricavarne sarebbe un ematoma a forma di antefissa apotropaica sul frontone.

2) la prossima volta che vado al Louvre, se non mi appare Leonardo che mi svela tutti i segreti della Gioconda, ci rimango male.


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Buongiorno Italia, buongiorno Maria

– Non la conosci?- chiedo curiosa.
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.

Il proprietario del chioschetto dei panini adorava chiacchierare. Con ogni cliente perdeva almeno quindici minuti in discorsi, per questo la fila era lunghissima. Ma ci avevano detto che i suoi erano i migliori panini dell’isola di Obuda e valeva la pena aspettare.
In quella fila c’erano persone provenienti da tutta Europa, forse anche qualche americano.
Sicuramente, al proprietario del chioschetto, oramai più che sessantenne, ma che alla nostra età aveva vissuto confinato dietro una “Cortina di Ferro”, tutta quella libertà ancora sembrava assurda.
Glielo si leggeva negli occhi, nello stupore con cui muoveva il capo ad ogni risposta ricevuta per ogni domanda posta.
Quando arrivò il mio turno, mi chiese solo di dove fossi e io gli risposi che ero italiana.
A quel punto, cominciò ad elencare nomi di squadre di calcio e ad intonare pezzi di canzoni, quasi fosse una radio, ma con problemi di frequenza e, dunque, soggetta a passaggi continui da una stazione all’altra.
La cosa più buffa è che tra le squadre calcistiche menzionate, dopo aver fatto i nomi di un paio di quelle più famose- no, il Napoli proprio non gli venne in mente- cominciò ad elencarne alcune davvero poco popolari, la Reggiana, l’Ascoli, addirittura la Sambenedettese. Al punto che, se avesse citato pure la Pro Vercelli e non il Napoli, mi sarei messa a piangere. Ma la Pro Vercelli non la conosceva.
Quanto ai cantanti, la sua cultura musicale italiana spaziava dai Ricchi e Poveri, a Celentano, passando per Albano e Romina, fino ad arrivare a lui, il mito di tutti gli italiani emigrati, Toto Cutugno.
All’epoca, la fama di Toto Cutugno a Budapest e, in generale, all’estero, mi aveva lasciata interdetta quasi quanto quella della Sambenedettese.
Ma allora non avevo certo idea che un giorno mi sarei trovata dall’altra parte dell’Atlantico a cercare di spiegare perché in Italia il 25 aprile è festa nazionale. Ed è stato proprio raccontando  le imprese dei Partigiani, che mi è partito il loop.

– C’è anche una canzone molto famosa che menziona Pertini, il nostro presidente partigiano. Si intitola “L’italiano”. Non la conosci?
– Uhmm, penso di no. Ma se mi dici come fa, può darsi che la conosco.
Avrei potuto attaccare con “Buongiorno Italia, buongiorno Maria”, che è il mio verso preferito ed è anche il modo in cui mi saluta Luís tutte le volte che vado a comprare le sigarette. Ma mi sono limitata ad accennare un “Lasciatemi cantare con la chitarra in mano”, abbastanza imbarazzata.
– No, non la conosco.
– Allora quando vado a casa, la cerco su youtube e te la invio.
E così ho fatto.
Il problema è che da quando l’ho trovata, non riesco a smettere di ascoltarla. E se riesco è solo a patto di sostituirla con Felicità di Albano e Romina.

La lontananza a volte è proprio una cosa brutta!